Panama: cacciatori preistorici hanno causato un’estinzione?

Foto di archaeology.org

Leggendo una news di archaeology.org di pochi giorni fa, scopriamo che probabilmente un’attività di caccia in epoca preistorica avrebbe portato all’estinzione di una specie di cervo nano.
Ci siamo sentiti pertanto di riportare questa news per proseguire il discorso iniziato con il post
dello scorso mese nel quale abbiamo parlato dell’isola di Pasqua (E se l’Isola di Pasqua non avesse visto nessuna guerra?). Il filo conduttore è questo: può una società isolata portarsi all’autodistruzione o, comunque, causare la fine di una risorsa utile per la sua stessa sopravvivenza? Se la news dall’isola cilena ci dice che forse non vi fu alcuna guerra, ecco ora arrivare una nuova ricerca – da Panama- dalla quale si evince che un comportamento autodistruttivo è stato spinto oltre il suo limite.

I fatti sono questi: l’archeologo Richard Cooke dello Smithsonian Tropical Research Institute ha analizzato le ossa di animali provenienti da uno strato di 6200 anni fa sull’isola panamense di Pedro Gonzalez. Le popolazioni all’epoca vivevano di grano, pesce, palme, ma anche della carne proveniente da una specie nana di cervo, oltre a quella di altri animali quali opossum e serpenti. Quando il mare isolò dalla terraferma questo lembo di terra circa 8500 anni fa, la specie di cervo che vi viveva divenne nana,forse in risposta alla necessità di sopravvivenza di fronte a risorse limitate. Cooke e il suo team hanno ritrovato circa 2500 frammenti ossei di cervo, che però scompaiono negli strati successivi alla data di 2300 anni fa. A suo dire gli uomini dell’isola avrebbero cacciato tutti i cervi, fino ad estinguerli!
Sempre con in mente l’utile saggio di Jared Diamond (citato nel nostro post sull’isola di Pasqua), proviamo a ragionare su queste ricerca, che ci mette di fronte ad un comportamento autodistruttivo. Perché sarebbe successo? Tra le varie ipotesi, a nostro avviso sembra sensata quella che vede come variabile fondamentale il numero di soggetti che formano una società. Crediamo che oltre un certo numero di individui si crei una sorta di pensiero dominante che funge anche da inibitore collettivo. Questo genera la stratificazione sociale e la divisione dei compiti oltre che la gerarchizzazione del potere e, con esso, delle decisioni. In questo modo il gesto di un singolo – o di un gruppo di cacciatori – non danneggerebbe in maniera irreparabile un’intera comunità. Dobbiamo però anche pensare che allo stato estremo di necessità, una comunità abbatte questi inibitori per sopravvivenza. Dunque la domanda che davvero dobbiamo farci di fronte a questi casi è: in quel momento storico quale era il grado di benessere degli isolani? Stavano fronteggiando un periodo di carestia/siccità/cataclisma? Ci dispiace non avere altre risposte, ma crediamo che le risposte nascano dalle giuste domande. Le generalizzazioni non aiutano nessuno.

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Archeologia marina o vacanza? Nuove evidenze alle Hawaii!

Foto di Avio Salvio

E’ recente la divulgazione delle immagini di alcune incisioni rupestri sull rocce emerse dopo una grande mareggiata lungo la spiaggia di Kona Coast alle Hawaii (Great Island).

A questo link è possibile apprezzare sia l’arte rupestre restituita per alcuni istanti dall’Oceano Pacifico, sia la splendida location che custodisce da alcune centinaia di anni le opere stesse.

Come si vede nel servizio del TG locale Hawaii News Now, i petroglifi sono stati avvsitati e fotografati da alcuni bagnanti che erano in spiaggia mentre alte onde oceaniche spazzavano la costa, abbassando notevolmente la linea di costa, di almeno 3 metri. La località di Pine Trees dovrebbe custodire circa 70 opere d’arte del passato, che locali antropologi attribuiscono ad una civiltà di almeno 700 anni fa.

Pare che alle Hawaii siano migliaia gli esempi di rock art nascosti dalla sabbia e nonostante in bellezza potrebbero essere secondi a quelli delle coste scandinave, come location non li batte nessuno!

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E se l’Isola di Pasqua non avesse visto nessuna guerra?

Photo Credit: Carl Lipo, Binghamton University

Ieri è stato lanciato un comunicato stampa dalla Binghamton University dal titolo “Easter Island not destroyed by war, analysis of ‘spear points’ shows”

Conosciamo decine e decine di studi degli ultimi anni, inclusi quelli dell’amico archeologo Giuseppe Orefici (Centro Studi e Ricerche Arch. Precolombiane), che hanno determinato come l’Isola di Pasqua abbia visto una decadenza improvvisa a causa del deteriorarsi dei rapporti tra due fazioni (spesso identificate come le due fazioni delle “orecchie lunghe” e delle “orecchie corte”), che sarebbe sfociata in una guerra fratricida, capace di annientare le riserve vegetali dell’isola.

Ora però la Binghamton University dello stato americano di New York pubblica un analisi delle migliaia di mata’a ritrovati sull’isola. I mata’a sono oggetti triangolari, lanceolati, in ossidiana da sempre interpretati come resti di punta di lancia e, dunque, strumenti di guerra, testimoni dunque di “quella” ultima e devastante guerra. Il team guidato dal prof. Carl Lipo, professore di antropologia alla Binghamton University, ci dice che no, non erano armi da guerra, ma normali strumenti di uso quotidiano. L’analisi morfometrica compiuta su oltre 400 esemplari – anche comparati ad altri artefatti europei –  avrebbe chiarito come questi non potessero essere usati in guerra,in quanto poco performanti e dunque, anomali per un tale uso. L’antropologo americano ne deduce che siano stati oggetti per altro uso (domestico/agricolo? per i tatuaggi?).
L’isola pertanto – nelle conclusioni di Lipo, sarebbe stata vissuta pacificamente fino all’arrivo degli Europei.
L’articolo, pubblicato su “Antiquity” è destinato ad aprire un nuovo capitolo nello studio dell’isola. Personalmente restiamo ancora dell’idea che qualcosa di non piacevole sia accaduto prima dell’arrivo europeo. Invitiamo, ad esempio, a leggere l’illuminante testo di Jared Diamond, “Collasso- come le società scelgono di vivere o di morire”.

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I Babilonesi conoscevano la geometria astratta: in 4 tavolette i loro calcoli su Giove

Unadelle 4 tavolette del British - fonte Repubblica.it

Sono diverse le news dedicate online in questo momento alla scoperta Mathieu Ossendrijver, professore di Storia della Scienza Antica alla Università Humboldt di Berlino.

Citiamo Repubblica.it e Ansa.it da dove prendiamo i dati che seguono. Lo scienziato ha studiato 4 tavolette di argilla incise in Babilonia tra il 350 e il 50 a.C. e ha dimostrato che i Babilonesi erano in grado di calcolare l’esatta  posizione di Giove nel cielo, grazie ad un complesso complesso calcolo che utilizza figure trapezoidali.

Fino ad oggi si credeva che i Babilonesi – alla cui sapienza astronomica risalgono anche i Magi della tradizione cristiana, ricordiamolo – utilizzassero l’aritmetica per conoscere la posizione dei pianeti nel cielo. Ora invece si pensa che “utilizzassero la geometria in senso astratto per definire il tempo e la velocità, a differenza degli antichi Greci che usavano le figure geometriche per descrivere la posizione nello spazio fisico” – afferma Ossendrijver, come citato da Repubblica.it
Science ha dedicato la copertina alla scoperta ch, di fatto, riscrive la storia dell’astronomia, testimoniando che questi calcoli erano noti 1400 anni prima che li “scoprissero” gli Europei. Quando leggiamo notizie come queste, cI viene sempre in mente che i Romani hanno bruciato la biblioteca di Alessandria..e che molte opere scritte del mondo arabo, africano e del vicino Oriente) sono andate perdute. Ma è plausibile pensare che molte si siano salvate…

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La grotta di Chauvet potrebbe custodire il più antico disegno di eruzione vulcanica

Ingresso della grotta di Chuavet - tratta da www.human-resonance.org

Un team di scienziati guidato dal geologo Sebastien Nomade, dell’Università di Paris-Saclay in Gif-Sur-Yvette, ipotizza che un disegno ritratto su una parete della grotta paleolitica di Chauvet  (localizzata a Vallon-Pont-d’Arc nell’Ardèche – regione francese del Rhône-Alpes), sarebbe la più antica rappresentazione di un’eruzione vulcanica.
In particolare – spiega l’articolo del 15 gennaio pubblicato dal website della rivista Nature (questo il link per visionare anche le immagini dei disegni) e dall’articolo pubblicato questo mese di gennaio da PLoS ONE1 –il disegno si riferirebbe ad un eruzione di uno dei 12 vulcani estinti della zona di Bas-Vivarais, che si trova a 35 chilometri dalla grotta. Fino ad ora però si conosceva solo di eruzione avvenute prima dell’occupazione umana della grotta (datata a 43.000 anni fa).
Il disegno è incluso nella galleria detta “dei Megaloceri” (cervi giganti oggi estinti) dove una rappresentazione di questo fiero animale sarebbe stata completata da una serie di tracce a raggera – che secondo gli autori dell’articolo ricordano una traccia spray – che rappresenterebbero l’eruzione stromboliana che avvenne lì vicino. Disegni simili sono stati rintracciati anche in un’altra galleria interna e persino in un muro vicino all’ingresso della grotta.
Il team di Nomade avanza l’ipotesi – già suffragata da altri ricercatori che la trovano plausibile – che l’eruzione in questione sarebbe avvenuta circa 36.000 anni fa. Infatti, nel 2012 il team francese visitò la zona di Bas-Vivarais e grazie al campionamento di rocce da tre diversi centri vulcanici poté stabilire grazie alla differenza isotopica del gas argon, che una serie di eruzioni avrebbero interessato la zona proprio in quel periodo. Pertanto, sarebbe plausibile pensare che i frequentatori della grotta siano stati testimoni di queste violente eruzioni. La collina sovrastante Chauvet sarebbe stato un luogo sicuro e comodo allo spettacolo! Se aggiungiamo che la datazione al radiocarbonio ha confermato che la galleria dei Megaloceri sarebbe stata frequentata tra i 36 e i 37mila anni fa, ecco che i conti tornano!
Se l’ipotesi risultasse corretta, questa di Chuavet sarebbe automaticamente la più antica rappresentazione di un’eruzione vulcanica, superando di gran lunga quella neolitica del sito turco di Çatalhöyük (circa 8mila anni fa). Ora – a detta di altri scienziati, quali il geologo tedesco Axel Schmitt (Heidelberg University) – sarà difficile trovare una roccia vulcanica basaltica in grado di confermare la datazione dell’eruzione.
A nostro avviso questa scoperta suggerisce una volta di più che la teoria sciamanica è quella più verosimile per l’interpretazione delle pitture paleolitiche (non amiamo la teoria della “non teoria”, in base alla quale non possiamo sapere che cosa fossero, perché ci pare di abdicare ad una nostra prerogativa di esseri umani, per la quale la curiosità richiede risposte, magari errate, ma coraggiosamente sempre più vicine ad un’ipotetica verità). Infatti, se la parete dipinta intende riproporre la realtà svelata (probabilmente attraverso l’accesso a stati di coscienza modificata), ecco che un evento reale quale un’eruzione vulcanica (chiara manifestazione di ciò che “sta sotto” e dunque “invisibile, ma disponibile ad essere visto”) è concettualmente allineato. A dimostrazione di ciò, invitiamo a visitare il sito di Nature per vedere le immagini di questi disegni (che non riportiamo per ovvie questioni di copyright): vedrete che il disegno dell’eruzione “prosegue” quello di un cervo, come se la lava uscisse dalla sua testa. Non un accostamento casuale, crediamo. A voi i commenti.

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Tutte le ultime novità su Ötzi: il DNA ne rivela l’origine genetica. Una linea oggi estinta.

Immagine tratta da meteoweb.eu

Riceviamo questa mattina, e riportiamo per intero l’ultimo comunicato stampa del Museo Archeologico dell’Alto Adige con interessanti novità sulle ricerche inerenti l’uomo del ghiaccio, il famoso Ötzi.
Ecco il testo integrale (sul fondo del pezzo trovate un link per leggere gratuitamente l’articolo sicentifico su Nature, dal titolo “Whole mitochondrial DNA sequencing in Alpine populations and the genetic history of the Neolithic Tyrolean Iceman”.

“Nuove scoperte sulla storia genetica di Ötzi – La linea genetica materna dell’Iceman ha avuto origine nelle Alpi ed è oggi estinta.

La scorsa settimana è stato pubblicato uno studiosul DNA dell’Helicobacter pylor, il patogeno estratto dallo stomaco di Ötzi, che ha fornito preziose informazioni sulla vita dell’Homo Sapiens. Ora una nuova ricerca condotta all’Accademia Europea di Bolzano (EURAC) chiarisce ulteriori  aspetti della storia genetica dell’uomo vissuto nelle Alpi orientali oltre 5300 anni fa. Nel 2012 l’analisi del cromosoma Y di Ötzi — trasmesso dal padre ai figli — aveva dimostrato che la sua linea genetica paterna è ancora presente nelle popolazioni moderne. Al contrario, gli studi sul DNA mitocondriale della mummia — trasmesso unicamente per via materna alla prole — lasciavano ancora molte domande aperte. Per chiarire se la linea genetica materna dell’Iceman ha lasciato traccia nelle popolazioni attuali,i ricercatori hanno ora confrontato il suo DNA mitocondriale con 1077 campioni moderni. Dal confronto si è concluso che la linea materna dell’Iceman — denominata K1f — si è estinta. In una seconda parte della ricerca la comparazione dei dati genetici sulla mummia con quelli su altri campioni neolitici europei ha infine fornito informazioni sull’origine di K1f: i ricercatori ipotizzano che la linea mitocondriale dell’Iceman si sia originata localmente nelle Alpi in una popolazione che non è cresciuta demograficamente. Lo studio — che chiarisce la storia genetica dell’Iceman nel quadro dei mutamenti demografici dell’Europa a partire dal Neolitico — è pubblicato su Scientific Reports, la rivista open access del gruppo Nature. “Il DNA mitocondriale è stato il primo ad essere stato analizzato nella mummia, già a partire dal 1994,” spiega Valentina Coia, biologa dell’EURAC e prima autrice dello studio, “È infatti relativamente facile da analizzare e — insieme al cromosoma Y — ci permette di andare indietro nel tempo, raccontandoci la storia genetica dell’individuo. Malgrado questo, fino ad oggi la relazione genetica fra la linea materna dell’Iceman e le linee presenti nelle popolazioni moderne non era ancora chiara”. L’ultimo studio a riguardo — condotto nel 2008 da altre équipe di ricercatori e che aveva riguardato l’analisi completa del DNA mitocondriale di Ötzi — aveva infatti mostrato che la linea materna dell’Iceman — denominata K1f — non era più rintracciabile nelle popolazioni moderne. Lo studio non chiariva però se questo dipendesse da un numero insufficiente di campioni di confronto o dal fatto che K1f si fosse effettivamente estinto. “La prima ipotesi non poteva essere esclusa dato che lo studio considerava solo 85 campioni moderni di confronto appartenenti alla linea K1 — linea genetica che include anche quella di Ötzi — di cui pochi campioni europei e nessuno dalle Alpi orientali dove vivono popolazioni presumibilmente incontinuità genetica con l’Iceman. Per testare le due ipotesi avevamo bisogno di comparare il DNA di Ötzi con un numero maggiore di campioni odierni,” spiega Valentina Coia. Così il team di ricerca dell’EURAC, in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma e l’Università di Santiago di Compostela, ha confrontato il DNA mitocondriale dell’Iceman con quello di 1077 individui appartenenti alla linea K1, di cui 42 campioni originari delle Alpi e analizzati per la prima volta in questo studio. Dal nuovo confronto è emerso che né la linea dell’Iceman né altre linee evolutivamente vicine sono presenti nelle popolazioni moderne: i ricercatori propendono quindi per l’ipotesi che la linea genetica materna di Ötzi si sia estinta.

Rimaneva ora da spiegare perché la linea materna di Ötzi sia scomparsa, mentre la linea paterna —denominata G2a — è ancora presente oggi in Europa. Per chiarire questo punto, i ricercatori dell’EURAC hanno confrontato i dati del DNA mitocondriale e del cromosoma Y di Ötzi con dati disponibili su numerosi reperti antichi contemporanei dell’Iceman rinvenuti in 14 diversi siti archeologici europei. Ne è risultato che la linea paterna di Ötzi era molto frequente nel Neolitico in diverse regioni in Europa, mentre la sua linea materna era presente probabilmente solo nelle Alpi. Mettendo insieme i dati genetici sui campioni antichi e moderni, quelli già presenti in letteratura e quelli analizzati in questo studio, i ricercatori hanno proposto il seguente scenario per spiegare la storia genetica dell’Iceman: la linea paterna G2a di Ötzi è parte di un substrato genetico antico arrivato in Europa dal vicino oriente tramite la migrazione delle prime popolazioni neolitiche, circa 8000 anni fa. Ulteriori migrazioni ed eventi demografici avvenuti dopo il Neolitico in Europa hanno poi sostituito parzialmente G2a con altre linee, tranne che in zone isolate geograficamente come la Sardegna. Al contrario, la linea materna di Ötzi si è originata localmente nelle Alpi orientali a partire da almeno 5300 anni. Le stesse migrazioni che hanno rimpiazzato solo parzialmente la linea paterna dell’Iceman hanno decretato l’estinzione della linea materna — tramandata da una popolazione ridotta e demograficamente stazionaria. Le popolazioni delle Alpi orientali infatti hanno subito un significativo aumento demografico solo a partire dall’età del bronzo come testimoniano gli studi archeologici condotti nel territorio dell’Iceman. L’articolo sarà pubblicato domani, giovedì 14 gennaio,su Scientific Reports, la rivista open access del gruppo Nature. L’articolo completo si può leggere gratuitamente qui www.nature.com/articles/srep18932

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Il primo Bhutan é in edicola con Montagne360

La copertina di Montagne360 - gennaio 2016

Nel numero ora in edicola di Montagne360, un servizio fotografico sul Bhutan per il qaule siamo lieti di aver potuto dare una mano.
Vi trovate le prime immagini del Bhutan che negli anni ’70 giunsero in Europa. Le immagini ci sono state date dall’associazione italiana ICI Venice – Istituto Culturale Internazionale.
La redazione del mensile ha accettato di buon grado di fare un portfolio e così ecco una selezione di scatti realizzati nel 1975 dal documentarista francese Ludovic Segarra (1948-2007) e dalla moglie Anne. Nelle pagine dedicate al portfolio troverete anche due pensieri di Ludovic e Anne.

A questo link della rivista CAI online Lo Scarpone, trovate la presentazione completa del numero in edicola.

Buona lettura!

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Merry XMas and Happy 2016!

Merry Xmas Buon Natale e buon 2016 !

Merry Xmas and happy 2016 !

¡Feliz Navidad y Feliz Año 2016!

Joyeux Noël et Bonne Année!

Frohe Weihnachten und glückliches Neues Jahr !

 

Massimo e Veronica

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Ancora Stonehenge: nuove ricerche in Galles aprono scenari impensati

Immagine delle cave Gallesi_tratta da www.phys.org

L’amico archeologo Gary Ziegler ci segnala un interessante studio condotto in Galles da un team guidato da scienziati della UCL. Archeologi e geologi hanno condotto scavi in due cave del paese anglosassone, confermando che sono le località (entrambe nella zona di Preseli, nell’attuale parco costiero nazionale del Pembrokeshire) da cui sono state tratte le famose “bluestone” di Stonehenge. Lo studio pubblicato in Antiquity presenta anche ipotesi credibili di come le pietre sarebbero state estratte e trasportate fino al sito inglese, 140 miglia più lontano.
Si conferma – per la prima volta dal 1920-  l’origine esatta delle pietre blu, che risultano essere composte di rocce ignee e vulcaniche, ovvero doleriti e rioliti: le cave in questione sono quelle Craig Rhos-y-felin e Craig Rhos-y-felin. A detta degli scienziati l’estrazione sarebbe avvenuta grazie alla tenica dei pali di legno, ma l’acqua che avrebbe fatto “detonare” la roccia sarebbe stata quella piovana, che di certo in Galles non manca! Seguendo le conclusioni del prof. Josh Pollard dell’Università di Southampton, una volta staccati i banchi verticali di roccia, questi sarebbero stati adagiati su una sorta di piattaforma composta da roccia e terra e da lì fatti scivolare fuori dalla cava.
E’ stato possibile effettuare delle analisi al radiocarbonio su parti di carbone fossile e nocciole ritrovate nelle cave che riportano per le due cava un’eta di 5400 e 5200 anni, ma – ricorda il prof. Parker Pearson “sarebbero state fissate a Stonehenge solo 4900 anni fa”. Quindi c’è una differenza temporale di almeno 300 anni. Seguendo l’ipotesi del professore inglese “potrebbero essere state estratte e utilizzate in qualche monumento megalitico locale e solo dopo 300 anni smantellate e trasportate nel Wiltshire”.
Il professor Kate Welham (Bournemouth University) pensa che le ricerche efftuate con tecniche di survey geofisica, scavi e aerofotogrammetria potrebbero aver rintracciato l’esatta posizione di questi “monumenti” precedenti lo smantellamento e nel 2016 potremmo saperne di più! SI troverebbe a nord delle colline. Se così fosse – attenzione, attenzione – si ribalterebbe la teoria che fino ad oggi era in la più probabile per il trasporto fino a Stonehenge. Infatti, se si pensava che il lungo viaggio fosse stato fatto con delle barche lungo il Miford Haven, questa ipotesi stava in piedi grazie al fatto che si pensava che le pietre fossero nella parte sud delle colline. Ma ora, con la certezza che l’origine è a nord delle colline di Preseli, questa ipotesi decade. “Le uniche ipotesi logiche – sottolinea il prof Pearson – sono che le pietre viaggiassero a nord prima di prendere il mare nelle vicinanze di St David’s Head, oppure verso est per affrontare un lungo viaggio via terra, lungo il tracciato oggi occupato dall’autostrada A40”. Il prof Pearson crede più all’ipotesi terrestre in quanto gli 80 monoliti, che pesavano in media meno di due tonnellate l’uno e uomini e bestiame potevano gestire il trasporto senza grossi problemi. Infatti, ricorda il prof Pearson “sappiamo da esempi in India e altrove in Asia che singole pietre di queste dimensioni possono essere trasportare con l’uso di graticole di legno e il lavoro di 60 persone”.
Queste ricerche sono fondamentali per capire perché Stonehenge sia stata eretta, considerando che prima sarebbero state erette queste pietre blu gallesi e solo 400 anni dopo sarebbero state erette le giganti pietre in sarsen (provenienti da cave vicine al sito inglese). Pertanto, se nel 2016 verrà identificato il monumento “originario” che fu costruito con le blue stones, capiremo qualcosa di più su Stonehenge. Il sito inglese voleva forse replicare un più antico monumento? Siamo di fronte ad una “rifondazione sacra” di un territorio? Chi lo avrebbe effettuato e perché? Il villaggio che è sorto attorno a Stonehenge e a tutto il sito inglese (leggi il nostro articolo sulla geografia sacra di Stonehenge qui) venne originariamente abitato da una casta sacerdotale gallese?

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A Venezia per conoscere l’India

Locandina della mostra Zan Par

Segnaliamo l’interessante convegno internazionale “Making Connections on the Margins. Perspectives on indigenous and vernacular India”, che si terrà venerdì 4 dicembre 2015
dalle 9:00 alle 19:00 presso l’Aula Magna Silvio Trentin, Ca’ Dolfin – Università Ca’ Foscari.

L’incontro, con la collaborazione di ICI – Istituto Culturale Internazionale
In contemporanea ICI inaugura l’esposizione sugli ZAN PAR con una visita speciale condotta dal curatore François Pannier (per i particolari si veda qui)

Molti gli interventi notevoli della giornata.
La prima sessione sI apre alle 10.30 con  Gregory D. Alles (del McDaniel College)  il cui intervento si intitola “The Gendering of Being Possessed in Eastern Gujarat” incentrato sui fenomeni di possessione tra i Rathva. Sarà poi la volta di Fabrizio M. Ferrari (University of Chester) con l’intervento “Agriculture in a Mediaeval Bengali Śaiva text: On Ritual and Technical Knowledge” e Ülo Valk (University of Tartu) con “Hinduisation of Landscape in Rural Assam: From Vernacular Knowledge to Institutional  Authority”. Alle 11,30 Marine Carrin (Centre National de la Recherche Scientifique)  presenta “Performing  Indigeneity  and  the  Politics  of  Representation:  The  Santals  in  Jharkhand, Odisha Bengal and Assam”, che precede la discussione e la presentazione della mostra “Zan  Par.  Unknown  elements  of  rituals  in  India and in the Himalayas to replace the sacrifices”, cui seguirà la cerimonia di inaugurazione. La sessione pomeridiana si apre con    Margaret Lyngdoh (University of Tartu) che presenta “The  Water  Nymph  and  the  Snake  People: The  Folklore  of  Water  and  the  Khasis  of Northeast India”, Monica Guidolin (EHESS) con “Dynamics  Change  and  Reconstruction  of  a  Collective  Representation:  the  Pardhan Community  of  Bhopal  between  the  Ancient  Recited  Memory  and  a  Renovated  Ritual Language” e Claire Sheid (University College Cork) con “The  ‘Truant  Soul’  in  Donyipolo:  Revisiting  Fürer”. Alle 15 discussione e coffee break prima della terza e ultima sessione con Lidia Guzy (University College Cork) “Music  and  Indigenous  documentation –A  medium  of  Cultural  Connectivity” e Stefano Beggiora (Ca’ Foscari University) con “Aspects of Saora Ritual: Permanence and Transition of the Artistic Performance”, seguito da Uwe Skoda (Aarhus University) con “The  (Un)making  of  Ritual  Connections:  Durga  Worship  in  a  Former  Princely  State  of Odisha”Discussione finale alle 16,30 prima di un’ultima pausa e gran finale con la proiezione del video documentario “3 Shamans” di Aurore Laurent and Adrien Viel (Hong Kong Connection and Epicerie Film). La pellicola sarà proiettata in inglese e francese con sottotitoli. Un documento dalle colline himalayane, dove gli sciamani viaggiano nel mondo intangibile. La loro anima esplora il mondo degli spiriti e dei trapassati per sollevare le pene dei viventi. Ognuno ha il suo metodo: 3 storie, 3 stati di coscienza, 3 sciamani. Da vedere!
Per il programma completo della giornata e le indicazioni pratiche clicca qui.
Il workshop è gratuito e non richiede iscrizione.
Noi ci saremo!

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