Stonehenge: come cambia il paesaggio archeologico dopo Durrington Walls

Immagine tratta da www.wessexarch.co.uk

Pochi giorni fa la notizia della scoperta di un nuovo complesso neolitico nella regione inglese dello Wiltshire, a due passi da Stonehenge. La località di Durrington Walls avrebbe rivelato, grazie a rilievi archeologici effettuati con tecniche Lidar (di fatto una sorta di radar in grado di rilevare la composizione del terreno fino a qualche metro sotto la superficie, permettendo anche di valutare i volumi delle strutture lì nascoste), il più stupefacente degli henge, risalente a 4.500 anni fa. Si tratta di un’area molto vasta il cui diametro si aggira attorno ai 500 metri, facendone così il più grande (e completo) henge britannico con un diametro di circa 1,5 chilometri. Il sito si adagia su una vallata naturale che circonda con un doppio ferro di cavallo composto da due file di monoliti (90 in totale e alti fino a 4 metri!) che si ergono oltre un fossato con terrapieno. Oltre il fossato pare ci fosse una zona destinata alle abitazioni, così tante (un centinaio) che gli archeologi ipotizzino si trattasse del più ampio villaggio neolitico inglese. Il complesso era probabilmente raggiunto da migliaia di persone in occasione di ritualità e cerimonie al solstizio invernale.Questo complesso arricchisce ulteriormente questa zona del Wiltshire inglese, a due passi da Salisbury. Infatti, a soli tre chilometri sta Stonehenge, mentre proprio di fronte a Durrington Walls– secondo la ricostruzione del Ludwig Boltzmann Institute – è Woodenhenge.
Pertanto, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza e immaginiamo di essere nel 2.300 a.C. e di  abitare nell’insediamento di Durrington Walls.Probabilmente questo è possibile grazie al fatto che siamo un sacerdote o parte della sua famiglia. Stonehenge è appena stato completato (così come lo conosciamo oggi), ma nei dintorni l’intero paesaggio è costellato da costruzioni o modifiche del terreno che ci consentono di “leggere” il cielo.
Accogliamo pellegrini che arrivano da lontano, come il famoso “Arciere di Amesbury” – una persona venuta dalle Alpi, ricca e potente che fu sepolta a soli cinque chilometri da Stonehenge e che secondo l’eminente archeologo dell’Università di Cardiff Geoff Wainwright, l’arciere malato “viaggiò dalla Svizzera fino a Stonehenge perché aveva sentito delle proprietà curative del santuario”. Vicino a lui molti altri pellegrini (che se lo potevano permettere) sono stati sepolti, come quelli ritrovati nel 2003.
A Stonehenge ci recavamo ad ogni equinozio ed ogni solstizio, ma quello invernale probabilmente era celebrato nel vicino Woodenhenge: se Stonehenge era in pietra perché ricordava la forza del sole crescente (nel suo massimo splendore a giugno), Woodenhenge era un cromlech in legno, per ricordare la caducità della vita e la sua rinascita natrale, come accade nel solstizio invernale. Ogni anno a fin dicembre una processione legava i due siti sacri grazie al fiume Avon che ora sappiamo lambiva entrambe le località: secondo Haether Sebire dell’English Heritage, il viale iniziava alla “Pietra del Tallone” di Stonehenge e proseguiva a nord est, ma oggi la strada A344 ha nascosto tutto.La strada, a questo punto cerimoniale, era lunga ben 3 chilometri, attraversava King Barrow Ridge e oltre che connettere i due già noti henge, lambiva (o meglio era collegata) anche a Durrington Walls.

Le ricerche multidisciplinari condotte dal Stonehenge Hidden Landscapes Project (Università di Birmingham e dipartimento di prospezione archeologica e archeologia virtuale dell’Istituto Ludwig Boltzmann) ci dicono che Durrington Walls era lì già da trecento anni: “Quello di Durrington Walls è un complesso enorme, uno dei più grandi complessi megalitici in Europa –  ha commentato il professor Vince Gaffney dell’Università di Bradford, che guida l’Lbi ArchPro – È un complesso unico, non può essere paragonato a nient’altro. Probabilmente questa sorta di arena semicircolare era stata realizzata anche per impressionare e dare un’immagine di potenza”.Pertanto quale era la relazione tra i tre siti?Erano uno l’evoluzione dell’altro? Oppure uno era utilizzato per studiare gli allineamenti, l’altro per tenerci le cerimonie pubbliche e un terzo per dare un senso di grandezza ai pellegrini?E’ anche possibile che al solstizio invernale si salutasse il tramonto a Stonhenge per poi accogliere l’alba successiva da Durrington Walls. E così le possibilità rituali si moltiplicano.
E se ci trovassimo di fronte, come per la piana di Giza, ad un altro esempio di paesaggio che rappresenta/sostiene cerimonialmente il viaggio dell’anima nell’aldilà?
Aggiungiamo che sempre nell’area in oggetto, è ancora visibile una pietra intrigante, la cosiddetta “Cuckoo Stone”, fatta in pietra sarsen locale: probabilmente risale all’epoca del Bronzo ma forse era parte di una recinzione sacra anche nella successiva epoca del Ferro fino a diventare importante anche in epoca romana. Ma inizialmente a che serviva?Ricordiamo che nell’epoca del Bronzo in Inghilterra si usava deporre nel terreno manufatti (in Bronzo appunto) per donarli alla terra. Spesso si sceglievano luoghi importanti, ritenuti sacri, come laghi, paludi e siti cerimoniali. Era quindi la Cuckoo Stone una conferma che l’area era un incredibilmente ampio santuario che ricopriva l’intera pianura di Salisbury?Poco oltre la strada cerimoniale troviamo i New King Barrows, ovvero dei tumuli sepolcrali della prima età del bronzo (4500 BP) che originariamente erano sormontate da gesso bianco che le rendevano splendenti e visibili anche da lontano.
Ma aggiungiamo un ultima nota.Guidando 40 minuti a nord, incappiamo in un altro paesaggio sacro britannico: Avebury.Siamo sempre nel 2300 a.C ed è appena terminata la costruzione di uno dei più intriganti monumenti neolitici: Silbury Hill!Si tratta di un monte artificiale, creato dall’uomo: il più alto in Europa con i suoi quasi 40 metri. Contiene circa 340.000 metri cubi di gesso e terra ma nessuna tomba! Costruito nello stesso momento cin cui si ultima la piramide di Giza, è un piccolo mistero archeologico. A che serviva?Nelle vicinanze stanno due monumenti sepolcrali importantissimi lambiti dall’henge di Avebury (111 ettari di terra ricostruito nel 1930 grazie al lavoro di Alexander Keiller che riesumò e eresse alcune delle pietre che lo componevano), ovvero West Kennet Long Barrow e Windmill Hill. Oggi non è possibile salire sulla sommità della collina di Silbury ma da lassù è possibile vedere Stonehnge..

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Doggerland: colossale progetto di archeologia subacquea per riscoprire l’Atlantide del Mesolitico nord europeo

Immagine tratta da www.ilnavigatorecurioso.it

La scorsa settimana un articolo online del britannico Telegraph a firma di Sarah Knapton (scusate ma wordpress ci dà problemi ad inserire il link diretto, eccolo qui: http://www.telegraph.co.uk/news/earth/environment/archaeology/11836627/British-Atlantis-archaeologists-begin-exploring-lost-world-of-Doggerland.html) annuncia che l’Università di Bradford ha avviato un immenso progetto di rilevamento del paesaggio sottomarino che si estende dalle coste orientali dell’isola britannica a quelle occidentali della Norvegia. In quella grande parentesi oggi coperta dalle acque del Mare del Nord alcune terre erano emerse –e abitate – fino al periodo mesolitico (circa 10.000 anni fa). Nei mesi scorsi altri ricercatori scozzesi dell’Università di St Andrews – avevano annunciato al mondo che le loro immersioni potevano assicurare che questa “terra di mezzo” era un tempo abitata. Gli studiosi hanno dato un nome a questa immensa porzione di vecchissima Europa, insistendo particolarmente sulla sua parte più “alta”, ovvero l’isola centrale di Doggerland. Il nome si ispira al “Bank of Dogger”, un grande banco sabbioso situato nel Mare del Nord circa 100 km al largo della costa del Regno Unito. Wikipedia presenta quest’area come segue: “(l’area)si estende su circa 17.600 km², con le sue dimensioni massime di circa 260 km da nord a sud e 95 km da est a ovest. La profondità dell’ acqua varia da 15 ai 36 metri, circa 20 m meno profondo del mare circostante. Geologicamente è una morena, formatasi durante l’ultima glaciazione. All’epoca era un’isola collegata alla terraferma. I pescherecci da traino hanno rinvenuto grandi quantità di torba da palude, e denti di mammut e rinoceronte e, occasionalmente, manufatti da caccia del paleolitico”.
La ricerca attuale è resa possibile dalla collaborazione di alcune unità di sommozzatori delle compagnie petrolifere che scandagliano le fredde acque di lassù. Si parla già di “continente scomparso” o di “Atlantide britannica” che sarebbe stata sommersa a più riprese tra il 20.000 e 7.500 anni fa, incluso un ultimo drammatico tsunami che avrebbe cancellato per sempre Doggerland. Ora a capo della ricerca è l’università di Bradford che ha messo insieme un team di archeologi, climatologi e geofisici per mappare la superficie sommersa. Obiettivo dell’immenso progetto è mappare in 3D il fondo per mostrare l’antico paesaggio, dai tunnel ai laghi, dai fiumi ai monti.
Grazie all’appoggio di navi studio saranno presi in esame anche sedimenti del fondale in determinate zone per cercare elementi sottoponibili all’esame del DNA (animali e piante e –chissà se saremo fortunati anche umani) che secondo gli studiosi potrebbero essere rimasti in buone condizioni grazie alla conservazione resa possibile dall’ambiente sottomarino.
L’Imperial College avrebbe recentemente comprovato che lo tsunami di cui sopra sarebbe stato un evento catastrofico nato da un pezzo di costa norvegese staccatasi improvvisamente dalla roccia madre circa 7.500 anni fa, alluvionando l’isola di Doggerland con un’onda alta cinque metri.
Questa ricerca-che immaginiamo lunga e costosa tanto quanto affascinante – apre molti scenari sia in termini di contenuti sia in termini di metodologia. Riassumendo:
1)     come sappiamo le uniche terre inseplorate al mondo sono quelle inondate dal mare, come ricorda al telegraph il professore Vince Gaffney, dell’Università di Bradford;
2)     Doggerland conserva delle informazioni uniche per svelare il passato europeo, ma ci mancavano gli strumenti per analizzarli – fino ad ora!;
3)     se ritroveremo parti di DBNA leggibili potremo avere un ritratto di come società ed ambiente evolsero durante un periodo così lontano e – tra l’altro- denso di sconvolgimenti climatici;
4)     il professor Gaffney ha anche aggiunto che “questo progetto è interessante non solo per ciò che rivelerà su Doggerland, ma perché ci dà un nuovo modo di avvicinarsi alle zone di terra che erano popolate da esseri umani, ma che ora si trovano sotto il mare, sviluppando tecnologie e metodologie che gli archeologi di tutto il mondo possono utilizzare per esplorare i paesaggi simili, compresi quelli intorno America e nel Sud Est asiatico”. A tal proposito il dottor David Smith (Università di Birmingham) ha aggiunto: ” Questa è la prima volta che si tenta di ottenere una ricostruzione del paesaggio sottomarino con questa definizione”
5)     il progetto sarà un enorme laboratorio di sviluppo per incrociare e consolidare tecnologie nuove per la comprensione di ambienti del passato e per sviluppare il nostro approccio alla ricostruzione del paesaggio.
6)     I paleoambienti che emergeranno dallo studio del DNA sarà eccezionale – assicura il prof. Robin Allaby (Università di Warwick) perché a suo parere l’ambiente costante del fondale conserva il DNA antico eccezionalmente bene, meglio di come sarebbe conservato in altre zone emerse del pianeta seppur alla stessa latitudine
Che dire?
Seguiamo attenti…

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ICI Venice: etnografia e progetti di valore. Ecco come rendere concreta l’azione antropologica

ICI Venice

Lo scorso anno abbiamo visitato una mostra etnografica sul Nepal a Venezia, organizzata da ICI, associazione culturale che ha le sue radici in Francia. Come sempre quando un soggetto francese tratta argomenti di antropologia ed etnologia lo fa con grande serietà, competenza e capacità. La mostra lo ha dimostrato una volta di più. Abbiamo subito preso contatti per un’intervista su arkeomount con il presidente, il dott. Perpoint, ma poco dopo proprio il Nepal fu colpito da un violento terremoto. Ecco l’intervista per i nostri lettori che proponiamo in versione integrale e tradotta in italiano. Come sempre inseriamo pochi commenti, ma ci teniamo a sottolineare che cercheremo di seguire le attività e le pubblicazioni ICI il più possibile, soprattutto quando si concentreranno sulla divulgazione antropologica. Un grazie a Chantal – motore “Italiano” di ICI – che ha reso possibile questa intervista.

Arkeomount(A): Dott Pepoint, lei dirige l’ICI – Istituto Culturale Internazionale, un’associazione che è nata prima a Parigi e successivamente a Venezia. Potrebbe introdurre i lettori di Arkeomount al Suo istituto? Quando e perché è nato? Quali le attività e gli scopi che l’ICI si propone?
Dott. Pepoint (P): ICI Venice – Istituto Culturale Internazionale Venice è una associazione culturale di promozione sociale costituita il 15 aprile del 2014 da giovani italiani e francesi; ha per vocazione lo sviluppo di risonanze culturali internazionali fra oriente e occidente, fra arte etnografica e arte contemporanea, senza dimenticare la promozione e conservazione del patrimonio locale veneziano.
comprando e riqualificando uno spazio vuoto a Venezia, il Magazzino del Caffè, sperimentano la loro visione di diffusione di cultura.
Scopo dell’Associazione è di sostenere, partecipare, realizzare e finanziare la creazione, la produzione e la coproduzione di esposizioni, di residenze di artisti e di eventi culturali.
La nostra associazione ha comprato e riqualificato uno spazio vuoto a Venezia, il Magazzino del Caffè, di circa 90 metri quadri, situato in un palazzo notificato dai Beni Culturali, in Rio Marin, Santa Croce 923, Venezia. ICI Venice – Istituto Culturale Internazionale Venice, collabora regolarmente con la rispettiva associazione francese con sede a Parigi in rue Saint Honoré 310, registrata sotto il nome di ICI – Institut Culturel International e costituita il primo luglio 2013. L’associazione francese sviluppa progetti internazionali che hanno una forte risonanza nella popolazione francese, sempre più attenta alle iniziative promosse da ICI e disponibile a contribuire alla loro realizzazione, secondo le disposizioni di legge in materia di mecenatismo.
ICI – Institut Culturel International gestisce e promuove gli Archivi di Anne e Ludovic Segarra grazie alla creazione di eventi culturali, mostre e proiezioni sul territorio francese e italiano.ICI Venice – Istituto Culturale Internazionale ha da poco lanciato un nuovo progetto ICI CASA MURANO. Riprendendo un modello economico – culturale cubano, ICI Venice decide di comprare e riqualificare una casa di Murano all’interno della quale verranno fatte delle residenza d’artista e, all’interno della quale, potranno soggiornare gli ICI Members in cambio di una donazione all’associazione.

A:   Leggiamo sul vostro website italiano che a febbraio (2015…) avete in programma una mostra sul Bhutan. Un paese di non facile accesso al turismo di massa e conosciuto a pochi. Ci può introdurre a questa mostra?
P: A partire dal 6 dicembre 2014 ICI Venice propone un viaggio nel Regno del Bhutan attraverso il tempo dato che, ovviamente, questo piccolo Stato dell’Himalaya con gli anni ha subito notevoli cambiamenti. Per ben capire la storia e l’evoluzione di questo paese sono state organizzate, collateralmente alla mostra, una serie di conferenze in collaborazione con il Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, oltre alla partecipazione dell’Associazione “Amici del Bhutan”.
La mostra espone una collezione di tessuti rari e pregiati provenienti dal Bhutan e mai esposti prima, integrati da incontri sul tema dell’arte tessile organizzati con la collaborazione di Marina Majcen, artista ed esperta di tessuto veneziano.
Nonostante l’apertura attuale del paese ai visitatori, la concezione mistica bhutanese la si ritrova principalmente in tutti quei manufatti artistici come quelli qui presentati, i quali racchiudono e fungono da media fisici di quell’essenza tradizionale.
Parte centrale della mostra è anche il documentario girato da Anne e Ludovic Segarra nel 1975 dal titolo “Bhoutan, un petit pays possedé du ciel”; primo documentario europeo realizzato in Bhutan, rappresenta una delle massime testimonianze della profonda fase di cambiamento del Paese. Inoltre, grazie alla selezione di diapositive scattate durante le riprese del documentario, la prima stanza vuole introdurre il visitatore all’interno del viaggio che ha portato alla creazione dell’opera di Anne e Ludovic Segarra. Lo scopo è quello di illustrare e testimoniare il duro lavoro e le difficoltà istituzionali riscontrate durante la realizzazione del documentario, sono esposti infatti molti documenti ufficiali di Stato; lettere e scambi di autorizzazione avuti con l’allora famiglia Reale del Bhutan.
La prima volta che questo documentario fu trasmesso alla televisione francese ebbe un enorme impatto sul pubblico poiché il Bhutan non era mai stato presentato al mondo occidentale. Fu l’occasione, questa, di scoprire una società la cui storia, il cui stile di vita e il cui sistema amministrativo furono profondamente influenzati dal buddismo durante l’VIII secolo e che tuttora permane. Questo piccolo Stato gode di una complessa geografia, un labirinto di montagne e valli tra gli 800 e i 3300 metri, la quale ha permesso alla popolazione bhutanese di preservarsi dall’influenza di culture esterne.
Per questa mostra, il curatore François Pannier ha deciso, come già detto precedentemente, di dare maggiore rilievo a tessuti e vesti del Bhutan, creando un inevitabile richiamo con le grandi case tessili veneziane, dalla Bevilacqua, alla Rubelli, alla Fortuny. A fare da scenografia a questi oggetti di incredibile bellezza ci saranno i pannelli rivestiti dall’elegante carta da parati Fornasetti Milano Design a tema “Nuvolette”, che andranno a richiamare l’atmosfera del territorio himalayano.
La scelta di esporre una delle tredici arti bhutanesi, quella tessile appunto, è stata possibile grazie al collezionista Alain Rouveure, proprietario e curatore della galleria Alain Rouveure Galleries nel Regno Unito.

In seguito alla buona affluenza di pubblico durante il periodo invernale, si è deciso di prolungare la mostra con riapertura il 2 maggio 2015. Essendo in concomitanza con la 56° Biennale d’Arte di Venezia sono stati chiamati ad intervenire all’interno degli spazi del Magazzino del Caffè e alla già precostituita mostra di arte etnografica sul Bhutan, due artisti emergenti italiani, Marco Casella e Daniele Pulze.
Le opere realizzate sono talmente ben integrate alla mostra e allo spazio da lasciare il visitatore doppiamente spiazzato, andando a creare un dialogo inusuale fra arte etnografica e arte contemporanea.

A: Infine le chiediamo se abbiate in programma ricerche specifiche sul campo nel 2015 e di quale tipo oppure – in alternativa – quali attività avete in programma e come sia possibile per i nostri lettori rimanere aggiornati sulle Vs attività, in Italia come all’estero.

P: La mostra attualmente in corso, “Contemporary Art Installations by Marco Casella and Daniele Pulze for Bhutan, Journey beyond the sky” terminerà il 13 settembre prossimo.
Qua di seguito vi elenco a grandi linee quelli che sono i progetti in programma:
–    Durante la Venice Design Week, che si terrà dal 3 all’11 ottobre 2015, ICI Venice invita Charles Lemaire e il suo team all’interno degli spazi del Magazzino del Caffè con il progetto AMOR. AMOR è stato ideato da Charles Lemaire in seguito ad una forte esperienza personale che lo ha segnato profondamente. Il primo agosto 2003, mentre Charles si trovava in residenza artistica presso il Centro Culturale di Bamako, in Mali, viene drammaticamente a conoscenza dell’assassinio di suo padre. A partire da quel momento, Charles inizia a vivere in uno stato di traumatismo costante. Durante questi anni passati, Charles è riuscito ad associare a quell’evento drammatico delle immagini, degli odori, dei fantasmi, dei luoghi, delle persone e delle voci. Così facendo è riuscito, in un certo senso, ad esorcizzare il dolore e il trauma provato, trasformando il tutto in linguaggio artistico.

–    Dal 4 al 6 dicembre 2015 presso gli spazi del Magazzino del Caffè si terrà un’esposizione/studio sugli Zan par, tavolette in legno scolpite, di antichissima tradizione, spesso utilizzate al posto dei sacrifici, appartenenti alle collezioni private di Franco Bellino e François Pannier. L’esposizione/studio sugli Zan par sarà organizzata sotto il patrocinio dell’Università Ca’ Foscari nel quadro del convegno internazionale dal titolo Making Connections on the Margins. Perspectives on Vernacular India.
–    Durante il periodo della Biennale di Architettura 2016 è prevista presso gli spazi del Magazzino del Caffè, la presentazione del progetto di restauro di uno stabilimento cubano e dell’annessa piantagione di caffè del XVIII secolo sotto la tutela dell’UNESCO. Il progetto rientra nel quadro di sviluppo socio-economico della provincia di Santiago di Cuba, con il sostegno dell’Unione Europea, dell’Oficina del Conservador de la Ciudade de Santiago de Cuba e della Fondation Malongo.
–    Infine per il periodo della Biennale di Arti Visive 2017 è prevista presso gli spazi del Magazzino del Caffè, la produzione e realizzazione di una mostra su Marco Polo. L’esposizione prevede un dialogo con l’arte e la letteratura contemporanea. Per maggiori dettagli potremo risentirci più avanti.
Per rimanere aggiornate sulle attività proposte da ICI Venice si può consultare il sito internet www.icivenice.com e le nostre pagine sui principali social network (Facebook, Twitter, Instagram, Tumbrl, etc…) Vi è inoltre la possibilità di iscriversi tramite il sito internet alla nostra newsletter che viene regolarmente inviata per ogni mostra e/o evento collaterale ad essa.

Merci!

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Montagne360 agosto 2015: dal Neanderthal al Sapiens nella grotta di Manot

La copertina di Montagne360 di agosto 2015

Segnaliamo che è in edicola il numero di agosto della rivista Montagne360, del Club Alpino Italiano – qui il link con il sommario de LoScarpone.
In questo numero un pezzo a nostra firma dal titolo “Grotte, montagne ed evoluzione umana”
per ripercorrere sette anni di ricerche archeologiche nella grotta israeliana di Manot.
Per farlo abbiamo intervistato il prof. Stefano Grimaldi del Laboratorio “B.Bagolini” del’Università
di Trento ((Dipartimento di Lettere e Filosofia) e Presidente della Commissione “Human Occupations in Mountains Environments” dell’Unione Internazionale delle Scienze Preistoriche e Protostoriche. Siamo davvero di fronte ad uno dei luoghi simbolo della transizione da Neanderthal a Homo Sapiens?

Ma, come segnalato sul portale LoScarpone.it, sono molti gli argomenti interessanti di questo numero. Tra i tanti segnaliamo il portfolio fotografico legato alle terre di Pade De Agostini, le cui orme anche noi abbiamo seguito nel nostro viaggio reportage del 2011 in Argentina, come riportato sia nel nostro blog (qui e anche qui) sia in uno dei tre articoli che, sempre Montagne360, ha pubblicato nel 2011 e 2012.

Buona lettura e fateci sapere se vi sia piaciuto anche questo nuovo articolo!

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Tracce dal Pacifico nel DNA dei Paleoamericani

Il Rio delle Amazzoni

La fonte della notizia della settimana è il New York Times che ci racconta di una vicenda molto curiosa, che a nostro avviso dimostra come la scienza spesso avanzi secondo delle direttrici imprevedibili e grazie a scoperte non intenzionali.
Veniamo al dunque, partendo dalla notizia: due team di scienziati (genetisti) avrebbero trovato – seguendo percorsi autonomi e indipendenti – che vi è una seppur lontana parentela tra Amazzonici e indigeni del Pacifico (Australia e Nuova Guinea su tutti). Il collegamento sarebbe dovuto a quegli stessi Eurasiatici che avrebbero raggiunto sia il Nord America, sia la lontana isola Australiana. Ricordiamo che, migliaia di anno più, migliaio di anno meno, l’Homo Sapiens avrebbe raggiunto l’Australia circa 35.000 anni fa e solo 15.000 anni fa sarebbe entrato in Nord America dalla Siberia (il famoso stretto dii Bering).
Il primo gruppo di studio fa capo al dott. David Reich di Harvard che su Nature ha pubblicato un articolo nel quale riporta di questa vicinanza genetica grazie allo studio del DNA di perone viventi da differenti gruppi genetici e geografici e scheletri antichi. Lo studio sostiene che la migrazione in Nord America sarebbe accaduta secondo due ondate (alla quale si aggiunge quella più tarda degli Inuit): una prima ondata è di 15.000 anni fa e una seconda, della cosiddetta “popolazione Y”, ha dato origine a gruppi indigeni come Navajo, Apache e Chippewa che in effetti parlano lingue simili. Questa popolazione Y porta con sé tracce di DNA molto simili a quelle delle genti delle isole Andamane e della Nuova Guinea.
L’altro gruppo di scienziati, il cui portavoce nell’articolo del quotidiano statunitense è il genetista Maanasa Raghavan, ha pubblicato il suo articolo su Science e ha condotto le proprie ricerche grazie allo sforzo di oltre 100 scienziati e alle tecnologie del laboratorio danese del prof Eske Willersev, uno dei più famosi e attivi ricercatori nel campo del DNA (Università di Copenhagen and Center for geogenetics). La loro ricerca, durata oltre sette anni, mirava a determinare come sia stata popolata la terra americana. La loro conclusione è che la divergenza con il DNA Europeo accadde 23mila anni fa ma anche loro hanno trovato tracce di DNA in alcuni nativi sudamericani che sono simili a quelle degli Australiani.
Cercando di tirare le conclusioni, se da un lato è evidente che siamo di fronte ad un altro pezzo del puzzle e che di certo potrà alimentare nuove ipotesi su eventuali contatti tra sudamericani e genti del Pacifico (nonostante entrambi i gruppi di ricerca escludano una migrazione anche solo parziale che non sia passata da Bering..), è altrettanto evidente che le conclusioni sono apprezzabili considerando le modalità attraverso cui si è giunti al risultato. Il secondo gruppo infatti era focalizzato sul tema e stava svolgendo uno studio pluriennale che ha coinvolto come già detto oltre 100 teste pensanti, mentre il primo studio – quello del dott. Reich – non era affatto mirato alla ricerca di eventuali connessioni tra paleo americani e altre popolazioni. “Ci siamo imbattuti casualmente in questo dato – ha detto il prof. Reich al New York Times – e non stavamo affatto cercando in quella direzione”.

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SCAVO IN AMBIENTE FLUVIALE: PRIMA DIDATTICA IN ITALIA

Pubblicata su Il Gazzettino_it

Udine, Padova, Trieste e Sydney a caccia di antichi tesori sullo Leggiamo con piacere sulla versione online de Il Gazzettino che inizia oggi 22 giugno sul fiume Stella il primo scavo didattico archeologico in ambito fluviale. Un progetto – dal nome Anaxum- reso possibile grazie all’impegno dell’Università di Udine – con il sostegno della provincia – e con la partecipazione  di studenti, dottorandi e specializzandi dell’Università di Udine e di altri atenei italiani oltre che del partner progettuale Texas A&M University (Usa). Inoltre collaborano  l’Institute of Nautical Archaeology (Usa), e le università di Padova, Trieste e Sydney (Australia). Uno scavo che a livello internazionale non ha pari e che prevede un laboratori di archeologia subacquea fino a fine agostoper cercare nei fondali del tratto del fiume nei pressi del comune di Palazzolo dello Stella (Udine), nuovi reperti che si aggiungeranno ai 700 del 2014 quando emersero resti di un relitto medioevale, scoperto a Precenicco, risalente all’ XIsecolo e considerato un unicum mondiale.

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UN DENTE, UNA GROTTA E UNA STORIA DI 400 MILA ANNI FA

 

Foto del Prof Israel Hesrhkowitz (Qesem-Cave-teeth) della Tel Aviv Univ e pubblicata su archaeology_org

Diventerà poi il “corridoio levantino”, quella striscia di terra nel Medio Oriente in cui Neanderthal e Sapiens forse si sono conosciuti: stiamo parlando dell’area in cui sta anche la grotta di Qesem, in Israele. E’ lì che il team dell’Università di Tel Aviv (TAU), guidato dal prof Avi Gopher, ha recuperato e studiato un dente umano di 400.000 anni fa che – grazie ad almeno 200.000 anni di isolamento dal mondo esterno – ci dice molto di più sulle abitudini alimentari e culturali dei nostri predecessori. Il dente in questione è ricoperto da una concrezione che racchiude in se tracce di sostanze irritanti per la respirazione. Queste ultime includono anche tracce di carbone che potrebbero essere state assorbite con i fuochi accesi nel riparo roccioso. E’ la più antica concrezione dentale mai studiato e solo una combinazione di metodologie molto avanzate hanno permesso di restituire dati così ricchi e precisi che hanno evidenziato anche particolari della dieta dell’epoca, come semi e noci, ma anche fibre che- a detta del team di ricercatori – potrebbero essere state utilizzate per la pulizia dentale!Abbiamo redatto questo breve post seguendo il pezzo pubblicato da archaeology.org e lo abbiamo selezionato per il semplice fatto che ancora una volta i ritrovamenti in ambienti non di pianura sono in grado di arricchire notevolmente le nostre conoscenze, ma anche perché proprio l’area israeliana è oggetto di un nuovo articolo da noi consegnato da poco alla redazione di Montagne360. Vi faremo sapere quando lo potrete trovare in edicola!

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Evidenze di fiori di 16,000 anni fa in una tomba del paleolitico in Spagna: comportamento rituale?

Immagine di Eurekalert.org

Un comunicato stampa dello scorso 8 maggio della “University of the Basque Country” ha annunciato la scoperta di tracce di fiori risalenti al Paleolitico all’interno della tomba della red Lady, in Catalogna. I ricercatori Maria Jose Iriarte e Alvaro Arrizabalaga hanno pubblicato un articolo con le loro scoperte su un edizione monografica dedicata a questa tomba del Journal of Archaeological Science.
L’immagine riporta il polline fossilizzato di alcune Cenopodiacee ritrovate nella tomba di El Miron, datata al Paleolitico Superiore fin dal momento della sua scoperta, nel 2010. Intatta e incontaminata, questa tomba è talmente importante per la ricerca che la prestigiosa rivista di archeologia vi ha dedicato, per l’appunto, una monografia. I resti di fiore risalirebbero a 16.000 anni fa  e secondo la studiosa Iriarte, che li ha analizzati, “non sappiamo se questi fiori siano stati posti nella tomba a seguito di un comportamento rituale o meno. Quello che sappiamo è che la grotta di El Miron non è stata abitata tra il paleolitico medio e l’età del bronzo”.
Nel 2010 dei resti ossei di una donna tra i 35 e i 40 anni sono stati restituiti dagli scavi nel retro della grotta, in un piccolo spazio tra il fondo e una pietra, probabilmente parte di un crollo, che riporta numerose incisioni e che potrebbero risalire allo stesso periodo dell’inumazione. Siamo di fronte ad un altro comportamento rituale? Le ossa della donna sono state ritovate con pigmentazioni rosse-di cora naturalmente- e hanno dato il nome alla sconosciuta: la Donna Rossa, the Red Lady.Ora gli studi sulle condizioni ambientali hanno restituito i pollini e le spore, conservatesi nei sedimenti studiato. Nonostante i cambiamenti climatici dell’epoca, nella zona della tomba è stata trovata un alta concentrazione di una sola pianta, la  Cenopodiaceae, assente in altre parti della grotta. Ciò fa pensare che questa pianta – già non parte del paesaggio circostante la grotta – non sia arrivata al fondo della grotta in maniera naturale, ma per azione umana. Cibo? Uso terapeutico? O fu una pianta posta sulla tomba?

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DNA Field Lab: presentato in Italia il primo laboratorio mobile per il sequenziamento della doppia elica

Il campo in Tanzania - foto del MuSe

Ieri a Trento, al MuSe, lo stesso Museo della Scienza trentino e l’Università di Verona hanno presentato “DNA Field Lab”, progetto di innovazione tecnologica sviluppato in collaborazione con Oxford Nanopore Technologies e Biodiversa Trento.
Una rivoluzione, pare.
DNA Field Lab è il primo prototipo sviluppato per permettere il sequenziamento del DNA fuori dall’ambiente controllato del laboratorio, un kit che porta le analisi molecolari direttamente sul campo, cambiando il volto di quello che finora è stata l’esplorazione della biodiversità e dei suoi protagonisti.
Grazie alla nuova strumentazione e ai protocolli sviluppati per l’estrazione, purificazione, amplificazione e sequenziamento del DNA a temperatura ambiente, il kit consente il sequenziamento sul campo, “real-time”, di qualsiasi materiale biologico, in qualsiasi parte del mondo.
Durante la conferenza stampa è stato effettuato il primo test di DNA Field Lab. Michele Menegon, ricercatore del MUSE, e Massimo Delledonne, professore ordinario di genetica dell’Università di Verona, in collegamento Skype dalla Tanzania  con i colleghi di Trento. Dal monte Rungwe, nella parte meridionale del paese, i ricercatori inviano al MUSE, per la prima volta direttamente dal campo tramite uno smartphone, la sequenza della doppia elica di un animale selvatico.

La tecnologia innovativa di DNA Field Lab apre la strada a una vasta gamma di possibili applicazioni sul campo in tutti quei contesti in cui la portabilità del sistema e la rapidità del risultato possono fare la differenza. I costi contenuti e l’autonomia dai laboratori tradizionali mirano a promuoverne la diffusione in quelle regioni, in particolare nel sud del mondo, dove la mancanza di infrastrutture dedicate all’analisi genetica rappresenta un fattore limitante per l’avanzamento nelle conoscenze scientifiche ma nono solo. I campi di applicazione di questo laboratorio portatile si estendono da quello medico, ai controlli doganali fino alle analisi sulla sicurezza alimentare.

Innovazione per l’archeologia, l’antropologia fisica soprattutto, ma anche la medicina.
Evviva.

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Nepal: come aiutare nella valle del Rolwaling.

Immagine dal sito www.exploralimits.com

 

Non siamo esperti di Himalaya. Ma qualcosa di archeologia di montagna lo abbiamo capito. E forse per questo l’amico Davide Peluzzi, con cui abbiamo condiviso un piccolo percorso negli scorsi anni, ci chiede da tempo di collaborare con l’associazione di cui è presidente:
la Explora Nunaat. Da un paio di anni ci invita a prendere parte ad una spedizione in Nepal, nella valle del Rolwaling. Prima impegni di lavoro, poi familiari e non siamo ancora riusciti a partire con Davide.
Ma ora proviamo a dare un piccolo aiuto, comunque. Diramiamo pertanto il comunicato stampa di ieri, con cui l’Associazione di Davide si impegna seriamente a ricostruire le case crollate nella valle nepalese, che da tanti anni frequenta insieme ai suoi compagni di spedizioni.
Possiamo solo immaginre l’emozione con cui Davide e gli altri amici della Nunaat possano aver preso la notizia del devastante terremoto di pochi giorni fa. IMmagino i pensieri correre a persone ben precise, ad amici, a famiglie, a bambini, a luoghi pregni di sgnificato per lui, per loro, per l’umanità tutta.
Immaginiamo se questo accadesse sulle Ande, dove d’altra parte a Cusco stanno attendendo una sorta di “big one” già dalla fine degli anni Novanta. Sarebbe un dolore troppo grande.
E allora, se potrà aiutare, ecco questo post con le indicazioni per chi vuol provare a lenire un dolore, con la consapevolezza che ogni euro arriverà a destinazione. E arriveranno comunque le nostre preghiere
che giungeranno agli spirit delle montagne himalayane attraverso le bandierine colorate che anche noi abbiamo portato nelle Ande, nel 2011, facendone oggetto di dono ad ogni persona,famiglia, archeologo che ci ha ospitato.

Press Release, 30 Aprile 2015.

Nepal Earthquake: “Una Luce per il Nepal”: oltre 25 milioni di persone colpite dal violento sisma.
Explora Nunaat International: “Ricostruiremo le case nella Rolwaling”.

Davide Peluzzi, Presidente Explora Nunaat International: «La violenza del terremoto che ha colpito la Regione è un dramma non solo per l’area di Kathmandu e Campo Base Everest. Sono i villaggi dell’entroterra, distrutti totalmente e senza alcun aiuto, quelli ignorati completamente dai mass media e dai Governi».
Tra di essi il villaggio di Gorkha assieme ai 25 milioni di persone che vivono in Nepal fuori da Kathmandu: «Il nostro appello – dice Davide Peluzzi – è quello di attivarsi nei confronti delle aree remote e delle città minori dove il terremoto ha bloccato le vie d’accesso agli aiuti e molti villaggi sono stati distrutti quasi nella loro totalità: tra di essi il Villaggio di Gorkha nel Burhi Gandaki».
«L’intervento Explora sarà concentrato sui villaggi dimenticati della Rolwaling, dove da anni abbiamo intrapreso un aiuto concreto con la costruzione di un acquedotto e dove durante la spedizione “Extreme Malangur Expedition 2015” porteremo realmente aiuti nei villaggi di Singati-Jagat-Simigaon e Beding-Na e doneremo dei telefoni satellitari.
«Ora in Nepal non servono più le BELLE PAROLE ma buone mani e concretezza».
E’ già attivo un conto corrente su cui ognuno può effettuare il proprio versamento intestato a:
EXPLORA progetto presso la Banca TERCAS di Montorio al Vomano (TE) – IBAN: IT 19 P 06060 76930 CC0310052148.
Tutte le donazioni verranno investite per ricostruire i villaggi degli sherpa nella Rolwaling Himal, una valle dell’Himalaya raggiungibile solo attraverso un impervio viaggio di 4/5 giorni.

L’Explora consiglia di non inviare materiali se non si hanno riferimenti di contatti diretti e affidabili in Nepal.

Explora Nunaat International è un’Associazione no-profit di esplorazione e ricerca in ambienti estremi nata nel 2007. Nel 2008, in occasione dell’Anno Internazionale Polare l’Associazione è stata premiata, per la spedizione in Artico (Groenlandia Orientale) con una medaglia e con una lettera di encomio a firma del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nel 2011 l’Associazione ha effettuato una spedizione a fini umanitari in Himalaya, denominata Earth Mater. Nell’occasione sono stati intrapresi rapporti di cooperazione con il Governo del Nepal. In data 9 novembre 2011 è stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra l’Associazione e il Governo del Nepal, rappresentato dal Sottosegretario alla cultura Jaya Ram Shestha, nei settori delle risorse idriche, sanità e turismo nel progetto denominato “Nepal – Gaurishankar 2013”.

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