E se l’Isola di Pasqua non avesse visto nessuna guerra?

Posted by admin on 17 febbraio 2016

Photo Credit: Carl Lipo, Binghamton University

Ieri è stato lanciato un comunicato stampa dalla Binghamton University dal titolo “Easter Island not destroyed by war, analysis of ‘spear points’ shows”

Conosciamo decine e decine di studi degli ultimi anni, inclusi quelli dell’amico archeologo Giuseppe Orefici (Centro Studi e Ricerche Arch. Precolombiane), che hanno determinato come l’Isola di Pasqua abbia visto una decadenza improvvisa a causa del deteriorarsi dei rapporti tra due fazioni (spesso identificate come le due fazioni delle “orecchie lunghe” e delle “orecchie corte”), che sarebbe sfociata in una guerra fratricida, capace di annientare le riserve vegetali dell’isola.

Ora però la Binghamton University dello stato americano di New York pubblica un analisi delle migliaia di mata’a ritrovati sull’isola. I mata’a sono oggetti triangolari, lanceolati, in ossidiana da sempre interpretati come resti di punta di lancia e, dunque, strumenti di guerra, testimoni dunque di “quella” ultima e devastante guerra. Il team guidato dal prof. Carl Lipo, professore di antropologia alla Binghamton University, ci dice che no, non erano armi da guerra, ma normali strumenti di uso quotidiano. L’analisi morfometrica compiuta su oltre 400 esemplari – anche comparati ad altri artefatti europei -  avrebbe chiarito come questi non potessero essere usati in guerra,in quanto poco performanti e dunque, anomali per un tale uso. L’antropologo americano ne deduce che siano stati oggetti per altro uso (domestico/agricolo? per i tatuaggi?).
L’isola pertanto – nelle conclusioni di Lipo, sarebbe stata vissuta pacificamente fino all’arrivo degli Europei.
L’articolo, pubblicato su “Antiquity” è destinato ad aprire un nuovo capitolo nello studio dell’isola. Personalmente restiamo ancora dell’idea che qualcosa di non piacevole sia accaduto prima dell’arrivo europeo. Invitiamo, ad esempio, a leggere l’illuminante testo di Jared Diamond, “Collasso- come le società scelgono di vivere o di morire”.

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