Ecco la verità sulla “camera segreta” di Machu Picchu

Come promesso abbiamo cercato di capire cosa stia accadendo a Machu Picchu sulla scia della notizia ribattuta a livello mondiale, e giunta anche su qualche media in lingua italiana, che vi sia una “camera segreta” ritrovata nella cittadella Inca. Queste notizie davano molti particolari su quanto sarebbe sotterrato nella zona delle ricerche e anche che tali ricerche erano al momento bloccate dal Ministero di Cultura.
Ringraziamo dunque il Direttore del Parco Archeologico di Machu Picchu, Prof. Fernando Astete, da noi intervistato nel 2011 a Cusco prima della visita alla cittadella, che ha gentilmente risposto alla nostra richiesta di chiarimenti. Abbiamo anche provato a contattare l’ONG Inkari, protagonista (a suo modo) della vicenda in qualità di capo fila nelle ricerche con georadar del 2011 e ora in qualità di realtà firmataria di un nuovo progetto di scavo e investigazione archeologica. Purtroppo, ad oggi, nessuno dei referenti di Inkari ONG ci ha risposto, pertanto scriviamo questa news senza poter avere dalla ONG stessa un parere in merito.
Grazie ai documenti che il Prof Astete ci ha inviato siamo in grado di riassumere la vicenda e – ci auguriamo – dare una corretta informazione sul caso. I documenti in nostro possesso sono una dichiarazione ufficiale alla stampa del Consiglio Direttivo del Comitato Peruviano dell’ICOMOS (International Council on Monuments and Sites, il cui operato consiste nell’offrire consulenza all’UNESCO per la conservazione e la protezione dei luoghi considerati patrimonio culturale nel mondo) e una relazione scritta in risposta alle recenti news internazionali firmata dall’Arch. Piedad Champi Monterroso, archeologa in carica a Machu Picchu e che abbiamo avuto il piacere di conoscere nella nostra visita in sito nel 2011.
Nel 2011 l’ONG Inkarri, sotto la guida dell’archeologo francese Thierry Jamin, ha compiuto una ricognizione con georadar di Machu Picchu, individuando una possibile camera sepolcrale nel settore urbano (Recinto 02, Settore II, Sub Settore E, unità 03). A seguito di tale prospezione, la ONG con sede a Cusco ha presentato al Ministero di Cultura di Cusco un progetto di scavo che è stato firmato dal Direttore Regionale di Cultura di Cusco, Antrop. David Ugarte. In seguito il progetto è stato respinto per diverse mancanze e assenza di requisiti (li vedremo più avanti). A questo punto la ONG Inkarri ha fatto appello a questo rifiuto e, prima che vi fosse una nuova posizione ufficiale a riguardo, ha iniziato una campagna stampa nella quale i termini della vicenda sono stati “esasperati” con particolari non verificabili (che già abbiamo segnalato come tali nel precedente post della scorsa settimana) in grado di far presa sull’immaginazione del lettore. Alcuni giornali, tra i quali anche il quotidiano El Comercio (molto letto), hanno dato pubblicazione del dispaccio stampa dell’ONG Inkarri e così nel mondo si è diffusa una vicenda secondo la quale il Ministero di Cultura peruviana impedirebbe il ritrovamento niente-di-meno-che della mummia di Pachacutec Inca (!) nonché dell’oro e dell’argento che ricoprirebbero le stanze della sua sepoltura.
Vediamo dunque come i documenti a noi giunti aiutino ad inquadrare meglio la questione.
Per cominciare riportiamo di seguito alcuni stralci della dichiarazione dell’archeologa Champi Monterroso, che segue la cittadella di Machu Picchu per conto del Ministero di Cultura Peruviano, con la quale la scienziata peruviana da un lato chiarisce le motivazioni per cui il progetto Inkarri é stato bocciato, dall’altro precisa i termini dell’attuale stato delle ricerche (distinguendo informazioni probabili da invenzioni mediatiche). Precisiamo che il testo che segue è stato da noi tradotto e ci scusiamo con l’autrice per eventuali errori di interpretazione (non di sostanza, in ogni caso):

Si è venuto diffondendo in mezzi scritti, televisivi a livello nazionale ed internazionale della supposta identificazione dell’esistenza di un mausoleo Inka in Machupicchu con grandi quantità di oro ed argento che inizialmente sarebbe stato attribuito alla tomba dell’Inka Pachakuteq e che per strategia, è stato poi cambiato con una versione secondo la quale corrisponderebbe ad un personaggio molto importante della cultura Inka, Panaca dell’Inka Pachacuteq.

Il Direttore del Parco Archeologico Nazionale di Machupicchu, congiuntamente con professionisti di carattere interdisciplinare (architetti) ingegneri, storiografi, e nella mia condizione di archeologa della Città Inka di Machupicchu, abbiamo respinto in maniera decisa l’approvazione del “Progetto di investigazione archeologica, con scavo, apertura del vano di accesso del Recinto 02, Settore II, Sub Settore E, unità 03, del settore Urbano della Cittadella Inka di Machupicchu, richiesto dall’investigatore ed esploratore francese Thierry Jamin, diplomato in Storia, Geografia ed Archeologia che nella sua condizione di Co Direttivo del progetto dell’ONG INKARI e la sua squadra tecnica confermano il “ritrovamento trascendentale” che cambierebbe la Storia Machupicchu.
Sono state rese note le mancanze tecniche di questo progetto (…)  In detto progetto si descrivono criteri metodologici e tecnici errati, che presumono l’esistenza di una vano murato in un muro di contenimento di più di 3 metri di altezza (lato est), sulla cui piattaforma superiore si trova edificato un recinto con 3 vani di accesso verso il lato ovest. Questo supposto vano di accesso condurrebbe ad un gran mausoleo (ripieno di piattaforma). Sostengono che esista una camera funeraria? Sarebbe allora necessario richiedere  un’esumazione e non solamente l’apertura di un vano, in questo senso il progetto non pare percepire l’obiettivo.
In questo momento i media riportano che è riscontrata “anche l’esistenza, dietro la porta di accesso, di una scala foderata con una placca di oro che conduce proprio al recinto principale”. Un’elucubrazione che arriva ai limiti della sua ambizione per trovare metalli, visto che dice anche che “probabilmente gli inca hanno nascosto il tesoro di Cusco in momenti di caos durante la caduta dell’incanato. Possono essere, e mi si accappona la pelle quando dico ciò, tesori portati dal Coricancha e da altri templi sacri”, dice l’archeologo francese (fonte: Diario El Comercio: Rivista Rumbos, 2013). Come professionisti siamo indignati da queste versioni tirate per i capelli, argomentate con esagerazioni e fallaci.
D’altra parte il sostegno storico ai riferimenti del mausoleo dell’Inka mancano di contestualizzazione (…) Oltre a ciò la Dra. Mariana Mould de Pease riporta che le attività del culto delle panacas reali intorno alle mummie dei governanti inca (per quelle che avevano “grandi quantità di oro e argento”), non prevedevano sepoltura.
(…)
Nell’articolo 40 del Regolamento di investigazioni archeologiche (…) si descrivono le tecniche di protezione e/o conservazione per gli scavi, l’architettura ed i materiali archeologici. Si dice che nel caso vi fossero lavori con resti umani vanno segnalate le tecniche specifiche tanto nel campo come nel laboratorio, come del suo imballaggio.
Visto che l’obiettivo principale del progetto è liberare la muratura che occulta l’accesso, la quale conduce fino alle supposte camere funerarie, oltre allo studio delle cavità localizzate durante lo studio anteriore. Non si precisa fino a dove si approfondirà la liberazione del supposto “muro” dove ora affermano che “determinarono già l’esistenza di una gran camera funeraria, con una considerabile quantità di oro ed argento, e una struttura sotterranea che alberga una decina di cavità che suppongono l’esistenza di uguale numero di sepolture, alcune di esse molto piccole che possono corrispondere a bambini.”
Quindi hanno solo l’interesse di liberare la muratura e non di procedere ad una esumazione? nella descrizione delle tecniche di protezione e/o conservazione, (gli autori del progetto, ndr) indicano solo che in caso di ritrovamento di ossa umane, queste saranno inviati al laboratorio di Antropologia Fisica della Direzione Regionale di Cultura di Cusco, per il loro studio corrispondente. Dunque, perché non segnalano in maniera specifica il registro di ossa umane, le tecniche specifiche sia sul campo sia nel laboratorio, così come il suo imballaggio? Come potremmo noi interpretare gli obiettivi di studio che vogliono raggiungere se nel progetto non è contemplata l’esumazione di un contesto funerario ?
Questa confusione teorica é dimostrata in un documento ufficiale di INKARI, “Machupicchu2012: Alla ricerca della Camera Segreta”, presentato alla Municipalità provinciale del Cusco, del quale si segnalano i seguenti estratti:
“L’utilizzo di camere endoscopiche confermano l’ipotesi secondo la quale i blocchi di pietra e quelli terrapienati disposti nell’entrata dell’edificio avevano la sola funzione di occultare un passaggio e non di sostenere le strutture dell’edificio. Gli spazi larghi e vuoti lasciano scorgere l’esistenza di un misterioso corridoio. Sembra che Thierry Jamin ed il suo gruppo non si siano sbagliati. Le risonanze sono effettive. Si tratta proprio di una porta, chiusa dagli inkas per occultare qualcosa di molto importante. Qui si nasconde probabilmente il tesoro principale di Machu Picchu. (si mostra immagine di Pachacuteq, pag. 06: Alla ricerca della Camera Segreta 2012)
(…) Thierry Jamin si prepara alla successiva tappa: l’apertura dell’entrata, coperta dagli Inca.
Tra qualche giorno, l’archeologo francese presenterà alle autorità peruviane una domanda di autorizzazione che permetterà a lui e alla sua squadra, in collaborazione stretta col Ministero di Cultura peruviano, di smantellare i blocchi di pietre e le tonnellate di terrapieni che, ad oggi, occultano l’accesso verso le camere funerarie. Sono in gioco un tesoro archeologico straordinario e nuove conoscenze sulla storia dimenticata dell’Inkanato”. (Alla ricerca della Camera Segreta 2012).
Come lavori preventivi di conservazione indicano solo che le unità previste saranno protette mediante una cintura di sicurezza confezionata con corde per evitare che questi siano alterati per l’azione umana. Si installeranno strati trasportabili di soffitto impermeabile per evitare le inclemenze naturali, vento o pioggia. Una volta conclusa la liberazione corrispondente, si metterà un piano per la conservazione delle strutture architettoniche. Queste saranno sottoposte a lavori eminentemente di conservazione, previa qualificazione. Posteriormente saranno bollate o sepolte.
Ratificano che hanno identificato con dei geo-radar (camere endoscopiche) un corridoio (delle scale?) costruite per accedere a queste cavità. Perché? Nel procedimento tecnico del progetto non specificarono la distanza, altezza e profondità delle cavità registrate, come dovrebbero asportare gli elementi litici (ripieno della piattaforma) dove sarebbero posti e come sarebbero reinseriti questi elementi, e non prevedono studi sulla capacità portante del ripieno della piattaforma, sul trattamento del piano nella sua parte superiore e se questi movimenti possano generare problemi di stabilità strutturale; solo sostengono in maniera schietta “che si inserirà un piano per la conservazione delle strutture architettoniche.” Allegramente segnalano nelle loro pubblicazioni che smantelleranno i blocchi di pietra e le tonnellate di terrapienati che, oggi, occultano l’accesso verso le camere funerarie. Pare che questa ONG ignori gli accordi internazionali di conservazione, la legislazione vigente e la categoria di Machupicchu in qualità di Sito Patrimonio Mondiale. Ugualmente chiariamo che la Città Inka fu costruito sul “caos granitico”.
Queste pretese solo riflettono e ci confermano un’altra volta l’unico interesse (del progetto, ndr) di trovare “metalli”, senza avere una conoscenza esatta sulla conservazione di un’importante struttura architettonica che fa parte di un monumento considerato Patrimonio Culturale dell’Umanità. Reiteriamo che mai hanno dimostrato e sostenuto i principi tecnici basilari del procedimento di conservazione per potere aprire questo “ipotetico vano di accesso.”
(…)

L’archeologa termina il suo scritto con una richiesta alla stampa di verificare le fonti, visto che è stata accusata da un paio di periodici di impugnare il progetto della ONG Inkarri senza avere un sostegno teorico, forse perché “difficilmente si può ribattere l’esperienza di un’autorità mondiale nel tema, come Víctor Pimentel che appartiene alla squadra di Inkari.” Nel progetto non esiste pagina alcuna dove sia menzionano il nome di Pimentel… Inoltre già un archeologo indipendente, come richiesto dalla ONG, ha valutato e bocciato il progetto che, evidentemente, presenta molte inesattezze di metodo e pare non tener affatto conto della conservazione della Città Inka in qualità di Sito UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Passiamo ora alla nota alla stampa diramata dall’ICOMOS Perù. Riportiamo i punti salienti della comunicazione pubblica, con la quale il Consiglio ricorda che:

a) Ogni processo che si realizzi in siti archeologici peruviani deve rispondere strettamente ai criteri tecnici e scientifici vigenti, in accordo con le leggi in vigore.

b) Nel caso del Santuario Storico di Machu Picchu il principale documento tecnico ad applicare è il Piano Maestro, al quale deve attenersi rigorosamente qualunque progetto scientifico.

c) Sebbene è certo che l’utilizzo di mezzi tecnologici possono permettere determinare caratteristiche del sottosuolo, il fatto che apparentemente si sia dimostrato l’esistenza di cavità e “tra esse una camera quadrangolare” ed accessi, non è più che un indizio che deve assumersi con somma attenzione, precisione scientifica e tecnica.
Le priorità della squadra dell’ONG Inkari non sembrano compatibili con quelle che corrispondono al Ministero di Cultura, alla Direzione Regionale di Cultura del Cusco, all’Unità di Gestione di Machu Picchu ed ai professionisti che lavorano conformemente alla Legge di suddetti organi. Nei documenti editi da Inkari vi si legge che richiedono un’autorizzazione per “smantellare i blocchi di pietre e tonnellate di terrapieno che, ad oggi, occultano l’accesso verso le camere funerarie. E’ in gioco un tesoro archeologico straordinario e nuove conoscenze sulla storia dimenticata dell’Inkanato” (citato dall’articolo “Machu Picchu2012. Alla ricerca della Camera Segreta dell’ONG Inkari”). È chiaro che si tratta di “beni del patrimonio culturale” e non di “tesori straordinari.”

Nel resto del documento ICOMOS ricorda che in qualità di ente vigilante non farà mancare la propria attenzione in merito e nel punto che segue ci pare incoraggiare l’approfondimento di quanto svelato dalla prospezione geo-radar:

d) In ogni caso ICOMOS Perú confida ed esorta le istituzioni responsabili affinché, se corrispondenti alle necessità scientifiche, possa realizzarsi un programma di intervento attento a tutti i fattori, dalla preservazione del paesaggio culturale della Cittadella fino alle condizioni geologiche della zona. Tale programma dovrà prendere le misure necessarie e dovrà realizzandosi nei termini che garantiscano la continuità e sostenibilità del sito archeologico stesso. Nella misura in cui così le qualità scientifiche lo permettano, potrebbe incorporarsi al progetto personale debitamente qualificato e vincolato con gli studi previ. Ugualmente si ricorda la necessità di aderire strettamente alle norme relative al Patrimonio Mondiale che implicano una debita comunicazione all’Unesco su qualunque progetto che si intenda eseguire.

E’ chiaro dunque che:
a)    Qualcosa è stato rilevato, e per l’esattezza l’esistenza di un possibile vano artificiale nel settore urbano della cittadella;
b)    Non si conoscono altri particolari del vano (nemmeno la profondità del vano stesso, che pur in qualche news pubblicata online é stata indicata in 20 metri di profondità – ma non é un dato esistente nella relazione di progetto presentato..);
c)    Non é possibile (ovviamente!) dedurre cosa vi sia nel vano, tanto meno “oro e argento”, mummie reali, di adulti o bambini;
d)    Inkari non ha presentato un progetto accettabile, in quanto fallace sotto molti aspetti (scientifici e tecnici) che non tiene minimamente conto non solo della vulnerabilità di Machu Picchu, ma nemmeno delle più basilari conoscenze di indagine sul campo.

Rimane però importante capirne di più. E l’ICOMOS nell’ultima nota che riportiamo ci sembra della stessa opinione. Ovviamente dando attenzione alla metodologia e alla serietà.
Abbiamo anche contattato l’archeologo americano Gary Ziegler, esploratore dell’area di Machu Picchu per molti anni e autore di molti saggi sul tema, che è anche dell’idea che l’area andrebbe comunque investigata. Né i contatti di Ziegler né i nostri (limitati ma pur sempre validi) ci hanno restituito un qualsiasi report sulla ONG protagonista.
Speriamo così di aver presentato ai nostri lettori una panoramica completa dei fatti allo stato attuale (per ora crediamo di essere i primi a farlo in lingua italiana) e, come sempre, ci impegniamo per riportare eventuali nuovi sviluppi.

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Website peruviano annuncia la possibile scoperta di una camera sepolcrale a Machu Picchu

Scatto di Arkeomount con evidenziata la zona delle ricerche

Questa mattina tramite i social network abbiamo letto di una notizia di poche ore fa, diramata dal sito www.rumbosdelperu.com. Pare che le ricerche effettuate dalla Ong Instituto Inkari di Cusco, guidato dall’archeologo francese Thierry Jamin, avrebbe completato una fase di ricognizione con georadar nella cittadella di Machu Picchu, individuando una possibile camera sepolcrale a venti metri di profondità. La news online sostiene anche che la camera contiene oro e argento, oltre ad alcuni corpi umani. L’autore del pezzo azzarda persino il nome di Pachacutec Inca (motivo per cui la news sta facendo il giro del mondo!). Ci pare difficile avere così tanti particolari da una prospezione georadar (!) ma anche solo la possibilità che vi sia una struttura interrata artificiale sarebbe ben degna di nota, quando parliamo di Machu Picchu! Il progetto di ricerca dell’istituto Inkari è stato visionato il 12 dicembre 2011 dal Ministero di Cultura del Perù (praticamente negli stessi giorni in cui si concludeva il nostro Ande 2011) e approvato nel marzo dello scorso anno. In queste ore stiamo cercando di entrare in contatto con i protagonisti della vicenda per avere la possibilità di informarvi al meglio di questa vicenda.

Alleghiamo un’immagine scattata durante il reportage Ande2011 in cui evidenziamo con un circolo rosso la zona interessata dalle ricerche.

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Dall’India migrazioni in Australia 4.000 anni fa.

La curca gialla indica il nuovo flusso migratorio individuato dai genetisti

Uno studio condotto dal ricercatore Mark Stoneking del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology (Germania) proverebbe come abitanti dell’India avrebbero raggiunto le coste della Papua Nuova Guinea e dell’Australia 4.000 anni fa, mescolando il loro codice genetico a quello degli aborigeni prima della colonizzazione europea del 1700.
“La migrazione può essere avvenuta grazie allo spostamento della popolazione dall’India all’Australia – afferma il ricercatore tedesco in una intervista rilasciata all’americana ABC News– oppure in termini di materiale genetico che di contatto in contatto si è spostato tra popolazioni contigue fino al continente australiano”. Lo studio è stato condotto su circa un milione di marcatori genetici e ha comparato le variazioni nei modelli genetici  di molte popolazioni. Il gene individuato arriverebbe dall’India all’Australia  in coincidenza di variazioni nel registro archeologico. Proprio nello stesso periodo appaiono infatti tecnologie microlitiche nuove e, contemporaneamente, appare il dingo. Come conferma Irina Pugach, che ha guidato il team di ricerca tedesco.
Le analisi sulla genetica di più di 300 popolazioni tra Papua New Guinea e isole del Sud Est asiatico dimostrano che tale migrazione sarebbe avvenuta 141 generazioni fa, ovvero circa 4.230 anni fa. Il dato più interessante è che lo studio rivela per la prima volta un origine comune tra aborgine australiani, popolazioni della Nuova Guinea e i Mamanwa, un gruppo di pelle nera delle Filippine. Questi tre gruppi si sarebbero separati geneticamente 36,000 anni fa.
News originale su Zeenews India.

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Nel 774 la terra illuminata da un’esplosione di raggi cosmici

Immagine tratta da www.link2universe.net

In queste ore le agenzia di stampa internazionali stanno dando ufficialità ad una ricerca che dovrebbe interessare anche lo studio archeologico. Tra le prime testate italiane a riportare la news citiamo TMNEWS . A seguito di un anomalia nella presenza di carbonio 14 negli anelli di crescita di due cedri giapponesi corrispondenti agli anni 774-775, i ricercatori dell’università di Nagoya hanno coinvolto altri ricercatori nel mondo, inclusi i tedeschi dell’Università di Jena, in Germania, per comprenderne i motivi. Proprio sull’ultimo bollettino  mensile della Royal Society (edizione tedesca), il prof. Ralph Neuhauser di Jena sostiene che la causa sia dovuta all’emissione di un potente flusso di raggi gamma.
In pratica il picco di carbonio 14, pari a 20 volte le variazioni classiche dovute alle attività solari, dimostrerebbe come la nostra terra sarebbe stata colpita da un’eruzione di raggi gamma pari a quella che si sprigionerebbe se due buchi neri collidessero o se due stelle a neutroni si urtassero. La certezza è che sul finire dell’ottavo secolo (circa 25 anni prima che Carlo Magno andasse sul trono) un bombardamento di raggi cosmici, un “flash” di raggi gamma, avrebbe fatto illuminare il cielo della Terra per qualche secondo, emettendo di fatto un quantitativo di energia superiore a quello che il Sole può produrre in miliardi di anni di attività.
Segnaliamo questa ricerca perché anche questo è un dato di archeoastronomia che potrebbe aver influenzato il modo di fare e di vivere delle genti dell’epoca. Così come qualche decennio fa le ricerche di paleoclimatologia davano nuovi dati su cui riflettere per rileggere il nostro passato, ora l’archeoastronomia si sta imponendo come scienza di cui tener conto nelle ricerche archeologiche e storiche, non solo per allineamenti solari e stellari, ma anche –pensiamo- di eventi capaci di segnare la storia umana.

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Un petroglifo comprova che l’uomo era in Brasile 12.000 anni fa. La più antica incisione delle Americhe.

 

"The little horny man" - CREDIT: photo collection of Laboratory for Human Evolutionary Studies - University of São Paulo livescience.com

"Luzia"- immagine da livescience.com

Continuiamo a tenere monitorata la situazione delle scoperte nel campo archeologico in Sudamerica dopo il progetto Ande2011 di Arkeomount. Una datazione del 2012 ha confermato come il petroglifo ritrovato nel 2009 in una grotta a Lapa do Santo, nel Brasile Centro Orientale, risalga ad un periodo compreso tra i 9.000 e i 12.000 anni fa.
Il petroglifo si trova su una riparo roccioso in arenaria vicino a Lagoa Santa Karst e ritrae una figura umana con un fallo gigante, pertanto riferibile ad un contesto di fecondità. L’incisione è stata trovata a quattro metri di profondità in uno strato che gli archeologi hanno scavato nel 2009. La datazione é stata resa possibile grazie agli sforzi dei professori Walter A. Neves, Astolfo G. M. Araujo, Danilo V. Bernardo, Renato Kipnis e James K. Feathers dell’Università di San Paolo.
Che ha usato sia la tecnica radiocarbonica (usata su particelle organiche trovate a diretto contatto con il petroglifo) sia con la tecnica della termo-luminiscenza o OSL (Optically stimulated luminescence),  solitamente usata per le ceramiche ma applicabile anche a strati di roccia rimasti al buio per lungo tempo. La prima suggerisce un età minima di 9.370 anni calibrata a 10.700 anni, mentre la seconda riporta un periodo compreso tra gli 11.700 (± 800) e i 9.900 (± 700) anni.

La datazione del petroglifo di Lapa do Santo porta una nuova evidenza a sostegno di teorie alternative o parallele a quella di Clovis (che vuole i primi e unici americani essere Paleo-indiani  che avrebbero raggiunto l’America dopo aver passato lo stretto di Bering in una ondata recente) in quanto indica una certa variabilità culturale nel periodo Olocene/Pleistocene in Sud America: non solo reperti materiali ma anche una dimensione simbolica che ci parla da 11.000 anni.

Nel 1975 nella vicina Lapa Vermelha è stata portato alla luce lo scheletro di una paleo-indiana nominata “Luzia”, che appartiene ad una serie di 81 teschi ritrovati nella regione e studiati nel 2005 da Mark Hubbe dell’Università di San Paolo. Non solo Luzia è di circa 11.000 anni fa, ovvero ben 3.000 anni prima della presunta discesa dei Paleo Indiani Siberiani, ma le caratteristiche antropologiche di questi teschi le differenziano al punto da far pensare gli scienziati che provengano dalla Melanesia e/o dall’Australia. Avrebbero risalito le sponde pacifiche asiatiche per poi ridiscenderle dal lato americano, prima dei Clovis.

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Erano regnanti mancati i corpi mutilati delle paludi irlandesi?

Foto tratta da www.rte.ie

Corpo di Portaloise-Co. Laois (RTE News)

La mano dell'uomo di Old Croghan - http://irisharchaeology.ie

L'uomo di Clonycavan - http://irisharchaeology.ie

 

 

 

 

 

 

 

Il Regno Unito ha molti spunti per la ricerca archeologica in ambienti anomali. A Londra ci è venuto spontaneo ricordare la nostra visita all’archeologia Irlandese del 2010 e proprio pochi mesi fa una news ha rinnovato il nostro interesse.

Nel 2011 è stato trovato un nuovo corpo mummificato in Irlanda. A sud est di Dublino, vicino alla città di Portaloise – nella palude di Cul na Móna – è emerso il corpo di una donna che probabilmente risale a tremila anni fa. Ben più antica dei due famosissimi corpi dell’uomo di Old Croghan e di quello di Clonycavan, entrambi esposti al Museo Nazionale Irlandese di Dublino, le cui datazioni risalgono al quarto secolo prima di Cristo.  La datazione della nuova mummia delle paludi è ancora incerta e una conferma del primo millennio prima di Cristo la renderebbe molto interessante.
Anche il corpo di Portaloise (Co.Laois) è giunta a noi in un incredibile stato di conservazione grazie ad un ambiente privo di ossigeno, un terreno acido e freddo che ha impedito il decadimento di pelle, capelli e unghie. Alcuni particolari sono emozionanti, come le unghie delle mani praticamente intatti.
Tutti i corpi ritrovati nelle paludi mostrano segni di omicidio, studiati con tecniche di antropologia forense. Non fa eccezione il nuovo corpo, come conferma Ned Kelly, capo del dipartimento delle antichità del Dublin National Museum, che ne ha seguito il recupero nel 2011. Era dunque un ennesimo sacrificio umano.
Ma perché?
La teoria più recente e a nostro avviso interessante è fornita dalle ricerche dello stesso Ned Kelly in un articolo pubblicato nel giugno del 2010 su Archaeology. Nella sua interpretazione queste persone sono regnanti mancati e furono uccisi per marcare confini tribali. Gli uomini di Old Cronaghan e Clonycavan hanno entrambi i capezzoli recisi per impedire loro di regnare. Infatti, nell’antichità irlandese succhiare il capezzolo di un regnante era segno di sottomissione. Recidere i capezzoli intendeva impedirne la possibilità a regnare e l’offerta del corpo alla Dea della Terra era un restituire alla stessa Dea, moglie sacra del Re, il corpo del suo (mancato) sposo. Kelly nota anche che le molteplici ferite sui corpi lasciano intendere che la Dea non fosse solo connessa alla fertilità, ma anche alla guerra e alla morta. Una Dea del Mondo Infero ci viene da dire. Siamo ancora in attesa di sapere se il corpo di Portaloise riporti o meno identiche ferite.

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Gli Assiri attraversavano l’Eufrate da sommozzatori?

Camminando nell’area dedicata agli antichi Assiri al British Museum ci si imbatte in un rilievo molto interessante per i ricercatori contemporanei. Come mostra l’immagine allegata al post  (abbiamo preferito inserire questa immagine trovata online sul sito mylifemagazine.com ) sono ritratti due guerrieri assiri impegnati a nuotare, presumibilmente nel fiume Eufrate, con uno strano “strumento”. L’interpretazione che va per la maggiore sostiene che si tratti di sacche di pelle animale con un tubo, in legno o canna, al quale le bocche dei nuotatori si approcciano. Negli anni molte le proposte per il riconoscimento di questi “aggeggi”, tra le quali la possibilità che si tratti di antesignani di autorespiratori, ovvero strumenti per operazioni subacquee in grado di non rilasciare bolle di ossigeno in superficie. I si troverebbe dunque davanti ai primi sommozzatori 007 della storia!
Tuttavia, alcune ricerche di archeologia sperimentale ci danno una nuova ipotesi, altrettanto suggestiva. I rilievi, risalenti circa al 1000 a.C., riprenderebbero guerrieri con armatura e armi pesanti (diciamo almeno un’arma pesante a testa) che nuotano a livello dell’acqua per raggiungere la sponda opposta del grande fiume nonostante il loro peso. Gli strumenti sarebbero sacche ottenute da una sola pelle intera di animale il cui “respiratore” in legno o canna era legato alla pelle stessa grazie a un composto di miele e cera d’api, in grado di rispondere ai requisiti di impermeabilizzazione necessari. La bocchetta di respirazione serve dunque a mantenere l’equilibrio durante la traversata e a gonfiare il galleggiante che, posto sotto la pancia, consente appunto di nuotare nonostante si indossassero armature pesanti.
Le ricerche sperimentali cui accennavamo hanno provato a mettere in pratica la sacca assira grazie a sommozzatori militari inglesi. La sacca di pelle non garantisce il ricambio di aria necessario e di fatto non è possibile immergersi con essa, perché si riempie di aria e galleggia. Appunto, galleggia! Ecco dunque la sua destinazione d’uso.
Sul tema delle tecniche di immersione nei tempi passati segnaliamo un breve saggio di Rob Hoole a questo indirizzo web. Il British Museum, invece, è semplicemente strapiena di piccole e grandi indicazioni archeologiche e antropologiche!

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Nuove evidenze dal mesolitico britannico: erano davvero nomadi?

Mentre ci troviamo a Londra, il quotidiano “The Guardian” ha pubblicato lo scorso mese la notizia di alcuni scavi in corso presso Lunt Meadows, vicino Sefton, nella regione inglese del Merseyside a due passi da Liverpool. Gli archeologi hanno recuperato selci e legname carbonizzato databili al periodo Mesolitico – circa 8.000 anni fa – le cui popolazioni erano pensate solo nomadi. Le nuove evidenze sono interpretabili come testimonianze di residenza permanente.
L’archeologo Ron Cowell, curatore della sezione di archeologia preistorica del museo di Liverpool ha dichiarato al giornale britannico che “sembra abbiamo trovato i resti di tre abitazioni o strutture di dimensioni notevoli, la cui larghezza raggiungeva i sei metri. Questi ritrovamenti collimano con recenti evidenze che sfidano la visione tradizionale che vedeva le popolazioni dell’epoca in continuo movimento. Il sito in cui stiamo scavando suggerisce che avessero strutture permanenti alle quali quanto meno tornavano ripetutamente per soggiornarvi in alcuni momenti dell’anno”.
Gli strumenti in selce sono un indicazione importante in quanto molta pietra di questo tipo è stata ritrovata in sito e non è pietra locale. La selce in questione proveniva dall’altra parte dell’estuario, ovvero da quello che oggi è territorio nord gallese.
Altro dato interessante è il ritrovamento di pratiche rituali connesse alla rottura volontaria di strumenti in pietra che poi venivano sepolti nel terreno in apposite buche. Questo atteggiamento, aggiungiamo noi, è ben noto nel periodo Neolitico, diverse migliaia di anni dopo, in tutta la Gran Bretagna. Una delle possibili interpretazioni é la volontà di marcare con strumenti di valore, zone geografiche ritenute altrettanto importanti, per ottenere una sorta di sacralizzazione del terreno o meglio, di riconoscimento verso il luogo, ritenuto sacro per diverse ragioni.
Lunt Meadow è molto vicino alla spiaggia di Formby già famosa per il ritrovamento di antiche tracce umane e orme di animali preistorici, preservate dal fango fossilizzato.
Una conferma del ritrovamento vedrebbe il sito di Liverpool anticipare di migliaia di anni quello che era ritenuto il più antico insediamento britannico, ovvero Scara Brae sulle Orcadi scozzesi.
Il sito si trova sotto diversi strati che mostrano decine di allagamenti (innalzamenti costieri) si sono verificati nei millenni successivi. Ancora una volta un sito costiero, ancora una volta una storia da riscrivere.

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Le terracotta più antiche? 16.500 anni fa, in Giappone

 

Jomon - vaso a torcia esposto al British Museum

Tecniche di incisione a corda

Studi sui vasi Jomon

 

Il British Museum di Londra sta ospitando una piccola ma significativa mostra di reperti archeologici della cultura giapponese Jomon. Con questo termine si indica una vasta fase della storia nipponica, che ha interessato la zona centrale dell’isola pacifica dal 12.500 fino al 1.000 a.C. Le ricerche in siti Jomon (letteralmente “marcati con le corde”) hanno rivelato alcuni impressionanti reperti, tra i quali vasi in terracotta di incredibile raffinatezza. Questi vasi erano cotti in forni che potevano raggiungere anche i 900°C ed erano modellati a mano per essere rifiniti con un uso sapiente di legno e corde, il cui passaggio “a rullo” consentiva di ottenere i fini incavi che possiamo ancora oggi ammirare.Quello che però è maggiormente interessante di questi ritrovamenti è la datazione. Le più antiche terracotta giapponesi sono datate al 14,500 a.C.! Diverse migliaia di anni prima delle terracotta del Vicino Oriente o del Nord Africa. Due fantastici pezzi sono esposti nella piccola sala alla destra dell’ingresso principale del famoso Museo londinese. Lo studio di questi vasi ha permesso di recuperare resti di cibo carbonizzato. Erano dunque torce o vasi? Probabilmente entrambi e forse erano fissate nel terreno grazie alla loro forma “a cono” che ne consentiva un facile ancoraggio a terra. I fini disegni che ne ricoprono le superfici esterne sono ancora da decifrare completamente: da spirali a S, a fiamme, a “dragoni” e forse ad onde. Alcuni archeologi sostengono che gli tsunami del Pacifico abbiano colpito diverse volte le popolazioni Jomon della costa.Lo scorso anno, nel nostro reportage dal Perù, abbiamo ricordato come la cultura Jomon abbia molte similitudini con quella Ecuadoreña di Valdivia. Dal 4.500 a.C. compaiono in Sud America le prime terracotta. Gli abili artigiani/artisti erano giapponesi? Vista la grande devozione per il mare che gli Jomon dimostrano in alcune loro lavorazioni non ci stupirebbe scoprirli abili navigatori. Aggiungiamo come, sempre a nostro parere, le volute simili a onde riportate sulla parte inferiore dei vasi Jomon esposti (appartenenti ad una vasta collezione i cui esponenti più magnifici sono alti anche 1,5 metri) ricordano l’ossessione per le onde che sono incise lungo la città sacra dei Moche a Chan Chan (vicino l’odierna città peruviana di Trujllo). Anche quella civiltà temeva, riveriva e controllava i capricci del mare, del Niño e degli tsunami..

Per approfondire Chan Chan vedi nostri post di dicembre 2011.

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Nel deserto iracheno alla ricerca di Ninive – Intervista al Prof. Bonacossi

Ninive, ricostruzione. Tratta dal sito www.silab.it

Divenne capitale del regno assiro nel 704 a.C. ma probabilmente era vissuta dal IV millennio a.C. Parliamo della città di  Ninive, sulle sponde del fiume Tigri e oggi posta entro i confini dell’Iraq (nei suoi pressi sorge la città di Mossul). Si conoscevano i resti delle sue imponenti mura (ben 12 chilometri) e il suo grande tempio dedicato a  Ishtar. Sargon II elesse la città a capitale del suo regno. Distrutta dai Babilonesi nel VII secolo è ora al centro di un progetto di recupero e la missione archeologica è coordinata dall’Università di Udine. Corriere.it ha pubblicato ieri un interessante articolo che riporta come questa prima campagna abbia portato al ritrovamento di ben cinque acquedotti costruiti tra l’VIII e il VII secolo a. C., e di ben 239 nuovi siti archeologici, inclusi bassorilievi rupestri del VII secolo a. C. e una grandiosa necropoli.
Il direttore della missione nel Kurdistan iraqeno, il prof. Daniele Morandi Bonacossi (Università di Udine), ha una vasta esperienza in steppe semiaride (Siria e Iraq) e in deserti di pietre (come Palmira). Arkeomount lo ha raggiunto via e-mail per avere da lui alcuni particolari inerenti la metodologia impiegata in Iraq e gli accorgimenti richiesti in ambiente semiarido.
Arkeomount (ARK): “Abbiamo letto delle alte temperature dell’area di ricerca. Ci chiediamo anche se il terreno sia stato un problema?”
Daniele Morandi Bonacossi (DMB): “No, il terreno non è un problema, faceva solo molto caldo e le temperature raggiungevano anche i 58-60 gradi al sole (50 allombra) per cui utilizzavamo le prime ore del giorno, con la sveglia alle 4,30”.

ARK: “Avete utilizzato tecnologia di rilevamento, come i georadar?”
DMB: “No, nelle ricognizioni di superficie regionali non si usano metodi di prospezione geofisica, che vengono normalmente utilizzati nell’indagine dei singoli siti. In futuro utilizzeremo georadar e geomagnetica nella prospezione dell’acquedotto assiro di Jerwan”.

ARK: “A così alte temperature si devono usare particolari accorgimenti per la conservazione dei manufatti usati? quali?”
DMB: “Gli unici accorgimenti che si devono utilizzare nel restauro dei materiali archeologici consistono nell’utilizzare collanti che resistano a temperature elevate. Quindi, niente colla comune ma solo collanti a base di primal”.

Ringraziamo il Prof. Bonacossi per la disponibilità e speriamo di poter dare ai nostri lettori altre novità del Progetto archeologico regionale Terra di Ninive, che l’Università di Udine seguirà grazie a una licenza di scavo decennale affidatagli dal governo centrale di Bagdad e quello dalla regione autonoma del Kurdistan. In futuro l’UNESCO vorrebbe realizzarvi un grande parco archeologico-ambientale.

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