La Stele di Rosetta? Da uno scavo nel deserto of course…

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La Stele di Rosetta

Uno dei pezzi più pregiati della collezione del British Museum è un simbolo della disciplina archeologica che ognuno di noi ha incontrato nelle prime pagine dei libri di storia, fin dalle scuole elementari: la Stele di Rosetta.

Dal 3500 a.C e fino al 400 d.C era in uso in Egitto la scrittura geroglifica, ma non era l’unica. Il geroglifico era principalmente usato per testi sacri (iscrizioni tombali, ad esempio), ma per gli affari di tutti i giorni si usava la lingua domotica o, più tardi, il greco.

I geroglifici sono stati interpretati nel 1822 dal famoso Champollion proprio grazie alla Stele di Rosetta che riporta uno stesso testo scritto in geroglifico, in demotico, nato dalla scrittura ieratica, e in greco. Il testo è parte di un decreto Tolemaico del 196 a.C. in onore del faraone Tolomeo V Epifane.

Il ritrovamento della stele non fu proprio uno scavo archeologico, quanto uno dei tanti atti di appropriazione dell’esercito Napoleonico, che nel 1799 arrivarono nel Delta del Nilo e saccheggiarono il villaggio di Rashid (Rosetta). La pietra (oltre 700 kg di basalto, alta 114 cm e larga 72 cm) si trovava lì dal quindicesimo secolo dC, incastonata nelle mura di una fortezza. Infatti, l’avvento del Cristianesimo aveva visto l’abbattimento di molti templi egizi e le sue pietre riutilizzate in nuove costruzioni. Così fu per la stele, acquisita dall’ Inghilterra nel 1801 grazie al Trattato di Alessandria. L’anno successivo era già al British Museum che ne spedì copie a studiosi di tutto il mondo. E Champollion capì che il geroglifico era composto da immagini di suoni che, sommate, davano un ultimo segno, in rappresentanza della parola rappresentata.

La teca che la conserva è in una delle sale più visitate del British Museum e di fatto introduce alla ricca parte egizia, seguita poi da quella assira. Da vedere!

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Arkeomount a Londra

British Museum

Non aggiorniamo da qualche settimana il blog per un semplice motivo: ci siamo spostati a Londra! Perché? Perché qui si trovano molte scuole di archeologia, molti musei con esposti fondamentali reperti provenienti da scavi effettuati in zone di difficile accesso e certo non mancano i siti neolitici e megalitici.

Qui a Londra buona parte della disciplina archeologica ha preso il via, grazie a personaggi come William Flinders Petrie, cresciuto a Londra, famoso per aver scavato in Egitto e Palestina (morto a Gerusalemme, infatti, nel 1942), ma soprattutto per i suoi studi a Stonehenge, sul finire del secolo scorso. Certo sempre a Londra si sono avuti alcuni momenti “bui” della disciplina, come il famoso scandalo dell’uomo di Piltdown che alcuni esponenti del British Museum avevano etichettato come prova che il primo ominide, nostro progenitore, abitasse sul suolo britannico. Tutto smontato ovviamente. E infine, per citare un altro personaggio storico della disciplina, proprio mentre arrivavamo è morto 91enne Donald Wiseman, assirologo e famoso per aver cercato di collegare reperti e scavi alla storia narrata nell’Antico Testamento. Ovviamente anche lui parte del British Museum. Forse qualcuno si ricorda anche che era amico e collaboratore di Agatha Christie, sposata al suo amico e collega Max Mallowan.

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Culto dell’acqua tra i Lambayeque: una nuova sepoltura nel deserto peruviano ne conferma l’importanza

Chotuna, area di scavo - foto dunyanews.com

La scorsa settimana i giornali internazionali hanno potuto svelare i particolari di una tomba pre-Inca scavata dagli archeologi in Perù. Carlos Wester La Torre, direttore degli scavi e direttore del Museo Archeologico nazionale Brüning, nelle regione di Lambayeque in Perù aveva già individuato in una tomba appartenente alla cultura Sican (800-1375) nella quale giacciono i resti di una sacerdotessa sepolta con 8 “accompagnatori”. La regione fu abitata dai Sican dal 1300 circa (periodo al quale dovrebbe risalire anche la sepoltura) e la sepoltura, indagata anche nella campagna di scavi 2012, ha restituito anche il corpo di altri 4 individui con particolari molto interessanti. Questa seconda sepoltura era infatti allagata e i resti umani ritrovati appartenevano presumibilmente ad un personaggio di rango (come indicato da perle e perline che ne adornavano il corpo) e altri tre personaggi probabilmente accompagnatori anch’essi. Come riportato a National Geographic l’archeologo Izumi Shimada della Southern Illinois Universityha ricordato che seppur sono state già trovate tombe allagate nella regione, questa “è la prima sepoltura che documenta una tomba di una personalità di rango così elevato da essere venerata”. Wester LaTorre sottolinea come “sapevano che sarebbe rimasta sommersa dalla falda acquifera ed è come se volessero assicurare la fertilità dei terreni della regione”. I Lambayeque costruirono diversi sistemi di irrigazione per assicurarsi acqua nel deserto e la loro sussistenza dipendeva da sporadiche piogge, spesso torrenziali che si alternavano a lunghi periodi di siccità.
La tomba si trova nei pressi di Chiclayo all’interno del complesso di Chotuna-Chornancap, a due passi dal mare, come molti centri spirituali Lambayeque che avevano in Naymlap il loro fondatore. Egli giunse dal mare e si trasformò in uccello. Anche a Chotuna molti gioielli sono ornati con elementi in rilievo legati all’acqua e al volo e diverse le conchiglie spondylus ritrovate. Ma l’elemento più interessante è la presenza dell’acqua. L’usanza della sepoltura connessa all’acqua con sepolture allagate (le ultime sono state ritrovate a 6 metri di profondità, sotto la falda freiatica che scorre a 5 metri di profondità) potrebbe ricondurre ai culti dell’acqua degli Inca, ben rappresentata anche in santuari famosi quali Machu Picchu. Wester La Torre ricorda alcuni dati che anche noi personalmente abbiamo raccolto in una ricerca antropologica nel 1999-2000 nei dintorni di Cusco: gli Inca pensavano che la loro essenza fosse un seme che andava nutrito in vita perché potesse rigermogliare dopo la morte, dando nuova vita.
Non tutti gli archeologi concordano con La Torre sul fatto che la sepoltura fosse volutamente posta sotto il livello di falda, perché questo livello può cambiare nei secoli sia per le precipitazioni sia per le pratiche agricole. In ogni caso la tomba è di eccezionale rilevanza perché è una delle poche tombe d’elite del periodo tardo Sicán, quando (nel 1100 dC circa) furono colpiti da una grande siccità seguita da inondazioni che li portarono al caos prima e alla decadenza poi.

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Archeologia fra i ghiacci dell’Alaska: sveli il passato, conosci il futuro

Foto di K Brition_ Università di Aberdeen

Territori difficili, estremi: montagna, oceani, deserti. Questo lo scopo di arkeomount.com, raccontare le ricerche archeologiche in terreni “difficili”. Lo scioglimento dei ghiacci ai poli ha recentemente fornito un nuovo terreno di ricerca: il ghiaccio. La BBC dà notizia che un sito archeologico perfettamente conservato dal permafrost dell’Alaska sta scomparendo a causa del riscaldamento globale. Il sito è (era) spettacolare: contiene pezzi unici e intatti della cultura Yup’ik Eskimo, risalenti a 500 anni fa. Ricercatori dell’Università di Aberdeen hanno presentato le loro ricerche al recente Festival della Scienza Britannico.
Al momento le analisi si concentrano sui capelli di queste genti per svelare come l’uomo si possa adottare a rapidi cambiamenti climatici. La cultura Yup’ik fu una delle ultime contattate dagli Eskimo e viveva su un’area grande come tre volte la Scozia.
Nonostante si sappia ancora poco della loro vita sociale gli studiosi hanno messo al sicuo centinaia di artefatti che sono stati ritrovati vicino al villaggio di Quinhagak e che rischiavano di essere rovinati ( o persi) dallo scioglimento del permafrost. Sono stati recuperati oggetti in avorio, resti di animali, pellicce e persino capelli umani perfettamente conservati. Con il suo scioglimento lo stesso permafrost che ha contribuito alla conservazione di questi artefatti li sta consegnando all’archeologia che sta “correndo” per recuperarli prima che, esposti alle intemperie, vadano perduti per sempre. La copertura di ghiaccio è al suo minimo, assicurano i ricercatori, e sta continuando ad assottigliarsi.
Il sito, noto come Nunalleq, fu abitato tra il 1350 e il 1650 durante un periodo di “piccola era glaciale.”. Analizzando i capelli gli studiosi sperano di comprendere come gli abitanti di Nunalleqabbiano modificato le proprie abitudini per resistere al cambiamento climatico.
“I segni del cibo ingerito, trasmesso ai capelli sotto forma di isotopi, ci aiutano a ricostruire la loro dieta”, afferma il Dr Kate Britton, dell’Università di Aberdeen. “Analizzando i capelli di pià persone stiamo rivelando una popolazione che si cibava di salmone, caribou e altre speci animali”
Ora la ricerca si sposterà su siti più “giovani” che ci dirà come la dieta sia cambiata per adattarsi ai cambiamenti climatici, che sicuramente èp stata condizionata da un cambio nella disponibilità di speci animali disponibili.
Il Dott. Knecht ha sottolineato alla BBC come sia importante questa ricerca anche per comprendere come si possa far fronte al prossimo futuro, nel quale diverse popolazioni locali (attrono allo stretto di Bearing) dovranno far fronte ad un drastico calo delle scorte alimentari come il salmone: “Questa non è solo un’area di studio, ma può diventare un modello predittivo per ciò che ci attende nelle prossime decadi”.

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In una grotta osso siberiano di 50.000 anni fa rivela l’esistenza dei Denisovan

La Grotta Denisovan - immagine da www.siberiantimes.com

La scorsa settimana il SiberianTimes ha dato notizia di una ricerca condotta da genetisti del Max Planck Institut di antropologia evolutiva di Lipsia (Germania), che hanno sequenziato il genoma di alcune ossa appartenenti ad una ragazza di 50.000 anni fa, ritrovate sui monti Altai, nella grotta di Denisova. Il risultato, ottenuto dall’istituto tedesco in collaborazione con la Harvard Medical School americana grazie ad una nuova metodologia che consente di amplificare singoli filamenti di DNA fino ad ingrandirli 31 volte, è sorprendente. L’osso del dito mignolo di questa ragazza, oltre a dirci che aveva occhi marroni e capelli scuri, ci parla di una nuova specie umana che sarebbe emigrata dall’Africa pur non essendo Neanderthal, ora detta Denisovans, dal nome dalla grotta in cui nel 2008 è stata ritrovata la ragazza.
La grotta è facilmente accessibile, si trova ad un altitudine di soli 28 metri sopra il fiume che scorre nelle vicinanze, è visibile dalla strada carrabile. Lunga 110 metri e con un’area totale di 270 mq, ha servito come un rifugio affidabile per migliaia di anni, con evidenza di occupazione ominide iniziate 175 mila anni fa.

”Siamo rimasti scioccati – ha affermato il team leader Svante Paabo, un paleo-genetista in organico all’istituto Planck – non vi è alcuna differenza tra quello che possiamo imparare geneticamente su una persona che ha vissuto 50.000 anni fa da una persona oggi, a patto di avere le ossa abbastanza ben conservate”. I Denisovans condividono materiale genetico con gli aborigeni australiani e alcune persone in Melanesia. I suoi discendenti ora vivono in Australia, Filippine e in Nuova Guinea e prima di estinguersi hanno occupato gran parte dell’Asia, decine di migliaia di anni fa. Ad oggi, tutto ciò che rimane di loro sono il dito della ragazza e due denti trovati nella Grotta di Denisova – o come la chiamano i locali Ayu-Tash, che significa Roccia dell’Orso,  inserita in un monumento naturale e archeologico situata nella valle del fiume Anui, a 150 km da Barnaul. I genetisti hanno potuto attestare che il genoma Denisovan ha sequenze simili agli uomini di Neanderthal e ad undici esseri umani moderni provenienti da tutto il mondo. Questo significo che vi fu un incrocio tra i Denisovan ed altri gruppi umani e anche che il loro DNA sopravvive in alcune popolazioni odierne: “E’ chiaro che il materiale genetico dei Denisovan ha contribuito al 3-5% dei genomi delle popolazioni autoctone di Australia e Nuova Guinea, degli aborigeni dalle Filippine, e alcune delle isole vicine”, sottolinea il genetista di Harvard, David Reich.
Speriamo che questa notizia porti a nuovi studi che dimostra per l’ennesima volta come la storia delle migrazioni dall’Africa non è così semplice da esaurirsi “in tre ondate”.

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DIpinti rupestri del Bronzo nelle Azzorre

Mappa di Terceira

APIA Associazione Portoghese di Investigaizone Archeologica (www.apia.pt) ha dato annuncio in un recente convegno presso l’Università delle Azzorre del ritrovamento di un sito di arte rupestre nelle grotte delle Azzorre, sull’isola di Terceira. Secondo il presidente di APIA, Nuno Ribeiro, “le caratteristiche dei dipinti sono riconducibili all’età del bronzo”. Il convegno e la scoperta delle pitture si inseriscono nel dibattito di questi anni che discute se le Azzorre siano state o meno abitate dall’uomo in tempi preistorici. Negli ultimi anni team internazionali hanno evidenziato resti archeologici di strutture che, per la loro architettura e metodo di costruzione, sono molto probabilmente di origine pre-portoghese. Tra queste anche strutture megalitiche e un’epigrafe romana. Nel corso del convegno APIA ha richiesto alle istituzioni maggiore partecipazione per approfondire gli studi archeologici sull’isola.

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Molta archeologia nel VIII Convegno Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali

Nella splendida cornice di Ragusa Ibla, nel Teatro Donnafugata, si terrà dal 7 al 9 Settembre 2012 l’ottavo Convegno Nazionale di speleologia in cavità artificiali, a cadenza biennale, organizzato in questa occasione  dal CIRS (Centro Ibleo di Ricerche Speleo Idrogeologiche Ragusa), Federazione Speleologica Regionale Siciliana e Commissione Nazionale Cavità Artificiali SSI. L’apertura si terrà Venerdì 7 settembre presso il Teatro Donnafugata di Ragusa Ibla (Via Pietro Novelli 3)
alle 9,30 e a seguire apriranno le sessioni scientifiche, suddivise in 4 sessioni per tutti i tre giorni di convegno. Quattro le sessioni del ricco appuntamento 2012. La prima è dedicata all’”Idraulica ipogea: captazione e opere di raccolta”, la seconda porta il titolo di “Antiche miniere, archeologia industriale & problematiche di stabilità”, la terza è dedicata alle “Cavità rupestri e strutture ipogee sepolcrali”, mentre la quarta a “Rifugi antiaerei, camminamenti, rilievo e utilizzo scientifico di strutture ipogee”.
Nell’ambito dell’evento sarà allestita una sessione espositiva con poster mentre, intervallate nell’arco dei due giorni, saranno effettuate due visite guidate presso importanti strutture ipogee locali. Infine, un’escursione presso le singolari miniere di asfalto di c.da Streppenosa concluderà il 9 settembre 2012 la manifestazione.

Tra i diversi interventi segnaliamo:

Venerdì 7 settembre
Ore 10.50 – L’acquedotto d’età romana del Serino in Campania (50 a.C.; I sec. d.C.). Nuove indagini
speleologiche e ricostruzione topografica del percorso dell’ antico acquedotto nel sottosuolo della città
di Napoli. ROSARIO VARRIALE – Società Speleologica Italiana, Centro Ricerche Speleologiche di Napoli

11.10 – Gli acquedotti antichi dell’area archeologica di Akrai (Palazzolo Acreide, Siracusa)
ROSARIO RUGGIERI, LORENZO GUZZARDI, RICCARDO ORSINI, GIORGIO SAMMITO, TONINO TROVATO, FRANCESCO CRISCIONE, IOLANDA GALLETTI, ANTONELLO INGALLINERA, GIANMARCO AGOSTA, GIOVANNI GIANNINOTO & MICHELE ZOCCO. Centro Ibleo di Ricerche Speleo-idrogeologiche, Ragusa, 2Parco archeologico di Eloro e Villa del Tellaro e delle aree archeologiche di Noto e Comuni limitrofi, Siracusa

Sabato 8 settembre 2012
ore 10.50 – La Grotta Inferno: una miniera di età romana di Lapis Specularis (Cattolica Eraclea, Ag)
ROSARIO RUGGIERI, DOMENICA GULLI, RICCARDO ORSINI, D. MESSINA PANFALONE, TANO BUSCAGLIA, GIOVANNI BUSCAGLIA,ANGELO IEMMOLO & ROBERTA CASTORINA, FRANCESCO LEONE
Federazione Speleologica Regionale Siciliana,Centro Ibleo di Ricerche Speleo-Idrogeologiche, Soprintendenza BB. CC. AA. di Agrigento, Gruppo Speleologico S. Elisabetta, Gruppo Speleologico Kamicos, Speleo Club Ibleo, Gruppo Speleologico Siracusano, Centro Speleologico Etneo

3a SESSIONE – Cavità rupestri e strutture ipogee sepolcrali
Convener: Nuccia Gulli – Rosario Ruggieri
ore 11.30 – Una ricognizione tra le Catacombe e gli Ipogei del Ragusano
CLORINDA AREZZO & SAVERIO SCERRA Università Cattolica Sacro Cuore di Milano, Soprintendenza BB. CC. AA. di Ragusa
ore 12.10 – Santuari in grotta e sedi oracolari nella Sicilia sud-orientale durante l’età Greca
GIANCARLO GERMANÀ BOZZA Accademia di Belle Arti, Università degli Studi di Catania
ore 12.50 – Metodi e tecniche di scavo delle chiese rupestri dell’Italia meridionale e Cappadocia
F. DELL’AQUILA & B. POLIMENI Università degli Studi Mediterranei di Reggio Calabria

Gli atti saranno pubblicati su un numero monografico della rivista Opera Ipogea – Journal of Speleology in   Artificial Cavities come già avvenuto per i precedenti convegni di Napoli (2008) ed Urbino (2010).  Per informazioni sulla logistica, sui costi di iscrizione, sulle escursioni e sul programma basta collegarsi al sito del CIRS www.cirs-ragusa.org Gli interessati a seguire i lavori e a partecipare alle escursioni del convegno possono iscriversi all’apertura il giorno 7 settembre a partire dalle ore 8.30, presso il desk della Segreteria.
Per il programma completo
http://www.cirs-ragusa.org/blog/wp-content/uploads/Programma15.pdf

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Nuovo accampamento mesolitico in altura scoperto in Trentino, sul Monte Tremalzo

Immagine pubblicata da antikitera.net

Adnkronos ha dato notizia della scoperta ad opera di ricercatori del Museo delle Scienze di Trento di un accampamento mesolitico su monte Tremalzo, in località Pozza Lavino, a 1.770 metri di quota, in Val di Ledro. E’ una delle testimonianze umane più antiche del Trentino sud-occidentale e consente di aprire nuovi fronti di ricerca per il primo popolamento della regione e sul rapporto fra uomo e montagna nei periodi più antichi della nostra storia. L’accampamento Mesolitico e’ databile a circa 10 mila anni fa e fungeva probabilmente da campo stagionale di caccia. Grazie all’individuazione di reperti ceramici sarà possibile riconoscere una successiva fase di occupazione nel Neolitico.
Riportiamo alcuni approfondimenti apparsi sull’ultima newsletter di Antikitera.net
Nel corso del 2011 il Museo delle Palafitte di Ledro, sezione territoriale del Museo delle Scienze di Trento, ha svolto una serie di ricognizioni archeologiche nella Valle di Ledro, sotto la direzione di Gianpaolo Dalmeri, nell’ambito del progetto di ricerca “Indagine su tracce di territorio”. Il progetto, finanziato dalla Fondazione Caritro e supportato anche da Sartori Ambiente srl, ha portato all’individuazione di 15 nuovi siti archeologici di diverse epoche preistoriche. Uno di questi, Pozza Lavino (Monte Tremalzo a 1800 metri di quota) è stato oggetto quest’anno di una più approfondita indagine, che si è concretizzata in una campagna di scavi durata dal 30 luglio al 10 agosto scorso.
Lo studio dell’area e dei materiali ha confermato le ipotesi preventive effettuate dopo il rinvenimento dei primi reperti litici che indicavano una presenza mesolitica; con maggiore precisione si inquadra la prima frequentazione del sito al Mesolitico Antico (10 mila anni da oggi). Tale presenza è interpretabile, analogamente ai numerosi siti mesolitici di alta quota del Trentino orientale, come un campo stagionale di caccia. L’individuazione di reperti ceramici permette di riconoscere una successiva fase di occupazione del luogo, riferibile al Neolitico. La scoperta risulta quanto mai interessante per due principali motivazioni: la fase mesolitica testimonia una delle più antiche presenze di gruppi di cacciatori-raccoglitori nel Trentino sud-occidentale ed apre nuovi fronti di ricerca sulle vie di accesso alla regione; la frequentazione neolitica si prospetta interessante per la scarsità di evidenze archeologiche attribuibili a questa cronologia, a quote superiori ai 1000 metri. Viene di fatto retrodatata in maniera oggettiva la presenza dell’uomo in Valle di Ledro di circa 6000 anni; il tutto costituisce un nuovo tassello per la comprensione del rapporto tra uomo ed alte quote nelle epoche più antiche della nostra storia. Il contesto merita sicuramente ricerche ancora più approfondite, che verranno condotte la prossima estate, mirate a comprendere con maggior precisione l’estensione e la portata del deposito archeologico per definire meglio le attività che venivano svolte dall’uomo preistorico in entrambe le epoche. Il Museo delle Scienze, nei prossimi anni, intende investire nella ricerca e nella rete museale Ledro. “In passato per oltre due decenni la preistoria alpina, e di conseguenza quella trentina, si è fissata su un ciclo di ricerche e su modelli insediativi fissi, sono quindi davvero interessanti le ricerche che state conducendo e le novità scoperte” afferma il direttore Lanzinger.

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Scoperte le prime pitture rupestri Paleolitiche in Gallizia

Foto tratta da ElPais.com – Grotta di Tricastela

Seguendo un post su Facebook del Museo di Altamira, siamo arrivati sulla pagina di ieri del quotidiano spagnolo El Pais che annuncia la scoperta dei primi dipinti rupestri in una regione che prima non ne contava affatto, la Gallizia. I lavori di scavo archeologico presso la grotta di Eiros a Tricastela (provincia di Lugo) hanno svelato i primi dipinti e i primi graffiti rupestri del nordest spagnolo.
Le ricerche, affrontate da un team dell’Università di Santiago di Compostela e di quella di Rovira i Virgili di Tarragona (parte del progetto “Ocupaciones humanas durante el Pleistoceno en la cuenca media del Miño”), sono state presentate ieri alla stampa. La datazione delle pitture è in via di definizione (si attendono le prove al radiocarbonio), ma il coordinatore scientifico, Arturo de Lombera, ha sottolineato l’eccezionalità della scoperta proprio in quanto si tratta dei primi tratti parietali Paleolitici della Gallizia. Per trovarne di più vicine bisogna arrivare alle Asturie o scendere lungo verso il Duero.
Le pitture della grotta di Eiros sono difficilmente visibili a causa dell’acqua e dei depositi naturali che si sono formati col tempo, ma le loro caratteristiche le fanno accostare all’arte cantabrica vera e propria: linee, motivi figurativi come segmenti e teste di animali, ma anche elmenti non figurativi come segni di punti e reticoli già ammirati su altre grotte paleolitiche del Cantábrico.
Al 2008 sono cinque le campagne di scavo nella grotta e presso l’ingresso sono stati identificati e classificati diversi livelli di occupazione, a partire dal Paleolitico Medio e Superiore con una occupazione possibile tra i 35.000 e gli 85.000 anni fa. Registrati anche livelli dell’Età del Bronzo e del Medioevo.
Gli scavi quest’anno proseguiranno almeno fino al 9 settembre sotto la direzione di Ramon Fabregas e con il coordinamento di Arturo de Lombera e Xosé Pedro Rodríguez. Si spera di trovare altri reperti archeologici in grado di chiarire la datazione dei dipinti.

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Puma Punku sta svelando i suoi segreti?

Tiawanaku, scatto di arkeomount.com - 2011

E’ del 13 agosto la news lanciata dal sito scienceray.com con la quale si annuncia che un gruppo di scienziati boliviani avrebbe identificato grazie ad un GPR (ground penetrating radar, un georadar) una cavità interessante sotto il sito boliviano di Puma Punku. Stiamo parlando di uno dei siti archeologici in altura (si trova sull’altopiano boliviano a circa 4.000 metri s.l.m.) meno studiati del mondo. Lo abbiamo visitato lo scorso novembre (vedi il ns post del 28 novembre 2011) .
Subito dopo aver gironzolato per Tiawanaku, le cui pietre raggiungono il peso di 150 tonnellate. Nulla in confronto alle dimensioni della vicina Puma Punku (“la porta del puma” in lingua aymara) dove si raggiungono persino le 440 tonnellate. Le strutture sono in granito e diorite, provenienti da cave poste ad almeno 60 chilometri di distanza.
Gli archeologi boliviani guidati da Domingo Mendoza sostengono aver identificato una camera artificiale a 1,2 metri di profondità, che si sviluppa fino a 3,35 metri e la cui pianta è di 3,65x 1,5 metri. Non sono stati rilevati punti di ingresso e il team boliviano crede che lo spazio sia stato intenzionalmente scavato. Infine, pare esserci un oggetto sul fondo e il team boliviano azzarda possa essere un sarcofago. La squadra sta cercando una società di perforazione disposta a dare una mano per praticare un piccolo foro e inserire una microcamera in grado di “spiare” l’interno e rilevare l’anomalia (il “sarcofago”).
Per inquadrare al meglio la notizia riportiamo quanto appreso dal nostro reportage del 2011. La Bolivia ha da circa due anni sospeso tutti i permessi di scavo a istituzioni internazionali, bloccando anche accordi in essere. Una linea politica più che scientifica che sta portando pesanti ritardi negli scavi e soprattutto sta diminuendo le possibilità di avanzamento della ricerca stessa. Ecco, per dirla tutta, non vorremmo che questo annuncio sia stato fatto ad hoc per attirare l’attenzione del mondo sulle capacità autoctone di fare grandi scoperte anche in assenza di istituzioni straniere. Non ce ne vogliano i boliviani, ai quali riconosciamo tutte le capacità di questo mondo, ma quando un paese è attraversato da correnti politiche “forti” chi ne fa le spese per prima è spesso la ricerca, improvvisamente inutile. Oppure utile, ma a fini non propriamente di avanzamento culturale. Detto questo seguiremo con attenzione gli sviluppi.

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