Trovato abitato mesolitico a Stonehenge: insediamenti umani 5.000 anni prima di quanto si pensasse

 

Stonehenge

Qualche giorno fa la BBC (http://www.bbc.co.uk/news/uk-england-wiltshire-22183130) ha riportato un’interessante notizia su Stonehenge, che replichiamo per il nostro blog in quanto non solo ricalca i luoghi da noi visitati nel progetto London 2012, ma è frutto di un approccio differente. Vediamo prima la notizia.
Nuove prove archeologiche da Amesbury (Wiltshire) rivelano tracce di insediamenti umani del 7.500 a.C., ovvero ben 5.000 anni prima che il primo monumento di Stonehenge venisse eretto. Lo scavo è stato effettuato a circa un miglio dall’odierno circolo in pietra e
Il dottor Josh Pollard, della Southampton University, crede che il team abbia individuato la comunità che per prima si insediò in zona, dando vita anche al monumento poi divenuto quello che tutti conosciamo.
Ci interessa sottolineare come si sia giunti allo scavo. Il team era guidato dall’archeologo David Jacques (Open University), che ha finanziato in parte lo scavo. Lo studio è iniziato grazie a delle fotografie aeree che lo stesso Jacques acquisì in un archivio presso la Cambridge University quando ancora era studente. SI accorse che la zona era ricca di materiale archeologico ma stranamente, pur essendo a ridosso di Stonehenge, mai studiata! Il sito è noto come Campo di Vespasiano:  “L’intero paesaggio è ricco di monumenti preistorici ed è straordinario che questo sito sia in un certo senso un punto cieco per l’archeologia” ha detto i cronisti della BBC. “Ho iniziato a sorvegliare il sito nel 1999 insieme ad un gruppo di studenti e amici “. Ciò che aveva suggerito l’importanza del sito al giovane studente Jacques, è che vi è una sorgente di acqua naturale, forse la vera fonte di acqua per approvvigionare Stonehenge. Ed ecco il punto del racconto che ci interessa di più. Jacques riporta che quello che ha fatto con il suo team è stato dare attenzione ai luoghi naturali, usando l’immaginazione. Il paesaggio ha dato all’archeologo il suggerimento: “Il mio pensiero era focalizzato sul capire dove potessero stare gli animali selvatici. Lì dovevano vivere anche gli uomini, organizzati in gruppi di cacciatori raccoglitori”
E aveva ragione. Nel corso degli ultimi sette anni, il sito ha prodotto il più antico insediamento semipermanente nella zona di Stonehenge da 7.500 a 4.700 a.C.
Le datazioni al carbonio dei materiali rinvenuti nel sito mostrano che uomini lo abitavano ogni millennio e mezzo: ” siamo in un piccolo angolo in fondo a una collina, con un fiume che scorre intorno ad esso e probabilmente era molto vissuto nel mesolitico”.
Ora, quello che p uno scavo iniziato con fondi limitati potrebbe diventare uno dei più importanti siti mesolitici europei, come sostiene il Professor Peter Rowley-Conwy, della Durham University. E il dottor Pollard, del Progetto Stonehenge Riverside, ha sottolineato come ” è stato significativo aver dimostrato che non vi erano ripetute visite a questa zona dal 9° al 5 ° millennio a.C.” per aggiungere poi “ho il sospetto che Jacques ha appena colpito la punta di un iceberg in termini di attività Mesolitico sull’Avon”.
Archeologia dei luoghi naturali. Ancora un punto per l’approccio inglese. Chapeaux.

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Creta: intervista alla Dott.ssa Simona Todaro. Studi, ricerche e prospettive sull’isola.

Per gentile concessione della dott.ssa Todaro

Avevamo annunciato nel nostro post del 18 marzo che avremmo raggiunto la dott.ssa Simona Todaro, che in quei giorni aveva presentato le sue ultime ricerche nel corso di una conferenza stampa della Scuola Archeologica Italiana di Atene. In quell’occasione la studiosa italiana aveva presentato le sue ricerche sugli scavi delle città di Festo e Aghia Triada a Creta. Pubblichiamo l’intervista che la dott.ssa Todaro ha rilasciato alla redazione di Arkeomount.com nei giorni successivi la conferenza

Arkeomount(A): Dott.ssa Todaro, Venerdì 15 marzo ad Atene presso i locali dell’Archaeological Greek Service (Archaeologiki Aiteria) ha presentato in una conferenza pubblica dal titolo “Festos e Agia Triada nel periodo Prepalaziale: la dimensione domestica, rituale e funeraria” i risultati delle ultime ricerche da lei condotte nella pianura di Messara, a Creta. Ringraziandola di aver accettato al nostro invito di un’intervista per Arkeomount, Le chiediamo di descriverci brevemente il Suo percorso e i suoi studi, precisando alcuni dati che la news dell’ANSA riportavano in maniera errata
Dott. Simona Todaro (ST): Mi sono laureata a Ct, con il prof. Vincenzo La Rosa, con una tesi su materiali Prepalaziali inediti scavati dallo stesso La Rosa nel centro di Haghia Triada, e ho portato a termine lo studio dei depositi  dell’Antica Età del Bronzo provenienti da questo sito mentre compivo la specializzazione presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene, diretta dal Prof. E. Greco. L’esperienza ateniese è stata poi seguita da un periodo di studio in Inghilterra, presso l’Università di Sheffield, dove ho svolto un dottorato di ricerca su Festòs nel periodo Prepalaziale. Il mio peregrinare ha subito una parziale battuta d’arresto nel 2008, quando sono diventata ricercatrice a tempo indeterminato presso l’Università degli Studi di Catania, dove insegno preistoria e protostoria.

A: Bene, venendo alla campagna di scavo di cui ha riferito in conferenza, in quali zone avete concentrato i vostri sforzi e quali sono le principali evidenze archeologiche che sono emerse da questa campagna?
ST: La conferenza in realtà presentava i risultati delle mie ricerche condotte sul periodo Prepalaziale nella Creta Meridionale partendo dai risultati degli scavi condotti da Vincenzo La Rosa ma prendendo in considerazione anche i dati degli scavi precedenti, condotti da Luigi Pernier e Doro Levi. In particolare, ho cercato di illustrare le dinamiche che hanno portato al progressivo affermarsi di Festòs nella pianura della Messarà, prima come centro cerimoniale comunitario di tipo regionale e poi come central place che controllava la regione, quindi come centro di potere politico.
La revisione della storia insediativa di Haghia Triada e Festòs e della pianura della Messarà in generale nel periodo che ha preceduto la costruzione del primo palazzo a Festòs è stata possibile grazie ai risultati degli scavi condotti tra il 2000 ed il 2004 da V. la Rosa a Festòs, nel versante occidentale della cosiddetta collina del palazzo, che è la più bassa e la più orientale delle tre colline del comprensorio festio. Questi scavi hanno infatti portato alla luce sequenze stratigrafiche continue che hanno consentito di ridefinire la griglia di cronologia relativa del periodo Prepalaziale, periodo compreso tra la metà del IV e l’inizio del II millennio a.C. Grazie a questa revisione, è stato possibile datare le evidenze archeologiche della regione e quindi ricostruire le dinamiche, se non proprio le cause, che intorno agli inizi del II millennio a.C. hanno portato alla costruzione di un palazzo di tipo minoico, oggi meglio noto come “court-centred building”, cioè edificio a cortile centrale.

A:Su Arkeomount.com cerchiamo di essere attenti alla metodologia di scavo intrapresa, soprattutto in relazione all’ambiente nel quale ci si muove. Potrebbe brevemente descrivere ai nostri lettori quali siano le principali caratteristiche delle aree di scavo nella pianura di Messara di Creta e quali le tecniche utilizzate per operare nell’area? Quali le problematiche che il clima o l’ambiente in genere di questa zona di Creta pongono agli archeologi? quali attenzioni o “segreti” dovete adottare per essere efficaci?
ST: Scavare in terra straniera, nella fattispecie in Grecia, implica innanzitutto rimanere all’interno di aree di scavo ristrette, per lo più già ampiamente scavate e caratterizzare da complessi palinsesti pluristratificati.  Uno scavo estensivo, per quanto auspicabile in linea teorica, si scontra con la necessità di acquistare il terreno e quindi con la sostanziale mancanza di fondi. Il periodo Prepalaziale, inoltre, pone dei problemi specifici connessi alla presenza di strutture monumentali di periodo successivo che nel caso di Festòs si concretizzano in due palazzi monumentali e varie strutture di periodo geometrico ed Ellenistico. Ciò imporne di procedere per piccoli saggi, al di sotto dei pavimenti delle strutture più tardi, e di provvedere dopo alla correlazione dei risultati ottenuti in ciascuno di essi. Quanto al clima, il problema fondamentale è il caldo umido dei mesi di Luglio e Agosto, i periodi prescelti per gli scavi

A: Sempre sul lato tecnico: qual è stata la vastità dell’area scavata, quante le persone coinvolte e per quanto tempo?
ST: Le ultime campagne di scavo, che sono anche state le più proficue per la conoscenza del periodo Prepalaziale, si sono concentrate sul versante occidentale della collina del palazzo e nell’area del piazzale occidentale del palazzo stesso. La presenza di strutture più tarde ha imposto una procedura per piccoli saggi in profondità, che è stato poi necessario confrontare tra loro per avere un quadro più chiaro della stratigrafia. Ogni piccolo saggio è eseguito da un archeologo con l’aiuto di un operaio specializzato e in presenza di alcuni studenti. La collaborazione degli studenti nelle fasi dello scavo è spesso molto ridotta, perché le operazioni di scavo si concentrano in tre settimane e quindi si ha la necessità di procedere con notevole celerità.  Nel 2011 e 2012, tuttavia, allo scavo hanno partecipato 10 studenti del corso di laurea magistrale in Archeologia, opzione internazionale.

A:La pianura di Messara è dal 1900 un luogo caro all’archeologia italiana grazie al fondamentale e pionieristico lavoro di Federico Halbherr, inviato a Creta da Domenico Comparetti sul finire dell’800. L’Italia si aggiudicò gli scavi a Festos mentre gli inglesi si accaparrarono quelli di Cnosso. Molta strada è stata fatta e da allora: prima la Missione Archeologica Italiana di Creta, poi la nascita nel 1909. Diretta da Pernier, Della Seta, Levi, Di Vita e dal 2000 da E. Greco. Quali i principali temi di ricerca che verosimilmente saranno la guida dei prossimi scavi? Ha qualche anticipazione per noi (come ad esempio se e quando è prevista la prossima campagna di scavi?)
ST: Negli ultimi 15 anni la nostra attenzione è stata rivolta a chiarire due punti della preistoria dei siti di Festòs e Haghia Triada: il periodo precedente la costruzione del Primo palazzo, quindi il periodo compreso tra la metà del IV e l’inizio del II millennio a.C., e il periodo compreso tra la distruzione del primo palazzo e costruzione del secondo, che in termini di cronologia assoluta si colloca all’incirca tra 1750 a.C. e il 1650 a.C. Per il momento siamo impegnati nella pubblicazione dei risultati degli ultimi anni: si faranno pertanto piccoli saggi di verifica, ma le nostre energie saranno concentrate sullo studio e pubblicazione dei materiali degli scavi passati.

A:  un suo breve commento sullo stato attuale degli scavi dell’età Minoica. Cosa sappiamo di nuovo che dieci anni fa non sapevamo ?
ST: Negli ultimi 15 anni l’Archeologia Minoica ha subito un processo di revisione dovuto sia alla scoperta di nuovi siti, sia al proseguimento degli scavi in siti conosciuti da secoli, sia e soprattutto al riesame della documentazione disponibile  sulla base di nuovi approcci metodologici e di nuovi modelli interpretativi. In particolare, la ricostruzione della società minoica nelle varie fasi della preistoria dell’isola è sempre rimasta al centro degli interessi degli studiosi, ma con un punto di vista post-processuale o contestuale che da la priorità alle social practices cioè alle azioni socialmente condivise dalle comunità, al concetto di “performance” e alle social arenas (luoghi deputati alla “contrattazione” delle identità sociali). Questo processo di revisione è testimoniato da una serie di studi monografici e congressi internazionali in cui di parla di re-thinking o ricorre la parola re-visisted a partire da “Labyrinth revisisted: Rethinking Minoan Archaeology (a cura di Y. Hamilakis, Oxford 2002) per finire con “Back to the beginning: Reassessing Social and Political Complexity on Crete During the Early and Middle Bronze Age (a cura di J. Driessen, I. Schoep, P. Tomkins, Oxford 2012). Le novità più significative riguardano i Palazzi Minoici, di cui si sono messe in evidenze le macroscopiche differenze rispetto a quelli della Grecia continentale di periodo successivo (cittadelle micenee), cercando soprattutto di non vedere il fenomeno palaziale in maniera monolitica, ma distinguendo una prima fase, in cui l’aspetto cerimoniale era sicuramente prevalente rispetto ad altre funzioni, da una seconda fase in cui l’aspetto economico-politico diventa più evidente, ed una terza fase, quella Micenea, il cui i palazzi diventano l’espressione architettonica di una società gerarchica e verticistica, retta da un wanaka, che sarebbe l’anax, il re dei testi omerici.

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A Londra gli archeologi annunciano di aver trovato la “Pompei del nord”!

Sponde del Tamigi

Continuano le notizie da Londra, dove le movimentazioni infinite della (ormai) megalopoli inglese ci sta abituando anche dopo il periodo olimpico a ritrovamenti inevitabili nel sottosuolo. Poche ore fa il website del DailyMirror riporta di come gli archeologi abbiano portato alla luce migliaia di antichi reperti romani in uno scavo vicino a Queen Victoria Street (un tempo sulle rive del fiume Walbrook, dove nel 1950 fu portato alla luce un tempio di Mitra che – proprio per questi lavori – non è visitabile da un paio di anni).
I ritrovamenti a pochi metri dalle sponde del fiume Tamigi: monete, ceramiche, scarpe, portafortuna e un amuleto ambrato. Tutti i reperti datati al 40 d.C., grazie alle strutture di legno recuperate a circa 12 metri di profondità. L’eccezionale stato di conservazione ha fatto gridare gli archeologi al successo, al punto da far  soprannominare il sito come “la Pompei del Nord”.
Sadie Watson, il direttore del sito del Museo di Archeologia di Londra, ha dichiarato: “Certamente l’archeologia su questo progetto finora è probabilmente lo scavo più importante mai realizzata all’interno di Londra, almeno per la Londra romana. I manufatti recuperati rappresentano tutto il periodo romano di questa zona e offrono uno scorcio senza precedenti della vita del vivace centro di Londinium romana”.
Rinvenute anche oltre 100 frammenti di tavolette con scrittura romana, 700 scatole di frammenti di ceramica e la maggior quantità di cuoio romano mai portato alla luce nella capitale, tra cui centinaia di scarpe. Sophie Jackson, dal museo di Londra: “Il sito è una meravigliosa fetta attraverso i primi quattro secoli di vita di Londra. Le condizioni acquitrinosi lasciate dal torrente Walbrook ci hanno restituito strati su strati di edifici in legno romani, recinzioni e cortili, tutti ben conservati e che contengono incredibili oggetti personali, vestiti e persino documenti che trasformeranno la nostra comprensione del popolo romano di Londra. “

News del Daily Mirror: http://www.mirror.co.uk/news/uk-news/archaeologists-uncover-pompeii-north-during-1820729

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I Monti Lessini hanno restituito il primo ibrido Sapiens-Neanderthal?

Immagine tratta da johnhawks.net

Questa mattina il corriere.it ha pubblicato un articolo a firma di Elisabetta Curzel (vedi link) le cui implicazioni,se verificate, sarebbero sensazionali.
I resti umani di un individuo ritrovati nel 1957 presso il Riparo Mezzena, località in provincia di Verona, sui Monti Lessini, risalenti a circa 34.5000 anni fa, potrebbero essere i primi al mondo che testimoniano la nascita di un ibrido tra Homo Sapiens e Neanderthal. Nello specifico è la mandibola dell’individuo ad essere sotto esame: sottoposta a test del DNA insieme ad altri frammenti cranici ritrovati nello stesso livello stratigrafico, ha permesso l’identificazione genetica dell’unico Neanderthal italiano del periodo tardo.
Analisi comparative di affinità tassonomica, morfologica e morfometrica sulla mandibola suggeriscono un possibile intreccio con il Sapiens.
Stiamo cercando di mettersi in contatto con i protagonisti della ricerca per avere maggiori dettagli.

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Uno scavo in Melanesia potrebbe comprovare abilità di navigazione in mare aperto oltre 3.500 anni fa. Arrivarono fino in Sud America?

 

Mappa della zona tratta da remax.net

Si sta concludendo una seconda fase di scavo archeologico sulle isole Marianne, in Micronesia che segnaliamo per le sue potenzialità di ricerca. Un team di archeologi australiani ha recuperato prove di insediamento umano (incluse sepolture) nelle Isole Marianne Settentrionali presso il sito di “The House of Targa” sull’isola di Tinian (una delle principali della zona).
Le evidenze raccolte (pali di legno per abitazioni, un focolare da cucina, vasellame e altri manufatti) proverebbero che la più antica traccia umana sull’isola risale a 3.400 anni fa.
Il professor Peter Bellwood, docente di Archeologia presso la Scuola di Archeologia e Antropologia della Australian National University (ANU), ha recentemente rilasciato un’intervista (link) nella quale sostiene l’importanza dello scavo in quanto il sito è stato uno dei primi luoghi colonizzato da popolazioni umane in Micronesia, mentre più a sud – forse contemporaneamente, i Polinesiani prendevano possesso di nuove terre.
Vivevano in palafitte, producevano ottima ceramica rossa di tipo Lapita (comune a quella del trovata nel Pacifico occidentale, a sud dell’equatore e nelle isole a est della Nuova Guinea). Questo scavo, dunque, sarebbe parte di una migrazione che avrebbe poi raggiunto la Nuova Zelanda, l’Isola di Pasqua e infine le Hawaii.
Si sa che il Sapiens arrivò in Australia, Nuova Guinea e sulle Isle Salomone già 40-50.000 anni fa, ma queste popolazioni delle Marianne sarebbero state le prima a giungervi con le loro canoe 3.500 anni fa, dimostrando una certa tecnologia. Non é chiaro se siano passati o meno dalle isole più meridionali (come Palau o Yapp), dove gli scavi per ora hanno dimostrato una presenza stabile solo 200 anni dopo.

Questo scavo in definitiva è il primo sguardo sulla seconda grande migrazione dell’area (dopo quella che raggiunse la Nuova Guinea) e potrebbe consentirci di conoscere qualcosa di più di quei micronesiani, polinesiani e figiani sparsi più a est e che probabilmente – sostiene ammette il prof. Bellwood – potrebbero aver raggiunto le coste del Sud America. Una questione, quest’ultima, che come sapete seguiamo con attenzione ad Arkeomount, e che cercheremo sempre di approfondire.

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Parte della collezione di Altamira in Googleproject

Altamira Cave - immagine tratta da lussoecase.com

Il Museo Nazionale e l’annesso Centro di Ricerca della Grotta di Altamira (Spagna) ha pubblicato tramite GoogleProject alcuni reperti della collezione museale online. A questo link è possibile apprezzare in alta definizione importanti reperti rinvenuti all’interno della grotta, famosa per i dipinti parietali e in grotte circostanti (El Morín, El Juyo e El Rascaño) che con Altamira sono riconosciute Sito Unesco dal 1985.
Lunga oltre 270 metri, la grotta custodisce rappresentazioni di bisonti, cavalli, cervi, e segni dipinti a mano o incisi nel corso dei millenni, tra 35.000 e 13.000 anni fa. E’ stata la prima grotta nella quale siano stati rinvenuti dipinti policromi del Paleolitico (fu scoperta nel 1879 da Maria Sanz, di 9 anni, che si trovava in escursione con  il padre Marcellino Sanz de Sautola, archeologo dilettante), oltre a incisioni e disegni.
Tra i reperti attualmente analizzabili online, con tanto di scheda descrittiva e possibilità di ingrandimenti in alta definizione, ci piace segnalare un osso inciso datato 40.000 anni fa e rinvenuto nella grotta di El Rascaño indicato come “adorno personal” e le cui tacche incise tanto fanno pensare ad una registrazione del tempo.

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Nuove scoperte italiane a Creta

 

Immagina tratta da www.losviajeros.com

Il 15 marzo è stata annunciata dall’ANSAmed una conferenza stampa della Scuola Archeologica Italiana di Atene nella quale la dott.ssa Simona Todaro (Università di Catania) avrebbe svelato nuove evidenze dagli scavi delle città di Festo e Aghia Triada a Creta.
Come riporta l’ANSA durante la conferenza dal titolo “Festo e Agia Triada: la dimensione domestica, rituale e funeraria”, l’archeologa italiana avrebbe illustrato i risultati degli studi condotti sulle due città che sorgevano nella parte occidentale della pianura di Messara, il tavoliere più grande e fertile dell’isola di Creta, da sempre ritenute complementari tra loro. La conferenza si inserisce nell’ambito di una serie di seminari sull’Archeologia Minoica (Minoan Seminars) organizzati presso la prestigiosissima sede dell’Archaeologikì Eteria (The Greek Archaeological Service) dagli  archeologi Efi Sapouna- Sakellaraki, Lefteris Platonas, Giannis Papadatos e Colin MacDonald, che è stato curator per molti anni, del museo stratigrafico di Knossos (Creta) per conto della British School in Athens. Purtroppo però negli ultimi quattro giorni nulla é apparso sul web sui contenuti di questa conferenza.
Abbiamo perciò provato a contattare la dott.ssa Todaro e speriamo di potervi ragguagliare presto sui contenuti della conferenza. Nell’attesa vi rimandiamo alla lettura dell’articolo da noi pubblicato a marzo 2011 sulla rivista “Montagne360°” a seguito di una nostra visita sull’isola greca e nel quale abbiamo approfondito una ricerca italiana in atto sulle pendici occidentali del monte Psiloritis. L’articolo è nella sezione “I NOSTRI ARTICOLI” del blog e raggiungibile da questo link.
In quell’occasione abbiamo anche avuto l’onore di conoscere e intervistare il prof. Vincenzo La Rosa, docente di Archeologia e Antichità Egee all’Università di Catania, da trent’anni protagonista dell’archeologia cretese e sotto la cui direzione sono state effettuate tre campagne di scavo a Festo, nel 1994, nel 2000 e nel 2001.

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L’età del bronzo sbuca dalla stazione di London Bridge

Ancora Londra! Mentre eravamo in capitale per il progetto 2012 di Arkeomount, diversi ritrovamenti archeologici erano allo studio in città: soprattutto sepolture ritrovate nei cantieri (sempre all’opera verso il futuro). Oggi ci giunge notizia da Londra che nei lavori di restauro della stazione metropolitana di London Bridge, in pieno cuore cittadino e a due passi da quello che era il centro di Londinium, il cuore romano della capitale, sono spuntate nuove evidenze databili all’Età del Bronzo.
Chris Place, uno degli studiosi impegnati nella datazione dei reperti, riferisce che l’uso della datazione radiocarbonica sta confermando l’età dei reperti, che vanno dal periodo antico fino a quello medievale, passando per quello Romano. Pare in particolare che siano stati dissotterrati “sostanziali” parti di muratura di quello che doveva essere il lato più orientale della zona occupata dai Romani. Si stanno ora studiando delle aree risalenti al medioevo per comprendere come si sia evoluta la zona. News originale a questo link.

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Ötzi – Una App per bambini

Un frame della presentazione YouTube della nuova APP di Oetzi

Il Museo Archeologico dell’Alto Adige lancia una applicazione digitale dedicata a bambini dai 7 ai 10 anni in grado di presentare in maniera ludica le più recenti scoperte scientifiche inerenti sull’uomo venuto dal ghiaccio.
La App, disponibile per ora solo su iPhone e iPad, fornisce spiegazioni sullo straordinario equipaggiamento e sui tatuaggi di Ötzi, permettendone una analisi ravvicinata. Grazie a testi semplici e avvincenti, l’applicazione stimola i bambini ad approfondire l’argomento, mentre illustrazioni realizzate ad hoc, elementi interattivi e suoni la completano facendone una preziosa esperienza didattica a 360°.
La app su Ötzi esiste in tre lingue (italiano, inglese, tedesco) e può essere scaricata dall’App Store al
costo di lancio di 1,79 euro. Questo video su YouTube presenta l’applicazione: https://www.youtube.com/user/larixpress

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Scoperto un Tempio del Pre Ceramico vecchio di 5mila anni vicino Lima

Foto del Ministero di Cultura Peruviano

Ci giunge da oltre oceano una notizia che ribattiamo immediatamente: archeologi peruviani hanno scoperto vicino Lima un tempio che potrebbe risultare essere il più antico delle Americhe.
L’edificio di pietra rettangolare è ubicato nel sito archeologico di El Paraiso a nord della capitale e potrebbe risalire al 3.000 a.C. secondo quanto rilasciato in una e-mail al giornalista Alex Emery da Raffaello Varon, del Ministero di Cultura peruviano. Il tempio è parte di un complesso di 10 edifici, ritrovati nel  1965.
L’edificio copre un’area di 48 metri quadrati , era intonacato con un strato di fango e decorato con vernice rossa. “Potrebbe essere vecchio quanto Caral, sito scoperto nel 2001 e datato proprio a 5mila anni fa, ha detto l’archeologo Jose Hudtwalcker  dell’istituto Riva y Aguero di Lima. Sarebbe dunque più antico di Stonehenge  e delle Piramidi di Giza.
Hudtwalcker, autore di pubblicazioni sulle civiltà peruviane e litoranee, ha precisato al giornalista americano che “Questo tempio  databile al Periodo pre-ceramico, quando le civiltà vivevano di pesca e a agricoltura di base. La datazione al Carbonio ci darà maggiori risposte ma non sorprenderebbe se fosse  vecchio almeno come Caral.” Gli operatori hanno scoperto un focolare nel centro della costruzione, soprannominato poi come  “Tempio del Fuoco”, che potrebbe essere stato usato per offerte sacrificali di molluschi e prodotti agricoli, sostiene Marco Guillén che ha guidato la squadra di archeologi che hanno fatto la scoperta. “Il fuoco era la parte principale dei loro rituali –dice Guillen – e usavano fumo per comunicare coi loro dei. El Paraiso offrirà nuove scoperte perchp abbiamo esplorato solo l’un percento dell’area”!

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