Quebrada Mani, deserto di Atacama: intervista con l’arch. Calogero Santoro del team di ricerca – 13.000 anni fa l’uomo viveva nel deserto e ci costringe e a rivedere il pensiero sul popolamento del Sud America

Deserto di Atacama - valle della Luna foto "Arkeomount - Ande2011"

Questo mese anche in Italia è arrivata la notizia della divulgazione dei dati avvenuta questa estate in Sud America, a seguito di una ricerca condotta nel Deserto dell’Atacama. Un articolo sulla ricerca è stato pubblicato a questo link da Science Direct.. L’articolo si intitola “Late Pleistocene human occupation of the hyperarid core in the Atacama Desert, northern Chile”

Introduzione
Leggendo l’articolo abbiamo colto subito che lo studio è molto interessante e denso di nuove informazioni.
Nell’abstract dell’articolo si evince come pochi luoghi archeologici in America Meridionale contengano evidenze incontrovertibili in grado di attestare quando furono le prime fasi popolamento del continente. Largamente ignorati in questo dibattito, gli ambienti estremi sono stati considerati come barriere a questa prima onda di migrazione oppure valutati come privi di potenziale in considerazione alla loro abitabilità nel passato. Quebrada Maní (sito detto QM12), è situato in un paesaggio senza precipitazioni a 1240 metri s.lm. e a 85 km dall’Oceano di Pacifico ed è considerato un luogo iper-arido del Deserto di Atacama (sito nella parte più meridionale della Pampa del Tamarugal). Gli scavi a QM12 hanno consentito di recuperare diverse evidenze litiche, ossee, lignee oltre che resti di gasteropodi marini, pigmenti, fibre di pianta e anche un focolare. Sedici datazioni al radiocarbonio sono stati effettuati su resti di carbone, gusci marini, sterco animale, resti di pianta e legno e rivelano che l’occupazione ebbe luogo fra i 12.800 e gli 11.700 anni prima del presente. Risultati in grado di dimostrare che il Deserto di Atacama non era una barriera alla prima sistemazione americana e ci offrono indizi nuovi per capire la complessità culturale e la diversità del processo di popolamento  del Sud America durante l’Ultima transizione Glaciale-interglaciale.
Tra gli studiosi del team di ricerca (sul fondo dell’articolo trovate tutti i nomi dei ricercatori coinvolti) anche il prof. archeologo Calogero Santoro, che avevamo incrociato nel nostro reportage in Sud America del 2011. Lo abbiamo contattato via mail e abbiamo concordato un’intervista scritta dedicata ad Arkeomount che abbiamo il piacere di poter riportare (dopo nostra traduzione dallo spagnolo). Il prof. Calogero M. Santoro è archeologo dell’Istituto di Alta Investigazione (IAI) del Laboratorio de Arqueología y Paleoambiente dell’Universidad de Tarapacá (UTA) ed è anche parte del Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto (CIHDE –  www.cihde.com).

L’intervista
Ecco domande e risposte, mentre sul fondo trovate i nomi dei ricercatori coinvolti e delle istituzioni.

1)    Arkeomount (ARK): Cosa avete trovato a Quebrada Mani?

Prof Calogero Santoro (CS) “La cosa prima cosa che bisogna segnalare è che Quebrada Maní 12 è un sito archeologico con segni inequivocabili di attività umana a partire dall’ultimo periodo del Pleistocene e in pieno deserti di Atacama. Tuttavia, il dibattito sulla prima presenza umana in America è ancora molto forte.  La rilevanza storica del sito nasce dal tipo di evidenze incontrate, che che sono state datate in due distinti laboratori degli Stati Uniti per determinare con certezza l’epoca di occupazione. Allo stesso tempo oltre che “ricostruire” la storia umana in questo angolo iper-arido  del pianeta, è stato possibile comprendere quali erano  le condizioni ambientali dell’epoca e la loro relazioni con la storia della società umana. Ci troviamo di fronte ad un sito archeologico posto sulle rimanenze di un’antica terrazza miocenica che fu  circondata da una paleo umidità in grado di generare un habitat attraente per i cacciatori raccoglitori:   vi era acqua fresca ed una vegetazione che includeva certe specie arboree come la Myrica pavonis o l’Escallonia angustifolia, tipiche di ambienti con suoli umidi con torrenti permanenti di acqua fresca. Un ambiente attraente per vigogne e guanachi, nonché per altre specie minori. Il sito presenta uno straordinario grado di preservazione dei materiali organici (ad eccezione dei resti ossei) e delle attività lì realizzate. Questo ci ha permesso di recuperare durante gli scavi archeologici i resti di un notevole focolare  realizzato in una piccola fossa nel terreno e delimitato da una roccia e da materiale di deposito. Ci sono resti di legna modificata, pigmenti di ossidi di ferro di colore rosso (attualmente sono in via di analisi per identificarne i  componenti e la possibile provenienza), resti di piante e conchiglie marine associate ad attività che si svolgevano attorno a questo focolare, come quelle della lavorazione della pietra. Proprio queste attività, che contraddistinguono la vita dei cacciatori-raccoglitori, si perpetuarono per più di mille anni tra i 12.800 ed i 11.700 anni prima del presente, ed includevano la caccia dei camelidi, la preparazione di alimenti, l’uso di pigmento rosso e la selezione di piccole conchiglie marine – con orifizi naturali – per attività estetiche o rituali”.

2)    (ARK) Nelle news diffuse dalla stampa si parla di un sito “pit stop” o meglio definito “campo base”: crede che Quebrada Maní possa davvero essere stato un campo base 12mila anni fa?

CS:“Se fu un campo base o un sito logistico, ha poca importanza al livello di sviluppo attuale dell’investigazione scientifica. L’area scavata (circa 6 mq) e specialmente il tipo di scarti del lavoro realizzato sui materiali litici, segnala che si tratterebbe di un accampamento logistico. Quello che sì può affermare con sicurezza è che le persone che utilizzarono questo posto più di 12 mille anni fa, avevano una buona conoscenza di questo deserto in quanto già maneggiavano un circuito che permise loro di accedere, tramite scambio o per via diretta, a risorse dell’alta cordigliera (ossidiana) e dell’oceano Pacifico (conchiglie).
Conoscevano anche una vicina cava dalla quale ottenevano materiale litici di buona qualità. Significa che la gente che si accampava a Quebrada Maní non erano esploratori che visitavano o passavano da quel territorio per la prima volta. Sapevano perfettamente dove trovare le migliori risorse, dove trovare un buon posto per stabilire un accampamento come Quebrada Maní che, oltre essere vicino ad un corso d’acqua, aveva una posizione alta, dalla quale si vedeva sia la catena di montagne ad est (Sierra Moreno) sia la Cordillera della Costa. Dal punto di vista della futura investigazione, si continuerà a cercare e documentare la rete sociale che si articolò nel Deserto di Atacama, includendo i campi base  come i cimiteri e i siti di approvvigionamento di materia prima. Stimiamo , quindi, che sia possibile proporre la possibilità di trovare evidenze dei predecessori di questi abitanti che hanno dimostrato essere già pienamente possessori di questo nucleo iper-arido nel Deserto di Atacama”.

3)    (ARK) Cosa cambia nella nostra percezione della storia umana nel deserto di Atacama?

CS: “Anticamente si pensava che il Deserto di Atacama si configurava come barriera per l’insediamento umano, specialmente nelle epoche del popolamento iniziale, nel senso che si assumeva implicitamente che le attuali condizione di iper-aridità imperavano anche alla fine del Pleistocene quando inizia il processo di popolamento del Sud America. Quebrada Maní cambia questa percezione nel senso che abbiamo dimostrato che il nucleo iper-arido del deserto ebbe condizioni ecologiche adeguate per società di cacciatori-raccoglitori a causa di un regime di piovosità maggiore nel versante occidentale delle Ande che ha attivato il sistema di scorrimento delle acque superficiali e sotterranee fino alla costa del Pacifico. Conseguentemente, mentre il clima a livello locale continuava ad essere di carattere iper-arido, le correnti provenienti dalla cordigliera, in quantità quasi doppie rispetto alle attuali, generarono condizioni ottimali per la formazione di oasi e ambienti fluviali dove oggi si osserva un paesaggio deserto simile a quello della superficie di Marte.
Questi ambienti furono selezionati dagli abitanti di Quebrada Maní, che dimostrano aver sviluppato una conoscenza per adattarsi alla vita in un ambiente desrtico, grazie alla conoscenza dei luoghi chiave per rifornirsi di acqua, animali e materiali litici per elaborare gli strumenti di lavoro. L’eccellente stato di conservazione dei resti archeologici in questo ambiente iper-arido, ci permette comprendere i distinti ambiti della vita degli antichi cacciatori-raccoglitori e primi abitanti del deserto di Atacama e del Sudamerica. Per esempio, un manico in legno appartenente ad un attrezzo di caccia, del quale solitamente si conserva solo la parte litica, ci dice molto della conservazione possibile in questo ambiente.
Conseguentemente, il sito si configura come una parte in più del puzzle della storia umana dell’ Atacama in considerazione alle rotte migratorie che diedero origine al popolamento del Sud America.

4)    (ARK) Questa notizia supporta il paradigma che vede l’uomo nell’Atacama molti anni prima di quanto si pensasse?

CS: “Si, perché gli abitanti pleistocenici di Quebrada Maní non erano esploratori, vale a dire si trattava di popolazioni che conoscevano il paesaggio con i suoi mezzi e i luoghi strategici e quindi si può supporre che non furono i primi ad occupare il deserto di Atacama. Pertanto, stimiamo che sia possibile che esistano evidenze di siti archeologici anteriori a 13.000 anni fa.. Se questo verrà provato, saremo di fronte a siti contemporanei o anteriori a certi contesti precoci del Nord America e del Sudamerica, tra i quali si fa notare il sito di Monte Verde, nel Cile merdionale. Continuare a cercare siti archeologici nel Deserto di Atacama è una via interessante per capire le vie di migrazione da nord a sud ed anche dalla costa alla cordigliera e vice versa, ed i modi di vita dei primi abitanti del Sud-America. Nonostante le date di QM12 sono coetanee ad altri luoghi dell’area andina, come Quebrada nella costa peruviana o Tuina 1 nella regione di Antofagasta in Cile, questo è l’unico sito con un datato pleistocenico in un nucleo iper-arido del Deserto di Atacama. Chiaramente questo ci fa riflettere sulla capacità adattiva, sull’ingegno e sulle elezioni culturali che possedevano i primi colonizzatori del continente sud-americano”.

5)    (ARK): Parlando di metodologia, quali sono i mezzi e le tecniche che dovete utilizzare quando lavorate in un deserto come l’Atacama?

CS: “Una cosa molto importante per l’approcio metodologico è la complessa stratigrafia in relazione col processo di formazione del sito a causa dell’azione umana e dei fattori erosivi tipici del Deserto di Atacama (vento con effetti deflazionistici e formazione di dune). I livelli di occupazione non sono chiaramente differenziabili nei primi 30 centimetri di suolo, che è lo strato in cui troviamo i registri archeologici. Questo accade sia per effetto dell’azione degli  abitanti dell’epoca sia per i processi di formazione di suolo bloccati  in superficie per uno strato di pietre e sabbia grossa, conosciuto come “pavimento” del deserto.
Abbiamo scoperto, mediante datazioni multiple  al C14, che i resti archeologici sono compresi in una matrice di sabbie, limo e concrezioni di sale, non differenziabili mediante studi tecnologici litici o a prima vista a causa delle differenze nella meteorizzazione degli artefatti. Non abbiamo potuto ancora scoprire con chiarezza quali furono i fattori che intervennero nel processo di formazione del sito, ma sospettiamo che la stessa attività umana che lì aveva luogo fu in parte responsabile di questo processo di rimozione dei sedimenti (per calpestamento). Qualcosa che non abbiamo ancora approcciato sono gli effetti dei terremoti nell’area di studio. Nel nord del Cile i terremoti sono comuni e non si sono fatti studi rispetto alle loro conseguenze nel movimento verticale ed orizzontale delle vestigia archeologiche, specialmente considerando gli strati più morbidi (e sciolti) che sono le matrici arenose degli strati stessi”.

Le istituzioni
L’investigazione in oggetto è stato un lavoro interdisciplinare possibile grazie alla compartecipazione di diversi attori, studiosi, istituti e fondazioni. Il prof. Santoro è parte di un team che comprende molti studiosi che ci piace citare per completezza di informazione: Claudio Latorre (Departamento de Ecología, Pontificia Universidad Católica de Chile e Institute of Ecology & Biodiversity -IEB), Calogero M. Santoro (Instituto de Alta Investigación, Universidad de Tarapacá e Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto CIHDE), Paula C. Ugalde, Eugenia M. Gayóc e Daniela Osorio (Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto CIHDE), Carolina Salas-Egaña (Departamento de Antropología, Universidad de Tarapacá), Ricardo De Pol-Holz (Earth System Science Department, University of California at Irvine e Departamento de Oceanografía, Universidad de Concepción, Casilla), Delphine Joly (Instituto de Alta Investigación, Universidad de Tarapacá e Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto -CIHDE), Jason A. Rech (Department of Geology and Environmental Earth Science, Miami University, Oxford) e Donald Jackson (Departamento de Antropología, Universidad de Chile, Santiago), mentre i fondi sono stati concessi dal Fondo Nacional de Ciencia y Tecnología. Lo studio p stato inoltre patrocinato da tre enti ovvero Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto -CIHDE), Universidad de Tarapacá e Institute of Ecology & Biodiversity (IEB).

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Due scoperte in zone archeologiche non convenzionali

In queste ore le agenzie di stampa stanno battendo due notizie inerenti due scoperte archeologiche abbastanza importanti, entrambe provenienti da zone archeologicamente non convenzionali: foresta e mare.
L’agenzia turca Doğan News ci informa che la zona occidentale dell’antica città licia di Andriake (vicino al distretto di Demre), da sempre inaccessibile in quanto ricoperta da una folta vegetazione, è stata liberata e pulita. Stiamo parlando di uno dei porti più importante dei Lici e ci sono voluti 30 giorni al prof. Serkan Akçay e al suo team per liberare la parte più vecchia del sito, le cui dimensioni sono “solo” di 300 metri per 50 metri.
Pensate che il direttore del Museo di Antalya, il dott. Mustafa Demirel, ha detto che si sapeva dell’esistenza della città ma non l’avevano mai vista!
Sempre parlando di ciò che l’archeologia in zone non convenzionali e con metodi non ancora del tutto standard può fare, riportiamo la seconda notizia del “non si vede, ma c’è”: il giornale israeliano online Haaretz riporta la scoperta dell’antico porto di Tel Dor, nel Mediterraneo. Scoperto grazie all’abilità subacquea degli studenti di archeologia marina della Haifa University, il porto mediterraneo ora c’è! Sta a 30 km a sud di Haifa e risale al tredicesimo secolo a.C., ma fu usato fino al tempo delle Crociate.
In uso forse fin dall’epoca del Bronzo (forse da qui salparono alcuni dei navigatori che intrattenevano rapporti con le isole egee?), ha stupito con le ancore risalenti all’epoca del Ferro (dal 1000 a.C. circa) e anche i Persiani nel VI a.C. lo usarono. La news riporta le parole di una studentessa americana che ha preso parte alla scoperta, le riportiamo pari pari perché rendono l’idea di cosa voglia dire fare ritrovamenti nel mondo subacqueo, nel quale – cosi ci han detto – hai un raggio visivo di alcune decine di metri e solo nella direzione in cui guardi (e se c’è sufficiente luce): “Stai cercando qualcosa nell’acqua e improvvisamente vedi l’angolo di qualcosa che emerge dalla sabbia, e gratti via la sabbia e qualcosa di tremila anni fa salta fuori! Lo hai trovato. Ed è parte della storia”. E infatti proprio un altro componente degli studenti di questo MA in Maritime Archaeology, Catherine Davie ricorda che “fare ricerche in terra è un ‘altra cosa. Qui in mare qualche volta nemmeno ti vedi le punta delle dita!”.
Ma, come altre volte abbiamo sottolineato, le ricerche in zone diverse dalla classica pianura-collina richiedono sforzi (anche economici, oltre che di ingegno) notevoli, come il dover “tirar fuori” le ancore in questione!
Segnaliamo anche un breve video su youtube che mostra alcune immagini delle ricerche.

Antica città di Andriake nel Demre. DHA photo

Eric Solie presenta un anfora ritrovata a Tel Dor. Photo by Ehud Arkin and Assaf Yasur-Landau

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“International Archaeological Day” il 19 ottobre

L’AIA – Archaeological Institute of America festeggia ogni 19 ottobre l’archeologia con un “Archaeological Day” e –secondo le parole del website dell’AIA – “il brivido della scoperta”. In effetti ogni ottobre con le organizzazioni archeologiche di Stati Uniti, Canada e anche internazionali, sono presentati una serie di programmi archeologici e di attività che possano cogliere l’interesse di persone di tutte le età. Tra le attività organizzate per l’occasione, vi sono fiere di archeologia accessibili alle famiglie, escursioni in siti archeologici o anche scavi simulati, conferenze, visite interattive e programmi di pratica archeologica. Sarà anche un modo di fare all’americana, con tanto di citazione di Indiana Jones (“Archaeology Day programs provide the chance to indulge your inner Indiana Jones and be an archaeologist for the day”), ma troviamo che queste iniziative, coordinate a livello centrale e dunque con il coinvolgimento reale di organismi privati e pubblici su tutto il territorio (l’AIA fornisce persino un media kit per spiegare anche alle microassociazioni come far arrivare la voce dei programmi previsti ai media locali e online) siano un buon modo di mantenere viva l’attenzione sul tema archeologico e sulle ricadute in termini di avanzamento di conoscenza che le scoperte nel settore comportano. Per approfondire ecco il link www.archaeologyday.org

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Casola 2013: appuntamento con Jean-Marie Chauvet, speleologo e scopritore della grotta. Ecco il punto sulla datazione dell’arte parietale.

Immagine trovata pubblicata da www.atavolacongioia.it

Dal 30 ottobre al 3 novembre a Casola Valsenio (Ravenna) si terrà “CASOLA 2013 – Underground: il popolo europeo della speleologia torna a casa”, annuale incontro di speleologia internazionale. Nel programma (ricchissimo e che invitiamo a scoprire su www.speleopolis.org) svetta per noi amanti dell’archeologia dei luoghi non convenzionali, la presenza di Jean-Marie Chauvet. Speleologo e fotografo francese, nel 1994 Chauvet scoprì la grotta cui venne dato il suo nome e i cui dipinti paleolitici sono tra i più antichi noti al mondo.
Potrebbe essere interessante sentire cosa ne pensa il sig. Chauvet delle ultime datazioni attribuite ai dipinti della grotta. Ricordiamo che nell’ottobre del 2011 la ricercatrice francese Helene Valladas e il suo team di Gif-sur-Yvette presso il Laboratory for Climate and Environment Studies (CEA-CNRS francese) ha retrodatato dal 17.000 BP (Magdaleniano) al 30.000 BP (Aurignaziano) le pitture di Chauvet. Lo studio è stato pubblicato su Science e può essere letto (per gli iscritti alla rivista Science online) a questo link. Tra gli autori dell’articolo anche il famoso Jean Clottes.
La datazione é basata sull’applicazione del sistema AMS (ovvero l’uso dell’ acceleratore di spettrometria di massa) applicato a resti di carbone. Un sistema che sta portando diverse grotte europee a rivedere le proprie datazioni. Alcuni però argomentano che la datazione se effettuata su resti carbone del dipinto altera il dipinto stesso (lo rovina), se invece è raccolto in loco non è necessariamente detto che sia contemporaneo alle pitture.
E così da qualche anno, soprattutto in Spagna, sta prendendo piede la datazione all’Uranio-Torio che non intacca i dipinti, bensì data il supporto. La diatriba é però aperta tra gli studiosi e che tira in ballo i Neanderthal.  Vediamo il perché.
Il sistema Uranio-Torio (detto anche della “serie-U”)si basa sul fatto che la calcite (carbonato di calcio presente in stalattiti e stalagmiti) contiene tracce di uranio 238 che nel tempo decade per formare elementi atomici differenti, come il Torio 230 (radioattivo). Misurando il livello di torio 230 e uranio 238 è possibile capire quanto tempo fa la calcite si sia formata. Ovviamente perché il sistema sia utile alla datazione di pitture rupestri si opera su resti di calcite che ricoprono la pittura (per avere un età limite minima) e, quando possibile, prelevando campioni di calcite sotto il dipinto e avere così una data massima. Tra i due intervalli starebbe l’età del dipinto. Pare un sistema ottimo (anche se serve fare diversi buchi nella grotta, anche 50 per avere sufficiente numero di campioni) ed è così che alla grotta di El Castillo si é iniziato a parlare di dipinti di 40.800 anni fa!
O alla grotta di Tito Bustillo i cui dipinti sono stati datati con la serie-U a 37.300 anni fa e persino la famosa Altamira si direbbe avere dipinti di 35.600 anni fa, quando si è sempre parlato di 17.000 anni fa.
“Siamo di fronte ad arte Neanderthal?” hanno iniziato a chiedersi gli studiosi di preistoria. Joao Zilhao, archeologo alla università di Barcellona, ricorda che è possibile (per l’ennesima volta ricordiamo gli studi a Fumane dell’Università di Ferrara) in quanto i più antichi resti Homo (sapiens) in Europa sono quelli trovati in Romania presso il sito di Pestera cu Oase e sono di 39.000 anni fa e i più antichi artefatti attribuibili all’Homo in Spagna, Italia e Francia risalgono a 41.600 anni fa (Zilhao non considera le recenti datazioni ottenute su alcuni reperti tedeschi che portano a 43.000 anni fa). Tuttavia, questo non é sufficiente perché il mondo accademico concordi al Neanderthal capacità artistiche delle pitture di Chauvet e delle altre grotte. Infatti, alcuni esperti (citiamo il geochimico Henry Schwarcz della canadese McMaster University di Hamilton e l’esperto in datazioni Thomas Higham di Oxford) sono cauti sul metodo, sottolineando da un lato come non siamo certi di quanto tempo sia passato tra l’atto del dipingere e la formazione di calcite (non sempre è possibile avere le datazioni a sandwich della calcite cui facevamo riferimento prima) e dall’altro che perché queste datazioni ci parlino di arte creata dal Neanderthal dovrebbero essere un po’ più vecchie.
Ad ogni modo le datazioni della grotta Chauvet fin dalla sua scoperta nel 1994 sono state di riferimento per gli storici dell’arte parietale europea e le nuove datazioni proposte dal team francese non hanno mancato di far intervenire alcuni studiosi come Paul Pettit (University of Sheffield) che insieme al collega Alistair Pike della University of Bristol ha pubblicato su Science un articolo sulla bontà del metodo Uranio-Torio, non accettano che Chauvet possa essere di 37.000 anni fa. A nostro parere la motivazione non regge in quanto si basa su di un concetto evoluzionistico che già è fallito diverse volte nel suo approccio. Ovvero Pettit sostiene che i primi Homo in Europa non si prestavano a dipingere figure zoomorfe bensì prediligevano segni e linee (non figurativi). Per lui il carbone datato potrebbe essere stato usato per la prima volta per dipingere punti, dischi e segni e poi, migliaia di anni dopo, riusato per dipingere gli animali.
Dissentiamo da questa visione anche perché altri e numerosi studi (vedi Gilles Tosello, Università di Tolosa) hanno confermato la datazione Chauvet. E allora ecco le critiche al metodo Uranio-Torio: i ricercatori Pike e Pettit – secondo Helene Vallene, non hanno considerato come parte dell’uranio nella calcite potrebbe essere stato “slavato” da inondazioni della grotta (incrementando quindi il rapporto torio/uranio nella calcite stessa e sballando la datazione). Proprio il team francese ebbe problemi nella comparazione di dati radiocarbonio e Serie_U in una grotta sudafricana nel 2003.
Pettit e Pike si dicono pronti a testare con il loro metodo anche Chauvet. Ma noi sappiamo di una grotta dove entrambi i metodi (quello AMS dei francese e quello Uranio Torio di Pike) sono stati testati: Nerja, provincia di Malaga. Per saperne di più vi rimandiamo al nostro articolo che sarà pubblicato a dicembre 2013 sulla rivista Montagne360, in edicola da fine novembre. Siamo stati a Nerja proprio per questo! E ora, con chi vorrà, potremo chiedere il parere al sig Chauvet, a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, nell’ultimo week-end di ottobre! Per saperne di più sul programma di Casola 2013: www.speleopolis.org

Logo di Casola 2013

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Quarantesimo di Fondazione dell’Istituto Archeologico Valtellinese

4 ottobre 1973 – 4 ottobre 2013: l’Istituto Archeologico Valtellinese compie 40 anni.
Ci uniamo alle congratulazioni per i 40 anni dell’Istituto del quale abbiamo fatto parte negli anni lombardi e per il cui notiziario annuale abbiamo dato un piccolo contributo con un pezzo pubblicato nel 2005.
Davide Pace fondò nel 1973 questo storico centro che negli anni ha raccolto molti bravi ricercatori.
Tra questi vogliamo ricordare l’amico Carlo Rodolfi, scomparso lo scorso anno e ringraziamo Francesco Pace per la capacità di raccogliere la tradizione seguendo con competenza e passione le orme del padre.

Congratulazioni.

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Grotta di Nerja, Malaga

Siamo fuori dalla grotta di Nerja, in provincia di Malaga (Spagna). Una delle grotte paleolitiche più importanti d’Europa a dicembre ospiterà un convegno nel quale sarà presentato un nuovo standard per la datazione delle pitture rupestri. Una nostra intervista sull’argomento all’archeologo Sanchidrian Torti dell’Universidad de Cordoba sarà pubblicato sul numero di dicembre 2013 di Montagne360, in edicola da fine novembre. Se confermate, le pitture di Nerja saranno attribuite al Neanderthal e a quel punto il paradigma dell’Homo di Neanderthal prenderà una nuova piega.

Ci scusiamo per l’audio non ottimale:
Guarda il nostro video di presentazione della grotta:

Cueva di Nerja- Ingresso

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Antequera, centro della preistoria andalusa

Antequera (Malaga) è un sito fondamentale nello studio del megalitismo europeo. Nella più meridionale regione spagnola, in provincia di Malaga, ci troviamo di fronte a tutta la complessità e la ricchezza concettuale della preistoria. Il primo di tre filmati registrati nell’agosto del 2013.

Ecco il nostro video

 

 

 

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Empúries , l’archeologia classica guarda al futuro

Sempre in Costa Brava per visitare quella che oggi è la scuola di archeologia più ambita dai carrieristi europei: Empúries.
Ci rechiamo dunque a L’Escala e parcheggiamo la nostra auto a pochi metri dove nel VI secolo a.C. i commercianti focesi avevano attraccato le loro barche. Qui oggi si trova un monumento che celebra un altro grande arrivo, quella della fiaccola olimpica dei Giochi di Barcellona del 1992. Camminiamo verso il piccolo paese di Sant Marti d’Empuries lungo la bella spiaggia, un’insieme d insenature accoglienti e ventose, fino all’ingresso del sito archeologico.
Il nostro interesse per questo sito si raccoglie attrono ad un fatto e ad una figura.
Il fatto è che, come già detto, qui si é arrivati via mare e dunque l’intero scavo, immenso e ancora da terminare, è in “zona mista” seppur ancora non ha interessato attività di archeologia subacquea. Un luogo liminale anche per la storia, in quanto alla fase focea e dunque greca, si è sovrapposta la fase romana (anche perché i Romani qui per un periodo sono stati alleati dei greci).
La figura cui ci riferiamo é invece quella di Esculapio, dio della medicina.
Vero che l’etimologia di Empuries risiede in emporio, punto di raccolta di merci, ma è anche vero che questa centralità era pure simbolica. Il dio Esculapio – la cui statua è da poco tornata al museo ospitato nel centro visite del sito dopo molti anni trascorsi a Barcellona ed è considerata la statua greca di maggior qualità in tutto il Mediterraneo Occidentale, in marmo bianco di Paros e in marmo del Pentelico, lo stesso dell’acropoli di Atene– aveva anche un santuario. Il dio della medicina era venerato perché la zona era affetta da malaria e in città è stato pensato quello che forse possiamo definire il primo ospedale, quanto meno concettualmente. La figura di Esculapio/Asclepio ci rimanda a tutti quegli studi sui Focesi (fondatori anche dell’Italica Velia, vicino Napoli) che li tratteggiano come abili interpreti della pratica dell’incubazione. Forse per questo una delle iscrizioni greche a mosaico qui trovate  augura al transeunte “dolci sogni”?…
Il sito consiste in due vaste aree: quella a ridosso della spiaggia è la città greca, mentre quella che si allarga sulla collina retrostante è invece romana. Quest’ultima – come ci ha confidato il direttore del Museo di Empuries- è stata scavata solo per il 25% (quella greca, iniziata con lo scavo del lontano 1908, è completata). Qui ogni anno (e da 67 anni!) i migliori archeologi europei hanno a disposizione 30 ambitissimi posti per una scuola di archeologia classica che si può definire la migliore del mondo e che è un lustro per la Spagna e per il continente. Ogni università europea può proporre un solo candidato. Nel 2013 la Scuola ha scavato tre aree romane inclusa una di terme e una commerciale.
L’antica città, nonché primo insediamento, è ancora da trovare seppur è quasi certo che sia la vicina San Martì. Era nota col nome di Paleàpolis o città vecchia. Neapolis- città nuova – era il nome greco di Empuries. Passeggiare tra l’ agorà e la stoa greca mentre il mare canta nelle orecchie è davvero inebriante, così come colpiscono i bei mosaici romani della collina. Questo sfarzo è nato forse quando Giulio Cesare decise che Empúries sarebbe diventata una colonia di veterani che avevano combattuto al suo fianco nella penisola iberica. La città greca così venne oscurata da quella romana, che da accampamento per le guerre puniche divenne vera e propria città: anfiteatro, palestra, un grande Foro, botteghe e –ad oggi- anche due grandi ville.
Purtroppo non abbiamo il tempo di vistare i ripari rocciosi del Levante spagnolo perché dobbiamo proseguire verso l’Andalucia e visitare grotte e siti preistorici che richiamano tutta la nostra attenzione.

L'Escala, torcia olimpica 1992

Empuries greca

Statua di Esculapio, Museo di Empuries

Empuries romana

Copia della statua di Esculapio nel suo tempio verso il mare

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I dolmen della Costa Brava

Iniziamo il nostro tour archeologico 2013 lungo le coste spagnole visitando forse il più interessante dei Dolmen di questo tratto della Catalogna. Il Dolmen de la Cova d’en Daina si trova vicino Font del Prat, situato a circa 200 metri slm, appena sotto la cima della collina di Romanya de la Selva.
Per raggiungerlo, dopo aver scovato lo slargo lungo il sentiero dove poter parcheggiare l’auto, bisogna camminare all’interno di un fresco bosco, che si apre come a svelare la costruzione in pietra che da migliaia di anni pare custodita dal bosco stesso.
Si tratta di un sepolcro in granito provvisto di una galleria coperta lunga 7,60 metri e larga circa 1,70 metri. L’altezza dall’attuale pavimento è di 1,5 metri. La camera sepolcrale è rettangolare ed è ancora sormontata da tre grossi blocchi. Si accede alla camera sepolcrale dopo un breve corriodoio d’accesso. Ma ciò che colpisce subito è che un cromlec corre intorno al tumulo di terra e pietre, oggi in parte dismesso e il suo diametro é di ben 11 metri.
Il corridoio del dolmen è orientato a sud est, in modo che la luce penetri all’interno all’alba del solstizio d’estate.
Gli archeologi datano la costruzione megalitica tra il 1.700 e il 2.200 a.C. sulla base dell’architettura, simile a quella di altri dolmen dell’epoca. Tuttavia, sappiamo che l’equipe dello studioso Lluis Esteva Cruanas ha scavato in questo dolmen, recuperando resti umani (ossa e denti), sette punta di freccia di diversa tipologia, fragmenti di coltelli e anche frammenti di ceramica.
L’atmosfera, in assenza di altre persone, è davvero magica. Il bosco è pieno di silenzio e pare davvero celare la storia millenaria che questo tumulo emana da ogni pietra. Ciò che colpisce di più è una delle pietre che sovrasta la camera sepolcrale, le cui dimensioni e il cui peso sorprendono. Qui la vicina costa del mare si inasprisce in altipiani come quello su cui ci troviamo (la sierra di Los Gavarres), creando delle situazioni di paesaggio simili a quelle irlandesi. La civiltà megalitica pareva prediligere paesaggi di questo tipo.
Nei dintorni della vicina Empordà sono rintracciabili ben 114 dolmen.

All'arrivo

La strada nel bosco

Il dolmen

Il dolmen di lato

Il corridoio

La pietra superiore

Un particolare della porta

Il dolmen con il cromlech

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Giornata Mondiale ONU dedicata ai popoli indigeni, patrimonio dell’umanità

Un anziano della comunità peruviana dei Q'ero -foto di Julio Alcubilla

Si celebra oggi la Giornata Mondiale dei popoli indigeni, Patrimonio dell’Umanità. Sono 370 milioni gli indigeni nel mondo, pari al  6% della popolazione del pianeta e attualmente vivono in 70 nazioni diverse. Ricordiamo che le Nazioni Unite nel 2007, esprimendosi sui diritti dei popoli indigeni, ha riconosciuto che “il rispetto per le conoscenze indigene, le culture e le pratiche tradizionali contribuisce allo sviluppo sostenibile ed equo e alla corretta gestione dell’ambiente”. L’UNESCO in occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni del mondo, si propone di costruire nuove alleanze per proteggere i diritti di tutti popoli indigeni, e con loro attivare nuove  modalità per la sostenibilità globale. Ecco la pagina dedicata alla giornata, per saperne di più.

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