La cultura sudafricana dei San retrodatata a 44.000 anni fa

 

Guardando fuori dalla Border Cave. Wikimedia Commons

Una delle culture considerate moderne più interessanti al mondo, quella dei San del Sudafrica, la cui arte rupestre ha permesso studi fondamentali dell’antropologia culturale come quello condotto a partire dagli anni ’90 dal ricercatore sudafricano J. D. Lewis-Williams è stata recentemente retrodatata da 20.000 a ben 44.000 anni fa. Riportiamo integralmente la traduzione dell’articolo pubblicato online su Popular Archaeology e ripubblicato in italiano dall’Associazione Liutprand (www.liutprand.it) che ringraziamo per averci concesso il rilancio su arkeomount.com

UNA CULTURA MODERNA IN AFRICA 44000 ANNI FA
La scoperta spinge la datazione all’indietro di oltre 20000 anni.
Un team internazionale di ricercatori ha scoperto la prova materiale che indica una cultura, molto simile a quella dei moderni cacciatori-raccoglitori San dell’Africa, esisteva già ben 44 mila anni fa.

Condotto da Francesco d’Errico, direttore della ricerca presso il Centro Nazionale delle Ricerche francese, il team di scienziati includeva Lucinda Backwell e Marion Bamford dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg, Sud Africa. Essi hanno datato e analizzato oggetti recuperati dagli strati archeologici della Border Cave, situata ai piedi delle montagne Lebombo in KwaZulu-Natal, Sud Africa, vicino al Mozambico. Il sito ha fornito materiale organico eccezionalmente ben conservato, il che lo rende eccezionale per l’applicazione di una varietà di tecniche di datazione.
“La datazione e l’analisi di materiale archeologico scoperto alla Border Cave in Sud Africa ci ha permesso di dimostrare che molti elementi della cultura materiale, che caratterizzano lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori San in Sud Africa, erano parte della cultura e della tecnologia degli abitanti di questo sito 44000 anni fa”, dice Backwell.
Fino ad oggi, la maggior parte degli archeologi riteneva che la prima prova della cultura San di cacciatori-raccoglitori nel sud Africa risalisse al massimo a 20000 anni fa.
I manufatti hanno rivelato usi e costumi molto simili a quella dei moderni San moderne. Alcuni esempi:
Bastoni per scavare zavorrati con pietre forate, datati a circa 44000 anni fa;
Un bastone di legno decorato con incisioni, utilizzato per trasportare un veleno contenente acido ricinoleico trovato in semi di ricino;
Un pezzo di cera d’api, datato a circa 40000 anni fa, mescolato con la resina di sostanze tossiche Euphorbia, e forse uovo, avvolto in fibre vegetali realizzate con la corteccia interna di una pianta legnosa. Come l’equivalente moderno San, era probabilmente utilizzato per avvelenare punte di freccia o strumenti;
Zanne di cinghiale o facocero modellate in punteruoli e teste di lancia, e
Piccoli pezzi di pietra per armi da caccia, come conferma il ritrovamento di residui di resina ancora aderente ad alcuni degli strumenti, identificata come suberina (sostanza cerosa) prodotta dalla linfa di alberi Podocarpus (Yellowwood).
Le somiglianze non si fermano qui. Dice Backwell: “ci sono anche uova di struzzo decorate con perline e conchiglie marine, e ossa intagliate a fini di annotazione. Hanno modellato punte d’osso sottili per l’uso come punteruoli e punte di frecce avvelenate. Una punta è decorata con un solco a spirale piena di ocra rossa, che somiglia strettamente a marchi simili che i San fanno per identificare le loro frecce per la caccia”.
Un’altra leader chiave del team di ricerca, Paola Villa, curatrice presso il Museo di Storia Naturale dell’Università del Colorado e autrice dello studio principale di un altro rapporto basato sulla stessa ricerca, suggerisce che i reperti indicano che l’età della pietra è iniziata in Sud Africa ben più di 20000 anni fa, prima di quanto ritenuto in precedenza – il che coincide con il momento in cui gli esseri umani hanno avviato la migrazione dall’Africa al continente europeo.
“La nostra ricerca dimostra che l’età della pietra emerse in Sud Africa molto prima di quanto si sia creduto e verificato sinora, e circa allo stesso tempo dell’arrivo degli esseri umani moderni in Europa”, ha detto Villa. “Ma le differenze nella tecnologia e nella cultura tra le due aree sono molto forti, e mostrano che la gente delle due regioni ha scelto strade molto diverse per l’evoluzione della tecnologia e società”.
Vedi gli esempi di reperti mostrati nelle immagini sottostanti.

 

 

Image credit: Francesco d’Errico e Lucinda Backwell

Manufatti organici dalla Border Cave
a) bastone da scavo in legno di Flueggea virosa datato a 40986 – 38.986 ca a.C.,
b) applicatore di veleno a base di legno di Flueggea virosa datato a 24564 – 23941 ca a.C., che conserva un residuo di acido velenoso ricinoleico estratto dai semi di ricino,
c) punta di freccia d’osso decorato con una incisione a spirale piena di pigmento rosso,
d) oggetto di osso con quattro serie di tacche, ognuna ottenuta da uno strumento diverso, e probabilmente utilizzato per annotazioni,
e) grumo di cera d’api contenente resina di Euphorbia tirucalli e forse uovo, legato con spago vegetale e datato 41167 – 39194 ca a.C.,
f) perline da collana fatte con uova di struzzo del 44856 – 41010 ca a.C. e perline di conchiglie marine utilizzate come ornamenti personali. Barre di scala = 1 cm
(Image credit: Francesco d’Errico e Lucinda Backwell)

Image credit: Lucinda Backwell

 

 

Bastoni da scavo
a) bastone da scavo in legno fatto da Flueggea virosa e datato 40986 – 38986 ca a.C.,
b) Primo piano che mostra l’arrotondamento e la frantumazione della punta.
c) bastoni per scavare dei San del Kalahari che mostrano somiglianza con il campione di Border Cave
d) Francesco d’Errico, con bastoni da scavo San dalla Collezione Fourie (Museum Africa, Johannesburg). Barre di scala = 1 cm
(Image credit: Lucinda Backwell)

 

 

Image credit: Lucinda Backwell

a) Perline fatte con uova di struzzo
Perle di uova di struzzo dalla Border Cave datate 44856 – 41010 ca a.C., che mostrano tecniche di produzione simili a quelle utilizzate dalle donne San del Kalahari, come:
b) sagomatura con un corno e incudine in pietra,
c) perforazione per produrre il buco centrale,
d) infilando con spago vegetale e
e) arrotondando i bordi con una pietra scanalata.
(Image credit: Lucinda Backwell)

 

 

Image credit: Lucinda Backwell

Punte e cera d’api
a) punta di freccia d’osso decorato con una incisione a spirale piena di pigmento rosso,
b) osso modellato a forma di punta di freccia mediante raschiatura,
c) grumo di cera d’api contenente resina di Euphorbia tirucalli e forse uovo, legato con spago vegetale e datato 41167 – 39194 ca a.C.,
d) punte d’osso di pietra da siti sudafricani,
e) punte di freccia d’osso dei San del Kalahari, e
f) Snelle punte di freccia d’osso reversibili incrostate di veleno. Barre di scala = 1 cm
(Image credit: Lucinda Backwell)

 

 

Image credit: Francesco d'Errico e Lucinda Backwell

Cera con veleno
a) applicatore di veleno in legno dalla Border Cave fatto da Flueggea virosa e datato a 24564 – 23941 ca a.C., con tacche, e
b) residuo aderente contenente acido velenoso ricinoleico estratto dai semi di ricino.
c) applicatori di veleno dei San del Kalahari conservato al Museum Africa, Johannesburg, che mostra pezzi di composti organici utilizzati per le impugnature (giallo) e le parti avvelenate (nero) della freccia, e la dentellatura per evitare lo slittamento del materiale.
d) blocco di cera d’api dalla Border Cave contenente resina di Euphorbia tirucalli e forse uovo, legato con spago vegetale, e datato 41167 – 39194 ca a.C.,
e) punta di freccia d’osso da Border Cave e
f) punte di freccia d’osso dei San del Kalahari. Barre di scala = 1 cm
(Image credit: Francesco d’Errico e Lucinda Backwell)

Scrivono i ricercatori nella loro relazione: “Contrariamente alla tecnologia litica, che dimostra, a Cave Border una graduale evoluzione verso il tardo Paleolitico a partire da 56000 anni fa, gli artefatti organici in modo inequivocabile ricordano un’età della Pietra più avanzata e la cultura materiale San emerge relativamente bruscamente, evidenziando una mancata corrispondenza apparente dei tassi di cambiamento culturale. I nostri risultati sostengono l’idea che ciò che noi percepiamo oggi come un comportamento moderno è il risultato di traiettorie non lineari che possono essere meglio comprese se documentate su scala regionale”.
La ricerca dal team, composto da scienziati provenienti da Sud Africa, Francia, Italia, Norvegia, Stati Uniti e Gran Bretagna, è pubblicata in due articoli on line sulla prestigiosa rivista Proceedings della National Academy of Sciences. Lo studio intitolato “La prova iniziale della cultura materiale San rappresentata da reperti biologici provenienti dalla Border Cave, Sud Africa” è stato scritto da Francesco d’Errico, Lucinda Backwell, Paola Villa, Ilaria Degano, Jeannette Lucejko, Marion Bamford, Thomas Higham, Maria Perla Colombini, e Peter Beaumont. L’altro studio, dal titolo “Border Cave e l’inizio dell’età della pietra avanzata in Sud Africa” è stato scritto da Paola Villa, Sylvain Soriano, Tsenka Tsanova, Ilaria Degano, Thomas Higham, Francesco d’Errico, Lucinda Backwell, Jeannette J. Luceiko, Maria Perla Colombini e Peter Beaumont.

Fonte: Popular Archaelogy, luglio 2012
Fonte per la traduzione: Liutprand.it – www.liutprand.it

 

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In Argentina si continua a lavorare sul sistema Qapaq Ñan

Riceviamo dall’archeologa argentina Teresa Michieli la segnalazione che in Argentina si continua a lavorare sodo sul progetto del Qapaq Ñan – la via sacra degli Incas. Il Ministero del Turismo argentino ha organizzato lo scorso 31 luglio un seminario a Belén (provincia di Catamarca) finalizzato a pianificare strategicamente lo sviluppo di un turismo sostenible associato al sistema viale andino del Qapaq Ñan.
All’incontro hanno presenziato le sette province argentine coinvolte nel team internazionale per presentare all’UNESCO la dichiarazione di Patrimonio dell’Umanità, ovvero Jujuy, Salta, Tucumán, Catamarca, La Rioja, San Juan e Mendoza.
Rappresentanti di diverse giurisdizioni, istituzioni e professioni hanno condiviso uno spazio di lavoro per scambiare e ottimizzare gli sforzi per un progetto in cui l’Argentina si sta impegnando molto. Riportiamo con piacere questa news come ogni altra indiscrezione inerente la candidatura del Qapaq Ñan che abbiamo in parte camminato lo scorso anno e che riteniamo essere la rete di archeologia di montagna più importante al mondo.

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In Croazia trovate ceramiche databili a 17,500 anni fa, in pieno Paleolitico

Un frammento ceramico da Vela Silia - fonte phys.org

Stanno facendo scalpore i ritrovamenti di 36 frammenti di ceramica a Vela Spila, una grotta sull’isola di Korčula nell’arcipelago croato. La datazione stupisce molti studiosi, in quanto i pezzi risalirebbero a ben 17,500 anni fa, in pieno Paleolitico! Molti millenni prima che si immagini la diffusione dell’arte della ceramica, in pieno Paleolitico
Tra i pezzi sono riconoscibili torso e arti di animali a quattro zampe, come cavalli e renne. Come si legge nella rivista PLoS ONE che ha pubblicato la ricerca, gli archeologi credono che la piccola comunità che viveva in questa zona abbia creato e sviluppato la ceramica per ben 2.500 anni, per poi abbandonarla. Le ricerche affrontate dal 2010 dalla University of Cambridge e da colleghi Croati, rivoluzionano la normale visione cronologica che attesta a circa 10.000 anni fa l’invenzione della ceramica
“E’ molto difficile trovare ceramica del paleolitico – afferma il Dott. Preston Miracle di Cambridge in un’intervista a phys.org – quelle di Vela Spila sembrano le prime evidenze di ceramica Paleolitica alla fine dell’era glaciale. E sembrano essere state sviluppate in modo indipendente rispetto a qualsiasi cosa che venne prima. Iniziamo a credere che la tecnica della ceramica sia stata sviluppata ben prima dell’era Neolitica quando le ceramiche divennero popolari anche per l’uso quotidiano esteso (raccolta e conservazione dei cibi di popolazioni stanziali, ndr)”
Quando il primo frammenta venne ritrovato nel 2001 non gli si diede peso in quanto al di fuori dei paradigmi scientifici attuali. Ma quando altri esempi sono emersi dalla grotta croata e le analisi hanno dimostrato essere stati creati dall’uomo allora la collezione intera è stata classificata come “epigravettiana” che poi, con esami al radiocarbonio, é stato possibile attestare tra i 17.500 e i 15.000 anni fa.
I particolari di questi frammenti rivelano grandi competenze artistiche e intenzionalità simbolica, come evidenziano le incisioni, i graffi e i fori applicati con diversi strumenti su ceramiche a forma di animali prima che la ceramica si solidificasse.
In passato furono trovate altre evidenze di ceramiche Paleolitiche in Europa, in Repubblica Ceca, e datate 10.000 anni fa, ma non solo vi sono differenze stilistiche ma anche nell’uso finale, visto che le ceramiche ceche vennero bruciate, probabilmente intenzionalmente per fini rituali.
Ci chiediamo se questo filone artistico balcanico, cui fanno riferimento i ricercatori anglo croati, non possa essere collegato con le ceramiche della dea studiate per anni da Maria Gimbutas.
Infine, vogliamo sottolineare come questa ricerca inizia a fare “massa” con altre come quelle del tempio di Göbekli Tepe, in Turchia, e mostri sempre più un Paleolitico vivo, variegato e attivo e quanto alcune classificazioni temporali (quando è davvero Neolitico?) siano sempre più da rivedere.

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Retrodatati i dipinti preistorici spagnoli a 40mila anni fa. Arkeomount intervista il Prof. Alistair Pike.

Mano dipinta nella grotta spagnola di El Castillo

In queste ore anche in Italia sta avendo eco la notizia delle ultime scoperte inerenti le pitture dipinte spagnole, a seguito delle ricerche internazionali guidate dal Prof. Alistair Pike dell’Università di Bristol (leggi l’articolo di Science).
Grazie all’uso del metodo di datazione dell’uranio-torio in 11 grotte con dipinti rupestri dell’area cantabrica (fra cui Altamira, El Castillo e Tito Bustillo) i ricercatori hanno datato le pitture a 40.000 anni fa, retrodatando in parte molte di queste. Oltre alle implicazioni sulla datazione – che ci impone di domandarci se e quale possa essere stato il ruolo del Neanderthal in alcune di queste rappresentazioni (a tale proposito vedi il nostro post del 17 febbraio 2012), abbiamo voluto approfondire il metodo di datazione responsabile della scoperta. Per farlo abbiamo raggiunto il direttamente il Dr Alistair WG Pike, Reader in Archaeological Sciences presso il Dipartimento di Archeologia e Antropologia dell’Università di Bristol (UK), a capo del progetto di ricerca che ha prodotto queste scoperte, che é stato così gentile di rispondere alle domande di Arkeomount. A seguire la breve intervista.

Arkeomount (ARK): “Prof. Pike, come funziona la datazione dall’uranio-torio?”
Dr Alistair WG Pike (AP): “Stiamo datando piccoli depositi di calcite – simili a stalagmiti – che si sono formati sulla superficie dei dipinti. Mentre si formano, queste stalagmiti incorporano tracce di uranio, che decade radioattivamente per divenire torio. La misurazione del rapporto tra il torio e l’uranio ancora presente ci consente di sapere quando questi depositi di calcite si sono formati”

(ARK): “Possiamo dire che questo metodo è meno invasivo della misurazione del radiocarbonio?”
(AP) : “Si”

(ARK): “Perché?”
(AP): “Perché la datazione al radiocarbonio richiede la rimozione di pigmento dal dipinto e provoca pertanto un danno. Il nostro metodo rimuove esemplari da un punto al di sopra del dipinto (che rimane intatto – ndr), senza causare alcun danno. In ogni caso gli esemplari che raccogliamo sono così piccoli che sono quasi invisibili.

(ARK): “Qual è il processo che avete usato per applicare il metodo ai dipinti su roccia?”
(AP): “ Abbiamo rimosso piccoli esemplari di calcite (piccoli come 10mg, circa la dimensione di un chicco di riso) raschiando con una lama. Ogni esemplare è stato portato al nostro laboratorio, dove l’uranio e il torio sono stati estratti ed è stato così possibile calcolare il loro rapporto usando uno spettrometro di massa”

Una tecnica non invasiva dunque, che sfrutta la presenza nelle grotte spagnole del torio, metallo debolmente radioattivo che si trova in piccole quantità nella maggior parte delle rocce e dei suoli, dove è circa dieci volte più abbondante dell’uranio.
La datazione uranio-torio, detta anche “thorium-230”, è una tecnica di datazione radiometrica che non misura l’accumulazione di un prodotto di decadimento stabile. Questa tecnica calcola un’età a partire dalla quale all’interno di un campione si è modificato l’equilibrio secolare tra il thorium-230 (isotopo radioattivo) ed il suo radioattivo genitore (uranio-234).
Mentre il Torio non è solubile in acque naturali (quando queste si trovano in superficie o vicine ad essa), l’uranio lo è. Ciò significa che ogni materiale che cresce a seguito della deposizione di acque naturali contiene uranio. Col passare del tempo l’isotopo dell’uranio 234 decade in torio-230. Quest’ultimo non si accumula in maniera indefinita perché è radioattivo per i primi 75mila anni. Pertanto si conosce qual è il punto di equilibrio tra i due isotopi e si sa che la quantità in percentuale di torio-230 che decade annualmente è stabile. Da questi rapporti e sulla base del rapporto secolare tra i due componenti, è possibile in una roccia nata in un terreno sorto da o impregnato di acque naturali (anche per infiltrazione), calcolare a ritroso gli anni. Le formazioni di calcite sorte sopra i dipinti rupestri non possono che essere nate dopo l’esecuzione dei dipinti stessi. Proprio queste piccole stalagmiti sono alla base delle ricerche del Prof. Pike e dello staff internazionale che ha guidato alla scoperta.
Resteremo in contatto con il Prof Pike e speriamo di avere altre news direttamente dal campo

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Ricostruito il paesaggio dell’Alto Adige durante l’era glaciale

Ricostruzione della zona di Merano - immagine tratta dal sito della Provincia di Bolzano

Spesso parliamo dell’importanza del paesaggio nella storia umana: rilievi, evidenze geologiche, landmarks. Alcuni paesaggi non sono per niente nemmeno immaginabili oggi, come quelli dell’era glaciale. Ieri è stato presentato presso il il Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige un video documentario prodotto dal Museo e dall’Ufficio Audiovisivi della Ripartizione Cultura tedesca la prima ricostruzione filmica del paesaggio altoatesino nell’era glaciale. “Südtirol unter Eis – Eine Spurensuche” (in italiano, “Alto Adige sotto ghiaccio – Una ricerca delle tracce”) è il film documentario che riporta il paesaggio alto atesino di 25.000 anni fa, al culmine delle ultime glaciazioni, quando l’attuale Alto Adige era coperto da una crosta ghiacciata spessa 2 chilometri.
Il paesaggio altoatesino appariva inospitale, quasi interamente privo di piante ed animali, e caratterizzato da tempeste di neve: un deserto freddo da cui emergevano solo le cime delle montagne più alte. Riprendiamo il comunicato stampa della provincia di Bolzano che dice: “utilizzando spettacolari animazioni ed un linguaggio divulgativo semplice ma preciso, il film racconta la storia del territorio altoatesino durante l’era glaciale, dal suo inizio 2 milioni di anni fa alla sparizione completa, 7.000 anni fa, dei ghiacciai che si erano formati in quel periodo. Grazie alla rielaborazione digitale delle immagini, è stato possibile ricostruire il paesaggio dell’Alto Adige con le valli colme di ghiaccio e neve e quello, di decine di migliaia di anni posteriore, successivo al loro scioglimento, che produsse un’enorme quantità di detriti franosi”.
Nel film si parla anche delle testimonianze dell’era glaciale, i cosiddetti “trovatelli”, blocchi di pietra che giacciono, isolati, nel fondovalle. Il materiale di cui sono composti, diverso da quello del terreno circostante, indica che vennero trascinati dallo scivolamento dei ghiacciai. Altri testimoni delle glaciazioni sono il Lago di Caldaro, le “buche del ghiaccio” ad Appiano, le “piramidi di terra” a Meltina, i Laghi di Spronser nel Gruppo del Tessa, le rocce moreniche nei dintorni di Merano. Siti che, nelle immagini, divengono protagonisti di sopralluoghi geologici a scopo didattico, immortalati anche con suggestive riprese aeree.
A nostro avviso questo tipo di lavori potrebbero dare molto alla ricostruzione archeologica se applicata anche a paesaggi più vicini a noi e inerenti scenari non totalmente scomparsi, basti pensare ai monti e alle isole apparse o scomparse negli ultimi due millenni sulle coste italiane.

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Le Palafitte alpine ora UNESCO: Fiavè e Ledro

Il nuovo museo delle palafitte di FiavèLo scorso 14 aprile è stato inaugurato il nuovo Museo delle Palafitte a Fiaveè (Trento) per valorizzare un insieme archeologico che, insieme a quello di Molina di Ledro (sempre in Trentino) è stato inserito dall’UNESCO nella World Heritage List insieme ad altri 109 siti palafitticoli dell’arco alpino.
Ci siamo recati a Fiavè nello scorso mese per visitare l’area archeologica e l’esposizione museale che raccoglie i reperti recuperati nell’area, vissuta dal Mesolitico (VII millennio a.C.) fino all’Età del Ferro. Le palafitte di Fiavè in realtà sono state vissute soprattutto tra IV e II millennio a.C. e hanno visto succedersi palafitte elevate in acqua a capanne a secco, erette su bonifiche della sponda lacustre. Il percorso museale è ben costruito con reperti, videoinstallazioni (appropriate! Non sempre è così) e molto spazio alla didattica, non solo per bambini. Affascinante la struttura del museo – ricavata dall’antica Casa Carli – che dà giusta luce ai reperti incredibili ritrovati nell’antico lago. Alcuni pezzi sono unicum europei per comprendere e ricostruire la vita in età antica: monili in bronzo, vasellame in ceramica e persino ambra (dal Baltico) e bronzo. Certo ciò che sorprende di più sono i pezzi in legno, sopravvissuti quasi quattromila anni: strumenti da lavoro, utensili da cucina e per il lavoro quotidiano per un totale di 300 pezzi.
L’area archeologica è suggestiva, soprattutto se raggiunta a piedi in una giornata uggiosa, come capitato a noi e seppur poco è rimasto, i legni che emergono dalla torbiera completano il paesaggio circostante con un tocco arcano, che aiuta a tuffarsi nel passato.
Anche nel non distante sito di Molina di Ledro c’è un museo accompagnato da palafitte ricostruite a scopi museali e didattici. Non visitiamo il museo da un anno circa, ma la vicinanza del lago di Ledro e la conca in cui è immerso il sito, aiutano a riflettere su quale sia stato lo scenario qualche millennio fa. La ricostruzione delle tre palafitte a Ledro ha impegnato 5 mesi effettivi tra il 2005 e il 2006 e ha visto l’utilizzo di 70 metri cubi di legname (130 pali complessivi di cui i più lunghi di 9 metri, più 2500 fasci di cannucce per la copertura dei tetti)
Il materiale recuperato durante le ricerche svolte fra il 1929 ed il 1983 a Ledro ha consentito agli studiosi di replicare alcune dinamiche costruttive, senza però consentire di indagare tutte le molteplici forme (tante erano le gamme costruttive usate dal 4.000 a.C. al 1.500 a.C.). Gli studiosi sono concordi nel ritenere che alcune capanne possano avere avuto una dislocazione su piattaforma installata su pali isolati “di bonifica” (alcuni dunque con funzioni portante, altri con ruolo di “costipazione”- come a Fiavè), mentre in anni recenti l’attenta disamina della morfologia di alcuni pali di fondazione (con due fori rettangolari distanti circa un metro), ha consentito di avanzare l’ipotesi che una parte del villaggio fosse costruita secondo il modello definito “Stelzbau”; per gli edifici a “Stelzbau” gli esempi meglio definiti e studiati in area alpina sono quelli dei siti di Thayngen Weier in Svizzera, di Ödenahlen e di Kempfenhausen in Germania, di La Motte aux Magnins e di Chalain 3 in Francia (della “Cultura di Pfyn”, “Altheim”, “Cortaillod” e “Horgen” ca 3000-4000 anni a.C.).
Montagna, lago e offerte votive sul fondo del lago. Un tema che torneremo ad approfondire.

 

Museo delle Palafitte di Fiavè

Museo delle Palafitte di Fiavè

Museo delle Palafitte di Fiavè

Museo delle Palafitte di Fiavè

Museo delle Palafitte di Fiavè

 

 

 

 

 

 

 

 

Palafitta ricostruita a Molina di Ledro

Palafitta ricostruita a Molina di Ledro

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Oetzi rende possibile l’analisi del più antico sangue di sempre

 

Immagine tratta da ANSA.it

Un’ANSA di questa mattina rilancia che è stato possibile recuperare alcune tracce del sangue della mummia del Similaun (Oetzi) e coni suoi 5.000 anni p di fatto il più antico sangue umano mai analizzato. I globuli rossi erano rimasti intrappolati nelle ferite dell’uomo (le arterie erano vuote) e l’analisi di un gruppo italo-tedesco (collaborazione tra l’Accademia Europea di Bolzano-Eurac e l’Università Tecnica di Darmstadt) è stata pubblicata sul Journal of the Royal Society Interface.

Riprendiamo l’ANSA e citiamo le parole di Albert Zink, direttore dell’Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’Eurac: ”Finora non sapevamo quanto a lungo si potesse conservare il sangue, nè tantomeno come si presentavano i globuli rossi dell’uomo durante l’età del rame”. Per l’analisi è stato utilizzato un microscopio a forza atomica (Afm) per analizzare i sottili campioni di tessuto prelevati dalla ferita sulla schiena, causata da una freccia, e da una ferita da taglio sulla mano destra. il risultato conferma che l’uomo venuto dal ghiaccio è morto subito dopo essere stato ferito da una freccia. Il microscopio a forza atomica, spiega l’Eurac in una nota all’ANSA, analizza i campioni grazie ad una punta sottile che percorre minuziosamente le superfici di tessuto e, per mezzo di sensori, ne registra la forma. Questa operazione consente di ottenere un modello digitale a tre dimensioni del tessuto. Sulle superfici è stata così scoperta la presenza di globuli rossi, rimasti  intrappolati nelle ferite  per 5.000 anni, con la loro classica forma ‘a ciambella’. La stessa struttura che ritroviamo oggi negli individui sani.
“Per essere certi al cento per cento che si trattasse di vere e proprie cellule del sangue e non di polline, batteri o di un’impronta lasciata da una cellula ormai scomparsa, abbiamo adoperato un secondo metodo di analisi: la cosiddetta spettroscopia Raman”, spiegano  Marek Janko e Robert Stark, dell’Università Tecnica di Darmstadt. La spettroscopia Raman illumina i campioni di tessuto con una luce intensa, grazie alla quale si riescono a identificare le diverse molecole per mezzo di uno spettro di dispersione della luce. Questo metodo ha confermato la scoperta.  Oltre ai globuli rossi, l’analisi ha rivelato tracce di fibrina, la proteina che regola la coagulazione del sangue. ”La fibrina – spiega Zink – emerge nelle ferite fresche e successivamente tende a diminuire. Questo conferma la tesi che Oetzi sia morto subito dopo essere stato ferito dalla freccia e non nei giorni successivi, come era stato ipotizzato inizialmente”.

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Pesca in alto a Timor Est, 42.000 anni fa

 

Jerimalai_Tratta dal sito di NewScientist.com

Nel novembre del 2011 la prestigiosa rivista Science pubblicò uno studio guidato dal professor Sue O’Connor of the College of Asia and the Pacific at ANU (Australian National University) con il quale si è annunciato che in Australia sarebbero state provate le più antiche testimonianze archeologiche di pesca in alto mare, databili a 42.000 anni fa.
La ricerca, condotta in alcuni siti di Jerimalai, nelle estremità orientali di Timor Est, è rivoluzionaria perché retrodata di diverse decine di migliaia di anni la più antica prova di pesca in alto mare, ma soprattutto implica sempre maggiori abilità nell’affrontare il mare, da ogni punto di vista. Oltre 38mila resti di ossa di pesce (datate al 42000 BP) provenienti da 2.843 diversi individui di una razza simile al moderno tonno ritrovati insieme al più antico amo da pesca di sempre fatto di conchiglia e databile tra i 23mila e i 16mila anni fa che mostra ottime abilità artigianali necessarie per una tecnologia adatta alla pesca di esemplari così rapidi nei movimenti marini: di certo utilizzavano – a detta degli archeologi – imbarcazioni per il mare aperto e tecniche raffinate. In definitiva questa scoperta racchiude molti semi di pensieri nuovi: 50.000 anni fa, quando si pensa l’uomo raggiunse le coste Australiane prima e Polinesiane poi, utilizzava barche per il mare aperto? Sapeva viverci e pescarci, quindi forse era anche in grado di raggiungere poi il Sud America?

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Il più antico esempio di arte preistorica Americana è un Mammoth

Tratto da www.history.com

Dopo aver parlato nei recenti post di nuove datazioni possibili sull’arrivo dell’uomo nelle Americhe e anche di possibili migrazioni nel Periodo Solutreano, ricordiamo una scoperta del 2009, quando James Kennedy, un collezionista amatore, ha trovato in una grotta in Florida (Vero Beach) un osso fossilizzato con un Mammoth (o comunque un mastodonte).  Il ritrovamento, fortunoso, divenne notizia lo scorso giugno (2011) quando Dennis Stanford, antropologo dello Smithsonian’s National Museum of Natural History pubblica sul “Journal of Archaeological Science” un articolo a riguardo, definendo il pezzo d’arte come eccezionale. Fino a quel momento mai nessun animale proboscideo era stato ritrovato inciso su ossa americane. Non solo. Ma il pezzo – di circa 40 centimetri – rappresenta la più antica forma d’arte nelle Americhe ed è l’unico esempio di disegno di un mammifero estinto dell’epoca glaciale ritrovato fuori dall’Europa.
James Kennedy in realtà trovò il pezzo un paio di anni prima (2007 dunque) ma solo nel 2009 si trovò a ripulirlo dalla polvere, insieme ad altri che aveva recuperato nella grotta di Vero Beach e nello scoprirvi l’incisione lo ha immediatamente consegnato ai ricercatori dello Smithsonian Institution e della University of Florida, che lo hanno datato a 13.000 anni prima del presente. Probabilmente l’osso stesso apparteneva ad un Mammoth. Grazie a ricerche interdisciplinari condotte dall’antropologa Barbara Purdy nelle quali sono stati coinvolti ingegneri ed artisti, i ricercatori hanno potuto appurare che il disegno fosse effettivamente di origini preistoriche. Inoltre, la scansione al microscopio elettronico sulle superfici incise ha dimostrato che queste risalgono alla stessa età dell’osso (ergo, furono realizzate 13.000 anni fa). Un’altra indicazione che ha permesso di stabilire la veridicità e l’età delle incisioni è stata fornita dall’assenza di detriti e di linee brusche, che richiamerebbero interventi moderni.
La grotta di Vero Beach già è nota agli studiosi che nel 1915 ci trovarono ossa umane e di mega-mammiferi (inclusi mammoth e mastodonti) estinti nel tardo Pleistocene, tra 10 e 12mila anni fa.
Nelle immagini, tratte dai siti www.history.com e www.npr.org, proponiamo l’osso inciso, ora esposto al Florida Museum of Natural History di Gainesville.

Tratto da www.npr.com

Tratto da www.npr.com

Tratto da www.history.com

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Terza e ultima parte del nostro reportage andino su “Montagne360°”

"Montagne360°" di aprile

 

“Montagne360°”, la Rivista del Club Alpino Italiano, pubblica questo mese di aprile la terza e ultima parte del nostro reportage di archeologia di montagna sulle Ande sudamericane. Dopo Argentina (febbraio) e Cile (marzo), questa nuova pubblicazione racconta l’arrivo in Perù, in concomitanza del centenario della ri-scoperta di Machu Picchu. Da Arequipa al Titicaca, da Tiawanaku (Bolivia) a Cusco, abbiamo provato a riassumere in sei pagine gli affascinanti incontri e le ultime scoperte del panorama archeologico andino peruviano.

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