Andalucia: la preistoria in grotta

Immagine tratta da thenerjacaves.com

Estate significa vacanze anche per Arkeomount, ma anche quest’anno non mancheremo di approfittare della pausa estiva per visitare alcuni siti archeologicamente significativi. A breve partiremo per la Spagna, destinazione Andalusia, dove contiamo di poter visitare le grotte di Nerja (di cui abbiamo trattato nei mesi scorsi riportando delle recenti pitture attribuite addirittura al Neanderthal, vedi questo post) e de La Pileta, i cui disegni dipinti sono più antichi della famosa Altamira. Archeologia di montagna e delle zone impervie, come sempre per Arkeomount, non a simbolo di esperienza estrema e volontà di spettacolarizzazione della stessa (ci sono altri professionisti per questo genere di divulgazione), bensì a testimonianza che la ricerca archeologica in tali zone è in grado di fornire risposte nuove o quanto meno di presentare prospettive diverse, in grado di far avanzare la nostra curiosità sull’uomo e sul suo passato offrendo nuovi punti di vista. Non sappiamo se riusciremo a postare durante il nostro viaggio, ma di certo a settembre su Arkeomount riporteremo le news che riusciremo a raccogliere, anche grazie ad alcune interviste con esperti locali che già abbiamo organizzato dall’Italia. Buona estate!

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A Fumane (Vr) ritrovato un monile dei Neanderthal: conchiglia marina e ocra rossa

 

Immagine tratta da Repubblica.it

Ocra rossa ancora rilevabile in una conchiglia marina di 45mila anni fa. Dove? Nella grotta veronese di Fumane, Prealpi Venete nei Monti Lessini, il team di ricerca dell’Università di Ferrara guidato da Marco Peresani ha trovato quello che è già definito “il gioiello dei Nenaderthal”, visto che questo esemplare di Aspa marginata (un mollusco) potrebbe ben essere un monile sopravvissuto al tempo. “La scoperta riduce la distanza cognitiva tra Neanderthal e Sapiens – dice il prof Peresani in un intervista riportata dalla versione online di Repubblica – e arricchisce la nostra conoscenza della cultura simbolica dei nostri cugini neandertaliani”. Nel 2011, mentre raggiungevamo il Cile, proprio da Fumane gli studi di questo team di ricerca avevano palesato come i Neanderthal producessero oggetti simbolici, a testimonianza di una capacità di astrazione e di un universo simbolico che fino a qualche anno fa era loro negato. Qualche mese fa avevamo riportato di un altro tassello di questa “riscoperta” dei Neanderthal parlando dei dipinti rupestri di Nerja, sulla costa spagnola, attribuiti proprio ai predecessori dei Sapiens in Europa.
E’ ancora una volta la rivista PlosOne ad ospitare l’articolo scientifico con cui i ricercatori descrivono il ritrovamento di questa conchiglia marina fossile del Pliocene (5-2,5 milioni di anni fa), scoperta nel 2005 a Fumane in un livello datato 47.600 – 45.000 anni fa (livello A9, lo stesso dove vennero ritorvate le ossa comprovanti l’uso di penne di rapace per motivi simbolici). Raccolta a oltre 100 metri dalla grotta, la conchiglia fu lavorata e colorata probabilmente per essere indossata al collo. Il pezzo non é intero (manca la spirale finale) e  presenta una frattura irregolare. All’interno si notano delle striature interpretate come segni dell’uso di un laccio particolarmente abrasivo – forse un tendine animale. Raggi X e spettroscopia Raman hanno identificato il pigmento che riempie i forellini esterni come ematite, cioè ocra rossa.
Considerando il fatto che questo mollusco è tipico degli affioramenti rocciosi dei margini settentrionali degli Appennini, questa conchiglia deve essere stata raccolta o scambiata a più di 100 km da Fumane e introdotta intenzionalmente nella grotta dai Neandertal che la frequentavano. L’uomo ha vissuto il riparo di Fumane per 60mila anni prima con Neanderthal e poi con Sapiens, che l’avrebbero abbandonata circa 30mila anni fa. Come ricorda Repubblica.it, gli scavi di Fumane, giustamente considerato uno dei siti preistorici più importanti d’Europa, sono in parte finanziati dalla National Geographic Society.

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Per la prima volta trovati i resti di un sacrificio umano femminile tra i Moche. Il nostro parere.

Il corpo ritrovato a El Brujo - giugno 2013 - foto di ANDINA

E’ ancora il team guidato da Régulo Franco Jordán, famoso per aver scoperto i resti della Signora di Cao, a scuotere l’ambiente dell’archeologia peruviana. Nel mese di giugno, sempre presso i resti del complesso archeologico noto come “El Brujo” presso Cao Viejo- La Libertad, gli archeologi hanno portato alla luce i resti di una donna dell’epoca Moche, probabilmente sacrificata. La donna è stata trovata nella piattaforma superiore del complesso cerimoniale e,se confermata la diagnosi di morte per sacrificio, saremmo di fronte alla prima prova di un sacrificio Moche al femminile, visto che ogni resto archeologico (manufatto o murales) mai ha descritto un sacrificio umano se non al maschile. La donna è stata trovata faccia a terra con il viso verso ovest (verso il mare) e un braccio esteso. La notizia sconvolge un po’ la visione corrente sulla cultura dei Moche, seppur – a nostro parere – questo caso (per ora unico) non testimonia una continuità né una pratica definita.
Secondo gli studi del Dr. John Verano (professore alla Tulane University), la donna aveva tra i 17 e i 19 anni al momento della morte e sarebbe morta per ingestione di sostanze tossiche in quanto mancano altri segni di violenza sul corpo (come strangolamento o da arma).
Anche questo dato, in una cultura che faceva uso di sostanze psicotrope, lungi – a nostro modesto parere – di essere prova definitiva. Ben sappiamo che l’uso culturale di sostanze tossiche può anche portare a cause inattese. E se questa donna, durante un ingestione di sostanze allucinogene in contesto cultuale, si fosse sentita male e, solo poi, fosse stata posta sulla piattaforma cerimoniale per mantenerla “in asse” con il mondo divino che l’ha chiamata a sé?…

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Otto barche dell’età del Bronzo emerse nel Cambridgeshire

Foto tratta da guardian.co.uk

Affondate circa 3.000 anni fa e riemerse in una cava del Cambridgeshire alla periferia di Peterborough. Questo il ritrovamento annunciato dal Guardian questa settimana: si tratta di ben otto imbarcazioni dell’Età del Bronzo , di cui una lunga quasi nove metri e sono così la flotta più imponente di questa fase storica mai ritrovata nel Regno Unito.

Impressionanti i particolari: decorazioni interne ed esterne, maniglie scolpite nel tronco dell’albero di quercia da cui sono state ricavate (per il sollevamento fuori dall’acqua) e perfino la capacità di galleggiamento intatta. Una di queste imbarcazioni ha tracce di fuochi accesi sul ponte!

La conservazione è stata possibile grazie al limo acquitrinoso del letto di un torrente oggi secco, una volta affluente del fiume Nene, che ha seppellito le imbarcazioni in profondità.
Ma le imbarcazioni pare siano state deliberatamente seppellite nello stesso luogo. Le datazioni – in fase di definizione – parlano di circa 1000 anni tra la prima e l’ultima delle navi, suggerendo una sorta di “cimitero” navale.
Ian Panter, del Cambridge Archaeological Unit, conservatore a capo del progetto e che per ha assistito ai ritrovamenti, parla propone due ipotesi: o siamo innanzi al “Triangolo delle Bermuda” inglese, oppure semplicemente queste barche sono state offerte in rituale.
Ricordiamo che, soprattutto in Inghilterra, era diffusa la pratica di seppellire ritualmente oggetti (spesso in ceste) come armi o utensili per onorare od omaggiare i genius loci, o gli elementi naturali che rendevano il paesaggio in zona particolarmente sacro.
In effetti, leggendo le parole di Panter, “il torrente era una fonte ricca di pesci e anguille” e nelle scorse stagioni di scao la vicina Fattoria Much ha restituito depositi rituali di metallo, tra cui lance.
Altra possibilità, più pragmatica, è che le barche siano state depositate e ricoperte per mantenere il legno impregnato d’acqua ed evitare che il legno si seccasse. Ma allora perché non furono mai recuperate?

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La metallurgia al Passo del Redebus, incontri e laboratori

Immagine tratta da www.visitpinecentra.it

I Servizi Educativi dell’Ufficio Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento anche nel 2013 propongono appuntamenti per viaggiare nel passato del Trentino in compagnia di archeologi e ricercatori. Di tutto il ricco programma estivo (consultabile al link www.trentinocultura.net/archeologia.asp) ci piace segnalare gli appuntamenti con l’arte dei metalli al Passo del Redebus, tra l’Altopiano di Pinè e la Valle dei Mocheni, al Passo del Redebus, dove si trova il sito di Acqua Fredda, una delle aree archeologiche musealizzate più alte d’Europa. Qui è stata portata alla luce una delle più importanti fonderie preistoriche della tarda età del Bronzo (XIII-XI sec.a.C.) dell’intero arco alpino. Nel corso dell’estate, proprio nel luogo dove i minerali di rame erano lavorati fin dai tempi più remoti, sarà possibile cimentarsi in prima persona in laboratori sul campo, come “Acqua fredda, caldo metallo!” (il 12 luglio e 30 agosto) e visitare la riserva naturale che circonda il sito con un accompagnatore di territorio. “La spada è nella roccia” (26 luglio e 9 agosto) prevede la visita guidata al sito e attività di archeologia sperimentale per bambini e adulti con un esperto di archeometallurgia.  Per conoscere i segreti della lavorazione dei metalli e vedere gli archeotecnici realizzare dal vivo uno strumento come si faceva nell’antichità basta partecipare a “All’idea di quel metallo” (9 agosto e 29 settembre). Da non perdere per i più piccoli “Incontro con il mito. Piè zoppi, man’ di fata… Le meraviglie di Vulcano”, un originale spettacolo teatrale interattivo dedicato al mito di Vulcano (23 agosto). Le altre attività saranno ospitate nei siti della Tridentum romana, al Museo Retico di Sanzeno e al Museo delle Palafitte di Fiavé. Le proposte sono per un pubblico di tutte le età.

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Le grotte italiane in una rivista

 

Foto di www.LaVenta.it

A metà luglio sarà pubblicato il numero 68 della rivista “ “Speleologia”, il periodico ufficiale della Società speleologica italiana, e sarà un numero speciale in vista del Congresso internazionale che si terrà in Repubblica Ceca a fine luglio. L’edizione presto alle stampe conterrà infatti una catalogazione aggiornata delle grotte italiane e, quindi, della speleologia nel nostro Paese. “Questo numero speciale intende essere una sintesi delle conoscenze attuali della speleologia nel nostro Paese, oltre ad accennare brevemente alla storia della Società speleologica italiana”, ha dichiarato il Presidente della SSI Giampietro Marchesi. “Si tratta di un lavoro davvero corposo, nessuno dei precedenti 67 numeri della rivista ha mai avuto questo rilievo e questa cura”.  I migliori specialisti di ogni ambito di ricerca tratteranno in maniera sintetica alcune delle tante peculiarità esistenti, oltre ai fenomeni carsici di alcune tra le grandi aree carso-speleologiche italiane, dalle Prealpi lombarde ai monti Alburni in Campania. A nostro avviso la chicca della rivista è la cartina dell’Italia allegata, con la segnalazione delle evidenze e degli elementi maggiormente eclatanti dal punto di vista geologica e speleologico della penisola, dalle grandi sorgenti alle grotte più profonde. L’obiettivo naturalmente è dare un’idea al lettore della distribuzione delle aree carsiche presenti nel nostro Paese.
Per approfondire andate sul sito della SSI.

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LiDAR, nuovo sistema di rilevamento archeologico. Come oggi ad Angkor Wat

Immagine tratta da www.archaeolandscapes.eu

E’ notizia di oggi di un nuovo potenziale ritrovamento archeologico (questa volta ad Angkor Wat in Cambogia, come riporta questo articolo del Corriere di oggi) svelato grazie alla tecnologia Lidar. Ma cosa è questa tecnologia e come viene applicata in archeologia?
Il rilevamento LiDAR (acronimo per “Light Detection And Ranging”) è un sistema a tecnologia laser che serve per agevolare l’acquisizione di accurati dati di migliaia di punti della superficie terrestre in una frazione di secondo e rappresenta la svolta più importante nelle tecnologie ottiche per il telerilevamento degli ultimi anni. LiDAR è in grado di rilevare informazioni su un particolare oggetto anche molto distante grazie al rilevamento di come la luce riflette su di esso.
Il meccanismo è il seguente. I sensori LiDAR  emettono da 5.000 a 50.000 impulsi laser al secondo con scansione dell’array (ovvero dei dati in versione informatizzata).Queste informazioni sono determinate dall’ intervallo di tempo che separa gli impulsi. Registrando il tempo che trascorre tra un impulso e il successivo, è possibile per il software collegato derivare la distanza di un oggetto o di una superficie.
La fase di rilievo
Lidar scansiona dall’alto (spesso da un aereo) utilizzando un fascio laser che registra misure da 20 a 100.000 punti al secondo costruendo con i dati un modello ad alta risoluzione del terreno e delle sue caratteristiche.
LiDAR utilizza in lavorazione simultanea tre tecnologie, ovvero:
1)    Scanner laser per la scansione della zona di indagine;
2)    Inertial Measurement Unit per calibrare i dati in base all’asse di rollio del veicolo ( questo strumento stabilisce l’orientamento angolare del sensore LiDAR intorno all’asse x, y e z del velivolo che lo trasporta);
3)    E un GPS (Global Positioning System) che funziona simultaneamente con il sensore LiDAR per generare le coordinata x, y e z di ogni punto rilevato.
Nel Rilievo Lidar, i dati sono raccolti sui singoli punti della superficie del terreno, determinandone la spaziatura (un calcolo che tiene conto dell’altezza di volo e dell’angolo di scansione).
Vi sono diversi tipi di sondaggio LiDAR Survey, a seconda dello scopo del sondaggio stesso. Possiamo riconoscere tre categorie: batimetrica (per misurare la profondità acque – si usa con un aereo a bassa quota e usando il solo fascio laser), topografica (rilevano dati di elevazione del terreno utilizzando luci laser e con un uso attento del GPS al fine di localizzare punti sulla superficie terrestre ottenendo dati con una precisione di 15 cm) e idrografico (per la scansione delle acque costiere o del fondo marino: un impulso viaggia attraverso aria e acqua fino al fondo, mentre un altro impulso viene riflesso dalla superficie dell’acqua).
LiDAR è utilizzato in archeologia per avere rilievi in zone altamente dense di vegetazione o difficilmente accessibili, oppure per studi geologici e sismologici, per il monitoraggio dei ghiacciai, per misurare la velocità del vento atmosferico e per altre applicazioni nel settore forestale, oceanografico e militare, Ovviamente è ottimo per avere immagi 3D come DEM (Digital Elevation Model), TIN (Triangular Irregular Network), DTM (Digital Terrain Model), tutte utili per l’analisi del terreno.

 

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Il Qapaq Ñan vicino al riconoscimento UNESCO. Incontro in Argentina

Foto di Teresa Michieli

Tra il 3 e 5 giugno si é tenuto il IV Seminario Interregionale per la pianificazione e la gestione associato del Sistema Viario Andino, il Qhapaq Ñan, che ha riunito i rappresentanti di sette province dell’Argentina (Jujuy, Salta, Tucumán, Catamarca, La Rioja, San Juan e Mendoza), insieme con i coordinatori nazionali Qhapaq Ñan e i rappresentanti del Ministero del Turismo Argentino. L’incontro è stato organizzato dal Ministero della Cultura e dal Ministero della Presidenza del Turismo in coordinamento con il Ministero della Cultura della Provincia di San Juan.
Le stesse zone sono state visitate dal progetto Arkeomount nel 2011 e il nostro canale YouTube riporta video interviste all’archeologa Teresa Michieli proprio in queste zone. Si veda questo video e anche questo. Ora pare che ci si stia avvicinando al riconoscimento dell’intero cammino come Patrimonio UNESCO e, speriamo, anche al riconoscimento di altri siti archeologici vicini al cammino stesso, come il riparo di Los Morillos (vedi i ns video a questo link e anche a quest’altro indirizzo).
Nell’occasione i coordinatori nazionali del programma e la squadra della Provincia di San Juan sono stati trasferiti al Departamento de Iglesia per un incontro con i rappresentanti culturali della località a nord di questa regione andina. La conferenza ha visto tra i relatori la Coordinatrice Tecnica Nazionale del Programma Dr. Diana Rolandi, il Responsabile Nazionale di gestione delle Comunità Sig.ra Victoria Sosa, il Responsabile Nazionale di Conservazione, l’Arch. Mario Lazarovich, il Segretario alla Cultura della Provincia di San Juan, l’arch. Zulma Invernizzi, il Segretario del Turismo della Provincia di San Juan, la signora Claudia Gryszpan e la professoressa archeologa Dr. Caterina Teresa Michieli intervenuta per conto dell’Istituto di Ricerca Archeologica e Museo “Prof. Mariano Gambier “(FFHA UNSJ).
Durante la tre giorni il gruppo ha visitato i siti inclusi nella domanda di candidatura come patrimonio mondiale dell’umanità UNESCO, incluse le strutture inca connesse all’allevamento delle vigogne nel suo habitat più australe conosciuto, all’interno del Parco Nazionale San Guillermo.

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Studiato il cervello dell’Homo Floresiensis- involuzione di Homo erectus?

 

Cranio dell'Homo Floresiensis - tratto da www.pikaia.eu

Indonesia, 2003. Una scoperta sulle isole della Sonda, a Liang Bua (isola di Flores), sconcerta gli scienziati. Ritrovati resti umani di una specie homo non definita. Inizialmente si pensa ad un Homo Sapiens malato, poi ad un nano, infine si propende per battezzare una nuova specie di Homo evoluta in Homo Floresiensis (dal nome dell’isola). Nove individui simili a Homo erectus nani ma con caratteri primitivi nel cranio e nei piedi da far supporre, nel 2010, che siano discendenti di una specie africana molto antica.
Ora, scienziati dell’Università di Tokyo (Daisuke Kubo, Reiko T. Kono e Yousuke Kaifu) firmano un articolo sul magazine della Royal Society perché i loro studi sul minuscolo cervello hanno portato ad alcune novità. Il cervello del piccolo homo dell’isola (alto appena 1 metro e 10 centimetri) è stato analizzato con un CT-scan che ne ha rivelato una dimensione di 426 cc., più grande di quanto pensato (400 cc) ma ben più piccolo di quello degli esseri umani moderni (1300 cc in media).
Secondo il parere del prof. Daisuko Kubo e dei suoi colleghi questa sarebbe la prova che Homo Floresiensis si sia evoluto dall’Homo erectus che, migrato su un’isola solitaria, è stato oggetto di quel fenomeno che si chiama “riduzione”, ovvero il nanismo che contraddistingue le specie animali che si isolano per lungo tempo in veri e proprio “colli di bottiglia” (come li definisce Luigi Luca Cavalli Sforza).
In precedenza si ipotizzava che questo Homo fosse disceso dal “piccolo” Homo habilis (individuato da circa 2 milioni di anni fa) o dal più grande Homo erectus (“nato” circa 1.700.000 anni fa). Tuttavia, vi è una mancanza di prove fossili per la presenza di Homo habilis in Asia, suggerendo una volta di più che la specie asiatica (estintasi solo 12mila anni fa!) si sia evoluta dall’Homo erectus.
Questa posizione era prima insostenibile in quanto si pensava che la dimensione media del cervello di Homo erectus dosse molto grande (circa 991cc), rendendo incredibile una tale riduzione. Ma la ricerca giapponese avrebbe provato che non solo la dimensione del cervello H.floresiensis é più grande di quanto si pensasse, ma anche che il primo Homo erectus aveva una dimensione del cervello di “solo” 860 cc.
Il team giapponese ha anche fatto studi su ben 20 diverse moderne popolazioni umane in tutto il mondo e ritiene di poter dimostrare che la relazione tra dimensione corporea e dimensione del cervello è in realtà più forte di quanto precedentemente suggerito. Un risultato che fornisce nuovi dati per la nostra comprensione dell’evoluzione umana suggerendo che le caratteristiche “umane” possono essere sostanzialmente più flessibili di quanto pensato.

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Messico: scoperte 5.000 pitture rupestri in una zona sfuggita al controllo degli spagnoli. Indizi che siano dei primi cacciatori-raccoglitori

 

Foto di: National Institute of History and Anthropology in Mexico

Giunge oggi la notizia dal Messico che ben 5.000 pitture rupestri sono state scoperte in una catena montuosa nel nord-est del Messico, vicino al confine con gli Stati Uniti.
Gli archeologi sono stati sorpresi dal ritrovamento soprattutto perché fino ad oggi non era mai stata registrata la presenza di gruppi precedenti alla colonizzazione spagnola così a nord.
Undici i siti interessati. I dipinti presentano prevalentemente i colori rosso, bianco e nero e si presume siano stati  realizzati dai primi cacciatori-raccoglitori. Tra le raffigurazioni, i primi report ci parlano di uomini impegnati in attività come la caccia, la pesca e la raccolta, e animali come cervi, lucertole e millepiedi.
Martha Garcia Sanchez dell’Università Autonoma di Zacatecas ha detto che è una scoperta importante in quanto ora siamo in grado di documentare la presenza di gruppi pre-ispaniche a Burgos, in una regione dove fino a poco fa si sosteneva che non fosse mai stata abitata.”Questi gruppi sono sfuggiti al controllo spagnolo per quasi 200 anni”, ha detto Garcia Sanchez. “SI sono rifugiati nella catena montuosa di San Carlos dove avevano acqua, piante e animali da mangiare. Gli spagnoli non si sono mai spinti in queste montagne né tra le loro valli”.
Una sola grotta pare stupefacente con ben 1.500 dipinti e l’immagine di un atlatl, un’arma ispanica usata per la caccia e inedita nei dipinti della regione Tamaulipas. L’arma è stata sviluppata nel Paleolitico superiore, circa 20.000 anni fa e questo dà un primo indizio per una datazione. Ora si attende che il team possa prelevare campioni di pigmenti per determinare l’ effettiva età attribuibile ai dipinti.

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