I Babilonesi conoscevano la geometria astratta: in 4 tavolette i loro calcoli su Giove

Unadelle 4 tavolette del British - fonte Repubblica.it

Sono diverse le news dedicate online in questo momento alla scoperta Mathieu Ossendrijver, professore di Storia della Scienza Antica alla Università Humboldt di Berlino.

Citiamo Repubblica.it e Ansa.it da dove prendiamo i dati che seguono. Lo scienziato ha studiato 4 tavolette di argilla incise in Babilonia tra il 350 e il 50 a.C. e ha dimostrato che i Babilonesi erano in grado di calcolare l’esatta  posizione di Giove nel cielo, grazie ad un complesso complesso calcolo che utilizza figure trapezoidali.

Fino ad oggi si credeva che i Babilonesi – alla cui sapienza astronomica risalgono anche i Magi della tradizione cristiana, ricordiamolo – utilizzassero l’aritmetica per conoscere la posizione dei pianeti nel cielo. Ora invece si pensa che “utilizzassero la geometria in senso astratto per definire il tempo e la velocità, a differenza degli antichi Greci che usavano le figure geometriche per descrivere la posizione nello spazio fisico” – afferma Ossendrijver, come citato da Repubblica.it
Science ha dedicato la copertina alla scoperta ch, di fatto, riscrive la storia dell’astronomia, testimoniando che questi calcoli erano noti 1400 anni prima che li “scoprissero” gli Europei. Quando leggiamo notizie come queste, cI viene sempre in mente che i Romani hanno bruciato la biblioteca di Alessandria..e che molte opere scritte del mondo arabo, africano e del vicino Oriente) sono andate perdute. Ma è plausibile pensare che molte si siano salvate…

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La grotta di Chauvet potrebbe custodire il più antico disegno di eruzione vulcanica

Ingresso della grotta di Chuavet - tratta da www.human-resonance.org

Un team di scienziati guidato dal geologo Sebastien Nomade, dell’Università di Paris-Saclay in Gif-Sur-Yvette, ipotizza che un disegno ritratto su una parete della grotta paleolitica di Chauvet  (localizzata a Vallon-Pont-d’Arc nell’Ardèche – regione francese del Rhône-Alpes), sarebbe la più antica rappresentazione di un’eruzione vulcanica.
In particolare – spiega l’articolo del 15 gennaio pubblicato dal website della rivista Nature (questo il link per visionare anche le immagini dei disegni) e dall’articolo pubblicato questo mese di gennaio da PLoS ONE1 –il disegno si riferirebbe ad un eruzione di uno dei 12 vulcani estinti della zona di Bas-Vivarais, che si trova a 35 chilometri dalla grotta. Fino ad ora però si conosceva solo di eruzione avvenute prima dell’occupazione umana della grotta (datata a 43.000 anni fa).
Il disegno è incluso nella galleria detta “dei Megaloceri” (cervi giganti oggi estinti) dove una rappresentazione di questo fiero animale sarebbe stata completata da una serie di tracce a raggera – che secondo gli autori dell’articolo ricordano una traccia spray – che rappresenterebbero l’eruzione stromboliana che avvenne lì vicino. Disegni simili sono stati rintracciati anche in un’altra galleria interna e persino in un muro vicino all’ingresso della grotta.
Il team di Nomade avanza l’ipotesi – già suffragata da altri ricercatori che la trovano plausibile – che l’eruzione in questione sarebbe avvenuta circa 36.000 anni fa. Infatti, nel 2012 il team francese visitò la zona di Bas-Vivarais e grazie al campionamento di rocce da tre diversi centri vulcanici poté stabilire grazie alla differenza isotopica del gas argon, che una serie di eruzioni avrebbero interessato la zona proprio in quel periodo. Pertanto, sarebbe plausibile pensare che i frequentatori della grotta siano stati testimoni di queste violente eruzioni. La collina sovrastante Chauvet sarebbe stato un luogo sicuro e comodo allo spettacolo! Se aggiungiamo che la datazione al radiocarbonio ha confermato che la galleria dei Megaloceri sarebbe stata frequentata tra i 36 e i 37mila anni fa, ecco che i conti tornano!
Se l’ipotesi risultasse corretta, questa di Chuavet sarebbe automaticamente la più antica rappresentazione di un’eruzione vulcanica, superando di gran lunga quella neolitica del sito turco di Çatalhöyük (circa 8mila anni fa). Ora – a detta di altri scienziati, quali il geologo tedesco Axel Schmitt (Heidelberg University) – sarà difficile trovare una roccia vulcanica basaltica in grado di confermare la datazione dell’eruzione.
A nostro avviso questa scoperta suggerisce una volta di più che la teoria sciamanica è quella più verosimile per l’interpretazione delle pitture paleolitiche (non amiamo la teoria della “non teoria”, in base alla quale non possiamo sapere che cosa fossero, perché ci pare di abdicare ad una nostra prerogativa di esseri umani, per la quale la curiosità richiede risposte, magari errate, ma coraggiosamente sempre più vicine ad un’ipotetica verità). Infatti, se la parete dipinta intende riproporre la realtà svelata (probabilmente attraverso l’accesso a stati di coscienza modificata), ecco che un evento reale quale un’eruzione vulcanica (chiara manifestazione di ciò che “sta sotto” e dunque “invisibile, ma disponibile ad essere visto”) è concettualmente allineato. A dimostrazione di ciò, invitiamo a visitare il sito di Nature per vedere le immagini di questi disegni (che non riportiamo per ovvie questioni di copyright): vedrete che il disegno dell’eruzione “prosegue” quello di un cervo, come se la lava uscisse dalla sua testa. Non un accostamento casuale, crediamo. A voi i commenti.

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Tutte le ultime novità su Ötzi: il DNA ne rivela l’origine genetica. Una linea oggi estinta.

Immagine tratta da meteoweb.eu

Riceviamo questa mattina, e riportiamo per intero l’ultimo comunicato stampa del Museo Archeologico dell’Alto Adige con interessanti novità sulle ricerche inerenti l’uomo del ghiaccio, il famoso Ötzi.
Ecco il testo integrale (sul fondo del pezzo trovate un link per leggere gratuitamente l’articolo sicentifico su Nature, dal titolo “Whole mitochondrial DNA sequencing in Alpine populations and the genetic history of the Neolithic Tyrolean Iceman”.

“Nuove scoperte sulla storia genetica di Ötzi – La linea genetica materna dell’Iceman ha avuto origine nelle Alpi ed è oggi estinta.

La scorsa settimana è stato pubblicato uno studiosul DNA dell’Helicobacter pylor, il patogeno estratto dallo stomaco di Ötzi, che ha fornito preziose informazioni sulla vita dell’Homo Sapiens. Ora una nuova ricerca condotta all’Accademia Europea di Bolzano (EURAC) chiarisce ulteriori  aspetti della storia genetica dell’uomo vissuto nelle Alpi orientali oltre 5300 anni fa. Nel 2012 l’analisi del cromosoma Y di Ötzi — trasmesso dal padre ai figli — aveva dimostrato che la sua linea genetica paterna è ancora presente nelle popolazioni moderne. Al contrario, gli studi sul DNA mitocondriale della mummia — trasmesso unicamente per via materna alla prole — lasciavano ancora molte domande aperte. Per chiarire se la linea genetica materna dell’Iceman ha lasciato traccia nelle popolazioni attuali,i ricercatori hanno ora confrontato il suo DNA mitocondriale con 1077 campioni moderni. Dal confronto si è concluso che la linea materna dell’Iceman — denominata K1f — si è estinta. In una seconda parte della ricerca la comparazione dei dati genetici sulla mummia con quelli su altri campioni neolitici europei ha infine fornito informazioni sull’origine di K1f: i ricercatori ipotizzano che la linea mitocondriale dell’Iceman si sia originata localmente nelle Alpi in una popolazione che non è cresciuta demograficamente. Lo studio — che chiarisce la storia genetica dell’Iceman nel quadro dei mutamenti demografici dell’Europa a partire dal Neolitico — è pubblicato su Scientific Reports, la rivista open access del gruppo Nature. “Il DNA mitocondriale è stato il primo ad essere stato analizzato nella mummia, già a partire dal 1994,” spiega Valentina Coia, biologa dell’EURAC e prima autrice dello studio, “È infatti relativamente facile da analizzare e — insieme al cromosoma Y — ci permette di andare indietro nel tempo, raccontandoci la storia genetica dell’individuo. Malgrado questo, fino ad oggi la relazione genetica fra la linea materna dell’Iceman e le linee presenti nelle popolazioni moderne non era ancora chiara”. L’ultimo studio a riguardo — condotto nel 2008 da altre équipe di ricercatori e che aveva riguardato l’analisi completa del DNA mitocondriale di Ötzi — aveva infatti mostrato che la linea materna dell’Iceman — denominata K1f — non era più rintracciabile nelle popolazioni moderne. Lo studio non chiariva però se questo dipendesse da un numero insufficiente di campioni di confronto o dal fatto che K1f si fosse effettivamente estinto. “La prima ipotesi non poteva essere esclusa dato che lo studio considerava solo 85 campioni moderni di confronto appartenenti alla linea K1 — linea genetica che include anche quella di Ötzi — di cui pochi campioni europei e nessuno dalle Alpi orientali dove vivono popolazioni presumibilmente incontinuità genetica con l’Iceman. Per testare le due ipotesi avevamo bisogno di comparare il DNA di Ötzi con un numero maggiore di campioni odierni,” spiega Valentina Coia. Così il team di ricerca dell’EURAC, in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma e l’Università di Santiago di Compostela, ha confrontato il DNA mitocondriale dell’Iceman con quello di 1077 individui appartenenti alla linea K1, di cui 42 campioni originari delle Alpi e analizzati per la prima volta in questo studio. Dal nuovo confronto è emerso che né la linea dell’Iceman né altre linee evolutivamente vicine sono presenti nelle popolazioni moderne: i ricercatori propendono quindi per l’ipotesi che la linea genetica materna di Ötzi si sia estinta.

Rimaneva ora da spiegare perché la linea materna di Ötzi sia scomparsa, mentre la linea paterna —denominata G2a — è ancora presente oggi in Europa. Per chiarire questo punto, i ricercatori dell’EURAC hanno confrontato i dati del DNA mitocondriale e del cromosoma Y di Ötzi con dati disponibili su numerosi reperti antichi contemporanei dell’Iceman rinvenuti in 14 diversi siti archeologici europei. Ne è risultato che la linea paterna di Ötzi era molto frequente nel Neolitico in diverse regioni in Europa, mentre la sua linea materna era presente probabilmente solo nelle Alpi. Mettendo insieme i dati genetici sui campioni antichi e moderni, quelli già presenti in letteratura e quelli analizzati in questo studio, i ricercatori hanno proposto il seguente scenario per spiegare la storia genetica dell’Iceman: la linea paterna G2a di Ötzi è parte di un substrato genetico antico arrivato in Europa dal vicino oriente tramite la migrazione delle prime popolazioni neolitiche, circa 8000 anni fa. Ulteriori migrazioni ed eventi demografici avvenuti dopo il Neolitico in Europa hanno poi sostituito parzialmente G2a con altre linee, tranne che in zone isolate geograficamente come la Sardegna. Al contrario, la linea materna di Ötzi si è originata localmente nelle Alpi orientali a partire da almeno 5300 anni. Le stesse migrazioni che hanno rimpiazzato solo parzialmente la linea paterna dell’Iceman hanno decretato l’estinzione della linea materna — tramandata da una popolazione ridotta e demograficamente stazionaria. Le popolazioni delle Alpi orientali infatti hanno subito un significativo aumento demografico solo a partire dall’età del bronzo come testimoniano gli studi archeologici condotti nel territorio dell’Iceman. L’articolo sarà pubblicato domani, giovedì 14 gennaio,su Scientific Reports, la rivista open access del gruppo Nature. L’articolo completo si può leggere gratuitamente qui www.nature.com/articles/srep18932

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Il primo Bhutan é in edicola con Montagne360

La copertina di Montagne360 - gennaio 2016

Nel numero ora in edicola di Montagne360, un servizio fotografico sul Bhutan per il qaule siamo lieti di aver potuto dare una mano.
Vi trovate le prime immagini del Bhutan che negli anni ’70 giunsero in Europa. Le immagini ci sono state date dall’associazione italiana ICI Venice – Istituto Culturale Internazionale.
La redazione del mensile ha accettato di buon grado di fare un portfolio e così ecco una selezione di scatti realizzati nel 1975 dal documentarista francese Ludovic Segarra (1948-2007) e dalla moglie Anne. Nelle pagine dedicate al portfolio troverete anche due pensieri di Ludovic e Anne.

A questo link della rivista CAI online Lo Scarpone, trovate la presentazione completa del numero in edicola.

Buona lettura!

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Merry XMas and Happy 2016!

Merry Xmas Buon Natale e buon 2016 !

Merry Xmas and happy 2016 !

¡Feliz Navidad y Feliz Año 2016!

Joyeux Noël et Bonne Année!

Frohe Weihnachten und glückliches Neues Jahr !

 

Massimo e Veronica

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Ancora Stonehenge: nuove ricerche in Galles aprono scenari impensati

Immagine delle cave Gallesi_tratta da www.phys.org

L’amico archeologo Gary Ziegler ci segnala un interessante studio condotto in Galles da un team guidato da scienziati della UCL. Archeologi e geologi hanno condotto scavi in due cave del paese anglosassone, confermando che sono le località (entrambe nella zona di Preseli, nell’attuale parco costiero nazionale del Pembrokeshire) da cui sono state tratte le famose “bluestone” di Stonehenge. Lo studio pubblicato in Antiquity presenta anche ipotesi credibili di come le pietre sarebbero state estratte e trasportate fino al sito inglese, 140 miglia più lontano.
Si conferma – per la prima volta dal 1920-  l’origine esatta delle pietre blu, che risultano essere composte di rocce ignee e vulcaniche, ovvero doleriti e rioliti: le cave in questione sono quelle Craig Rhos-y-felin e Craig Rhos-y-felin. A detta degli scienziati l’estrazione sarebbe avvenuta grazie alla tenica dei pali di legno, ma l’acqua che avrebbe fatto “detonare” la roccia sarebbe stata quella piovana, che di certo in Galles non manca! Seguendo le conclusioni del prof. Josh Pollard dell’Università di Southampton, una volta staccati i banchi verticali di roccia, questi sarebbero stati adagiati su una sorta di piattaforma composta da roccia e terra e da lì fatti scivolare fuori dalla cava.
E’ stato possibile effettuare delle analisi al radiocarbonio su parti di carbone fossile e nocciole ritrovate nelle cave che riportano per le due cava un’eta di 5400 e 5200 anni, ma – ricorda il prof. Parker Pearson “sarebbero state fissate a Stonehenge solo 4900 anni fa”. Quindi c’è una differenza temporale di almeno 300 anni. Seguendo l’ipotesi del professore inglese “potrebbero essere state estratte e utilizzate in qualche monumento megalitico locale e solo dopo 300 anni smantellate e trasportate nel Wiltshire”.
Il professor Kate Welham (Bournemouth University) pensa che le ricerche efftuate con tecniche di survey geofisica, scavi e aerofotogrammetria potrebbero aver rintracciato l’esatta posizione di questi “monumenti” precedenti lo smantellamento e nel 2016 potremmo saperne di più! SI troverebbe a nord delle colline. Se così fosse – attenzione, attenzione – si ribalterebbe la teoria che fino ad oggi era in la più probabile per il trasporto fino a Stonehenge. Infatti, se si pensava che il lungo viaggio fosse stato fatto con delle barche lungo il Miford Haven, questa ipotesi stava in piedi grazie al fatto che si pensava che le pietre fossero nella parte sud delle colline. Ma ora, con la certezza che l’origine è a nord delle colline di Preseli, questa ipotesi decade. “Le uniche ipotesi logiche – sottolinea il prof Pearson – sono che le pietre viaggiassero a nord prima di prendere il mare nelle vicinanze di St David’s Head, oppure verso est per affrontare un lungo viaggio via terra, lungo il tracciato oggi occupato dall’autostrada A40”. Il prof Pearson crede più all’ipotesi terrestre in quanto gli 80 monoliti, che pesavano in media meno di due tonnellate l’uno e uomini e bestiame potevano gestire il trasporto senza grossi problemi. Infatti, ricorda il prof Pearson “sappiamo da esempi in India e altrove in Asia che singole pietre di queste dimensioni possono essere trasportare con l’uso di graticole di legno e il lavoro di 60 persone”.
Queste ricerche sono fondamentali per capire perché Stonehenge sia stata eretta, considerando che prima sarebbero state erette queste pietre blu gallesi e solo 400 anni dopo sarebbero state erette le giganti pietre in sarsen (provenienti da cave vicine al sito inglese). Pertanto, se nel 2016 verrà identificato il monumento “originario” che fu costruito con le blue stones, capiremo qualcosa di più su Stonehenge. Il sito inglese voleva forse replicare un più antico monumento? Siamo di fronte ad una “rifondazione sacra” di un territorio? Chi lo avrebbe effettuato e perché? Il villaggio che è sorto attorno a Stonehenge e a tutto il sito inglese (leggi il nostro articolo sulla geografia sacra di Stonehenge qui) venne originariamente abitato da una casta sacerdotale gallese?

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A Venezia per conoscere l’India

Locandina della mostra Zan Par

Segnaliamo l’interessante convegno internazionale “Making Connections on the Margins. Perspectives on indigenous and vernacular India”, che si terrà venerdì 4 dicembre 2015
dalle 9:00 alle 19:00 presso l’Aula Magna Silvio Trentin, Ca’ Dolfin – Università Ca’ Foscari.

L’incontro, con la collaborazione di ICI – Istituto Culturale Internazionale
In contemporanea ICI inaugura l’esposizione sugli ZAN PAR con una visita speciale condotta dal curatore François Pannier (per i particolari si veda qui)

Molti gli interventi notevoli della giornata.
La prima sessione sI apre alle 10.30 con  Gregory D. Alles (del McDaniel College)  il cui intervento si intitola “The Gendering of Being Possessed in Eastern Gujarat” incentrato sui fenomeni di possessione tra i Rathva. Sarà poi la volta di Fabrizio M. Ferrari (University of Chester) con l’intervento “Agriculture in a Mediaeval Bengali Śaiva text: On Ritual and Technical Knowledge” e Ülo Valk (University of Tartu) con “Hinduisation of Landscape in Rural Assam: From Vernacular Knowledge to Institutional  Authority”. Alle 11,30 Marine Carrin (Centre National de la Recherche Scientifique)  presenta “Performing  Indigeneity  and  the  Politics  of  Representation:  The  Santals  in  Jharkhand, Odisha Bengal and Assam”, che precede la discussione e la presentazione della mostra “Zan  Par.  Unknown  elements  of  rituals  in  India and in the Himalayas to replace the sacrifices”, cui seguirà la cerimonia di inaugurazione. La sessione pomeridiana si apre con    Margaret Lyngdoh (University of Tartu) che presenta “The  Water  Nymph  and  the  Snake  People: The  Folklore  of  Water  and  the  Khasis  of Northeast India”, Monica Guidolin (EHESS) con “Dynamics  Change  and  Reconstruction  of  a  Collective  Representation:  the  Pardhan Community  of  Bhopal  between  the  Ancient  Recited  Memory  and  a  Renovated  Ritual Language” e Claire Sheid (University College Cork) con “The  ‘Truant  Soul’  in  Donyipolo:  Revisiting  Fürer”. Alle 15 discussione e coffee break prima della terza e ultima sessione con Lidia Guzy (University College Cork) “Music  and  Indigenous  documentation –A  medium  of  Cultural  Connectivity” e Stefano Beggiora (Ca’ Foscari University) con “Aspects of Saora Ritual: Permanence and Transition of the Artistic Performance”, seguito da Uwe Skoda (Aarhus University) con “The  (Un)making  of  Ritual  Connections:  Durga  Worship  in  a  Former  Princely  State  of Odisha”Discussione finale alle 16,30 prima di un’ultima pausa e gran finale con la proiezione del video documentario “3 Shamans” di Aurore Laurent and Adrien Viel (Hong Kong Connection and Epicerie Film). La pellicola sarà proiettata in inglese e francese con sottotitoli. Un documento dalle colline himalayane, dove gli sciamani viaggiano nel mondo intangibile. La loro anima esplora il mondo degli spiriti e dei trapassati per sollevare le pene dei viventi. Ognuno ha il suo metodo: 3 storie, 3 stati di coscienza, 3 sciamani. Da vedere!
Per il programma completo della giornata e le indicazioni pratiche clicca qui.
Il workshop è gratuito e non richiede iscrizione.
Noi ci saremo!

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La Grotta di Fumane: nostra intervista pubblicata su Montagne360 di novembre 2015

Copertina di Montagne360 di novembre 2015

E’ in edicola – e nella cassetta della posta se siete tra le centinaia di migliaia di abbonati del Club Alpino Italiano nel mondo! – l’ultimo numero di Montagne360. Tra i molti articoli interessanti del numero di novembre anche un pezzo a nostra firma sulla grotta di Fumane (VR). A questo link la rivista online del CAI, Lo Scarpone, introduce il nuovo numero.
A fine agosto abbiamo incontrato e intervistato il prof. Marco Peresani dell’Università di Ferrara, che da oltre 20 anni è responsabile scientifico del progetto. Con lui – in una visita al sito archeologico – abbiamo potuto analizzare tutti gli ultimi ritrovamenti di una delle più famose e meglio studiate grotte del mondo. Qui, in un ramo dell’incantevole Valpolicella, hanno vissuto sia i Neanderthal, sia gli Uomini Anatomicamente Moderni.
Dopo le rivelazioni degli scorsi anni che hanno contribuito notevolmente ad estendere la nostra conoscenza sulle abitudini culturali dei Neanderthal, oggi la grotta è entrata in una nuova fase di studi. Il prof Marco Peresani infatti è uno dei capo progetto di un studio internazionale che aiuterà a comprendere ancora meglio questa delicata fase della storia umana. La Leakey Foundation vuole infatti capire quali siano state le interazioni tra le due specie  e ha riconosciuto agli scavi diretti dal prof Peresani come tra i più significativi per svelare – si spera – anche questo aspetto.
Per altre info sulla grotta visitate http://grottadifumane.eu/
Nell’articolo di Montagne360 trovate i particolari. Buona lettura e, come sempre, non esitate a mandarci i vostri commenti!

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La tomba delle foglie d’oro riemerge in Maremma

Immagine tratta da iltirreno.gelocal.it

Tra malesseri di stagione e spostamenti è un po’ che non scriviamo. Torniamo a farlo raccontando una notizia che viene da un territorio a noi molto caro, quella Maremma toscana dove abbiamo vissuto un paio di anni e dove ci siamo avvicinati non poco al meraviglioso popolo degli Etruschi.

E allora ecco la notizia dell’ennesimo ritrovamento, solo una settimana fa, in provincia di Grosseto. Ci rifacciamo alla news del quotidiano locale Il Tirreno, nella sua versione online, che il 22 ottobre annuncia che a Casenovole (Civitella Paganico) è emersa la tomba ora detta “delle foglie d’oro”. Una tomba a camera di epoca etrusca, datata tra il IV e il III sec a.C. e ancora in fase di scavo.

La Soprintendenza, richiamata dal ritrovamento attribuito ad un associazione locale, ha faticato non poco a giungere nella camera. Infatti, la tomba è scavata in un bancone di roccia naturale e solo in fondo ad un lungo dromos – che immaginiamo sia stato liberato a fatica – si è rivelato il ricchissimo corredo funebre (non sappiamo ancora se intatto o meno): ceramiche, vasellame metallico e oggetti di ornamento personale in oro. Soprattutto sono state rinvenute due lamine d’oro in forma lanceolata (come altre etrusche), che Il Tirreno abbozza essere state “forse parte di un più complesso diadema indossato da uno dei defunti”.

Interessanti saranno anche le ricerche sui resti ossei degli inumati che, a giudicare dalle immagini online, sembrano in buono stato di conservazione. La scoperta nasce da un ricerca iniziata nel 2007 per indagare una significativa porzione della necropoli sulla sponda destra del fiume Ombrone. Nei pressi della necropoli dovrebbe trovarsi anche un piccolo abitato etrusco, ancora non identificato.

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Stonehenge: come cambia il paesaggio archeologico dopo Durrington Walls

Immagine tratta da www.wessexarch.co.uk

Pochi giorni fa la notizia della scoperta di un nuovo complesso neolitico nella regione inglese dello Wiltshire, a due passi da Stonehenge. La località di Durrington Walls avrebbe rivelato, grazie a rilievi archeologici effettuati con tecniche Lidar (di fatto una sorta di radar in grado di rilevare la composizione del terreno fino a qualche metro sotto la superficie, permettendo anche di valutare i volumi delle strutture lì nascoste), il più stupefacente degli henge, risalente a 4.500 anni fa. Si tratta di un’area molto vasta il cui diametro si aggira attorno ai 500 metri, facendone così il più grande (e completo) henge britannico con un diametro di circa 1,5 chilometri. Il sito si adagia su una vallata naturale che circonda con un doppio ferro di cavallo composto da due file di monoliti (90 in totale e alti fino a 4 metri!) che si ergono oltre un fossato con terrapieno. Oltre il fossato pare ci fosse una zona destinata alle abitazioni, così tante (un centinaio) che gli archeologi ipotizzino si trattasse del più ampio villaggio neolitico inglese. Il complesso era probabilmente raggiunto da migliaia di persone in occasione di ritualità e cerimonie al solstizio invernale.Questo complesso arricchisce ulteriormente questa zona del Wiltshire inglese, a due passi da Salisbury. Infatti, a soli tre chilometri sta Stonehenge, mentre proprio di fronte a Durrington Walls- secondo la ricostruzione del Ludwig Boltzmann Institute – è Woodenhenge.
Pertanto, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza e immaginiamo di essere nel 2.300 a.C. e di  abitare nell’insediamento di Durrington Walls.Probabilmente questo è possibile grazie al fatto che siamo un sacerdote o parte della sua famiglia. Stonehenge è appena stato completato (così come lo conosciamo oggi), ma nei dintorni l’intero paesaggio è costellato da costruzioni o modifiche del terreno che ci consentono di “leggere” il cielo.
Accogliamo pellegrini che arrivano da lontano, come il famoso “Arciere di Amesbury” – una persona venuta dalle Alpi, ricca e potente che fu sepolta a soli cinque chilometri da Stonehenge e che secondo l’eminente archeologo dell’Università di Cardiff Geoff Wainwright, l’arciere malato “viaggiò dalla Svizzera fino a Stonehenge perché aveva sentito delle proprietà curative del santuario”. Vicino a lui molti altri pellegrini (che se lo potevano permettere) sono stati sepolti, come quelli ritrovati nel 2003.
A Stonehenge ci recavamo ad ogni equinozio ed ogni solstizio, ma quello invernale probabilmente era celebrato nel vicino Woodenhenge: se Stonehenge era in pietra perché ricordava la forza del sole crescente (nel suo massimo splendore a giugno), Woodenhenge era un cromlech in legno, per ricordare la caducità della vita e la sua rinascita natrale, come accade nel solstizio invernale. Ogni anno a fin dicembre una processione legava i due siti sacri grazie al fiume Avon che ora sappiamo lambiva entrambe le località: secondo Haether Sebire dell’English Heritage, il viale iniziava alla “Pietra del Tallone” di Stonehenge e proseguiva a nord est, ma oggi la strada A344 ha nascosto tutto.La strada, a questo punto cerimoniale, era lunga ben 3 chilometri, attraversava King Barrow Ridge e oltre che connettere i due già noti henge, lambiva (o meglio era collegata) anche a Durrington Walls.

Le ricerche multidisciplinari condotte dal Stonehenge Hidden Landscapes Project (Università di Birmingham e dipartimento di prospezione archeologica e archeologia virtuale dell’Istituto Ludwig Boltzmann) ci dicono che Durrington Walls era lì già da trecento anni: “Quello di Durrington Walls è un complesso enorme, uno dei più grandi complessi megalitici in Europa –  ha commentato il professor Vince Gaffney dell’Università di Bradford, che guida l’Lbi ArchPro – È un complesso unico, non può essere paragonato a nient’altro. Probabilmente questa sorta di arena semicircolare era stata realizzata anche per impressionare e dare un’immagine di potenza”.Pertanto quale era la relazione tra i tre siti?Erano uno l’evoluzione dell’altro? Oppure uno era utilizzato per studiare gli allineamenti, l’altro per tenerci le cerimonie pubbliche e un terzo per dare un senso di grandezza ai pellegrini?E’ anche possibile che al solstizio invernale si salutasse il tramonto a Stonhenge per poi accogliere l’alba successiva da Durrington Walls. E così le possibilità rituali si moltiplicano.
E se ci trovassimo di fronte, come per la piana di Giza, ad un altro esempio di paesaggio che rappresenta/sostiene cerimonialmente il viaggio dell’anima nell’aldilà?
Aggiungiamo che sempre nell’area in oggetto, è ancora visibile una pietra intrigante, la cosiddetta “Cuckoo Stone”, fatta in pietra sarsen locale: probabilmente risale all’epoca del Bronzo ma forse era parte di una recinzione sacra anche nella successiva epoca del Ferro fino a diventare importante anche in epoca romana. Ma inizialmente a che serviva?Ricordiamo che nell’epoca del Bronzo in Inghilterra si usava deporre nel terreno manufatti (in Bronzo appunto) per donarli alla terra. Spesso si sceglievano luoghi importanti, ritenuti sacri, come laghi, paludi e siti cerimoniali. Era quindi la Cuckoo Stone una conferma che l’area era un incredibilmente ampio santuario che ricopriva l’intera pianura di Salisbury?Poco oltre la strada cerimoniale troviamo i New King Barrows, ovvero dei tumuli sepolcrali della prima età del bronzo (4500 BP) che originariamente erano sormontate da gesso bianco che le rendevano splendenti e visibili anche da lontano.
Ma aggiungiamo un ultima nota.Guidando 40 minuti a nord, incappiamo in un altro paesaggio sacro britannico: Avebury.Siamo sempre nel 2300 a.C ed è appena terminata la costruzione di uno dei più intriganti monumenti neolitici: Silbury Hill!Si tratta di un monte artificiale, creato dall’uomo: il più alto in Europa con i suoi quasi 40 metri. Contiene circa 340.000 metri cubi di gesso e terra ma nessuna tomba! Costruito nello stesso momento cin cui si ultima la piramide di Giza, è un piccolo mistero archeologico. A che serviva?Nelle vicinanze stanno due monumenti sepolcrali importantissimi lambiti dall’henge di Avebury (111 ettari di terra ricostruito nel 1930 grazie al lavoro di Alexander Keiller che riesumò e eresse alcune delle pietre che lo componevano), ovvero West Kennet Long Barrow e Windmill Hill. Oggi non è possibile salire sulla sommità della collina di Silbury ma da lassù è possibile vedere Stonehnge..

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