Viaggio nel Perigord#2- Le grotte dipinte

Le raffigurazioni all’interno delle grotte del Paleolitico superiore possono essere eseguite secondo tre tecniche: incise, dipinte o una combinazione delle due.
Quando siamo giunti a Font de Gaume (Centre des monuments nationaux – Sites préhistoriques de la vallée de la Vézère – 4 avenue des Grottes – 24620 Les Eyzies – France // Grottes de Font-de-Gaume et des Combarelles – 24620 Les Eyzies – France // Open all year, except on Saturdays and January 1, May 1 and December 25 – https://www.sites-les-eyzies.fr/), dopo aver visitato l’ampia grotta di Rouffignac, siamo stati catapultati nel mondo sotterraneo in pochi istanti. L’ingresso si trova qualche decina di metri sopra l’accesso del sito e la passeggiata nel bosco, per quanto breve, consente di sollevarci dal livello del suolo, dalla dimensione quotidiana. E quando, varcato l’accesso, il passaggio si fa subito stretto, buio, ma denso di significato, l’alterazione è palpabile.

Grotte de Font-de-Gaume, rennes noir et rouge, dit aussi panneau des rennes affrontés
© Olivier Huard / Centre des monuments nationaux 2023
Figures répertoriées sous les n° 11 et 12 dans la monographie de Capitan, Breuil et Peyrony (1910).
Grotte de Font-de-Gaume, rennes noir et rouge, dit aussi panneau des rennes affrontés
© Olivier Huard / Centre des monuments nationaux 2023

A Font de Gaume gli artisti magdaleniani (siamo circa 14.000 anni prima dell’era presente) hanno sapientemente inciso o dipinto (in policromia nero e rosso) 180 diverse figure. Alcune fonti riportano 230 le figure totali. Spesso queste differenze dipendono dal fatto che qualcuno conta i segni come immagini, altri contano “solo” le figure riconoscibili come quelle di animali.
E anche qui sono gli animali a farla da padroni, soprattutto i bisonti (più di 80). Anche qui talvolta delle “serie” di bisonti sono allineati in una direzione (con un elemento in quella opposta). Ai bisonti si affiancano mammut, renne, un rinoceronte lanoso e un lupo. Le due raffigurazioni più famose sono quelle di un cavallo che salta e la scena in cui una renna maschio “corteggia” una femmina, leccandole la fronte: si tratta di una delle rare scene che replicano la vita intima/quotidiana degli animali.
Animali, solo animali.
Anche qui si conferma un elemento fondamentale di questa arte parietale: non vi sono raffigurazioni dell’ambiente (nemmeno un sole, una luna o una stella! Né di alberi), pochissimi umani (qui nessuno) e soprattutto – per aggiungere un’altra caratteristica che gli studiosi come Lewis Williams ma anche J.Clottes rimarcano di più, manca la raffigurazione del suolo.
In realtà la percepiamo, ma nessuno la ha disegnata. Era già lì sotto forma di strato geologico (immaginate lo stacco tra uno strato calcareo e l’altro) o sotto forma di protuberanza della roccia. Ed anche alcuni animali “erano già lì”: l’artista ha completato ciò che la natura ha suggerito. Non sono gli artisti a inserire gli animali, ma sono loro a riconoscerli e dar loro quei tratti mancanti perché possano apparire a chi, come noi e i pochi fortunati con noi, le vedono con la fiamma tremolante di una lampada a grasso (che non produce fumo, altrimenti avremmo i soffitti completamente anneriti e forse qualche resto umano di gente morta per asfissia!). E il tremore della luce è quello che li anima, questi animali. Li rende vive, li fa “saltare” come quel cavallo di Font de Gaume che ancora appare nella nostra testa se solo socchiudiamo gli occhi e torniamo a quel momento.
Giunti in fondo all’antro, dopo l’ultima rappresentazione, torniamo sui nostri passi, per scoprire che, nel frattempo dei 45 minuti della visita, avevamo percorso quasi 900 metri.
Patrimonio Unesco dal 1979, Font de Gaume fu scoperta il 12 settembre 1901, tre giorni prima delle grotte di Combarelles (Centre des monuments nationaux – Sites préhistoriques de la vallée de la Vézère – 4 avenue des Grottes – 24620 Les Eyzies – France // Grottes de Font-de-Gaume et des Combarelles – 24620 Les Eyzies – France // Open all year, except on Saturdays and January 1, May 1 and December 25 – https://www.sites-les-eyzies.fr/), il cui ingresso (comune) è a poche centinaia di metri. I suoi “scopritori” sono sempre Denis Peyrony, insegnanate della vicina Lez Eyzies, Docteur Louis Capitan, e l’Abbé Henri Breuill.

Grotte de Combarelles I, tête de lionne (détail d’une figure)
© Olivier Huard / Centre des monuments nationaux 2023

Le grotte di Combarelles sono due, ma per motivi di preservazione, solo una è visitabile. Datata (per comparazione stilistica) allo stesso periodo della precedente, questa cavità si trova all’altezza del piano stradale odierno, ma il vero piano di calpestio – quello originale, di 14mila anni fa – era sollevato di almeno 40 cm.
Ci addentriamo nel tortuoso percorso, ormai abituati alle luci tremolanti e pronti a scorgere l’improvvisa apparizione di una figura su una delle due pareti, ci accorgiamo che qui gli animali sono prevalentemente incisi. Qualche figura era contornata dal nero del manganese, ma -come per tutte le grotte ornate della zona – il cambio climatico di 10.000 anni fa – ha portato al rilascio di molta umidità e nonostante gli strati argillosi abbiano preservato le grotte da essere totalmente slavate (ed ecco perché ancora oggi le possiamo ammirare!), la calcite ha iniziato a formarsi in certi strati e l’acqua ha fatto il suo, privandoci di alcuni colori.
Sono centinaia le incisioni presenti, talvolta sovrapposte, altre volte sapientemente contrapposte, raffigurano cavalli, bisonti, cervi e mammut, ma anche orsi, rinoceronti, e soprattutto un grosso felino, probabilmente una leonessa, oltre d alcuni “antropomorfi” o parti di esso: l’Abate Breuil ne riconobbe quattro, ma solo una di esse è chiaramente umana. E somiglia allo “sciamano” della grotta di Trois-Frères: lo sciamano colpito da una freccia e con la testa coperta da una maschera a forma di uccello (con becco).
Aggiungiamo quindi questo particolare che assumerà un ruolo più chiaro dopo la visita di Lascaux, per aggiungere che Combarelles termina con un passaggio – ora non accessibile – che all’epoca magdaleniana era percorribile solo a carponi, con un’altezza media di 40 cm.
Iniziamo a riconoscere un percorso iniziatico? Cambio di percezione (luce/buio), visione parziale (e probabilmente mediata ovvero guidata da un maestro di cerimonia che illumina al momento corretto le varie figure), costrizione (fisica e mentale), rivelazione/incontro sacro/Epifania, annichilimento (o morte iniziatica) e uscita/rinascita…
Lascaux racchiude tutto questo e di più.

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Viaggio nel Perigord #1- La valle dell’Homo e la Grotta di Rouffignac

Rouffignac 2 - ingresso
Ingresso della grotta di Rouffignac
(foto di Arkeomount.com – ottobre 2023)

Qui è stato trovato il primo resto osseo di un Sapiens europeo, qui si trova una delle più alte concentrazioni di grotte dipinte e di arte parietale del mondo; qui sono state rivelate alcune delle più importanti industrie litiche della preistoria, che ancora oggi ne determinano la catalogazione storica.
Siamo nella valle del Vézère, nel Perigord francese, dipartimento della Dordogna.

Il fiume che dà il nome alla valle, scorre quieto, lungo un letto dolce, ampio, immerso tra quella che – oggi – è una vegetazione rigogliosa. L’ambiente, selvatico ma accogliente grazie all’alternanza di prati e boschi che ricoprono colline popolate da pittoreschi villaggi e molte fattorie, non è quello che caratterizza le strette valli alpine italiane. Niente a che vedere, per fare un esempio, con un altro “paesaggio-santuario” dell’epoca post Glaciale, ovvero la stretta Val Camonica – anch’essa patrimonio Unesco – che invece custodisce la più recente rock art dell’era dei metalli.
Se si studia con attenzione la disposizione delle grotte dipinte in Europa si notano tre aree che raggruppano la quasi totalità dei siti oggi noti: il Vézère, l’Ariège e la Cantabria spagnola. Tutte e tre le aree sono disposte lungo una immaginaria linea che da est si muove verso ovest, che dalle Alpi tra Italia e Francia si muove verso l’Oceano.
Come mai sono qui (o “solo qui”) le grotte dipinte di 15, 20, 30 mila anni fa?
Gli studi ci dicono che, quando il Sapiens arrivò in questa valle, nell’era Glaciale, circa 30mila anni fa, trovò si un paesaggio differente (simile alla steppa eurasiatica di oggi con inverni freddi, estati temperate e una vegetazione non troppo alta a causa dei venti e delle temperature), ma trovò anche abbondanza di cacciagione e varietà di frutta.
Pare che la popolazione locale aumentò fino a decuplicarsi.
Si stava bene.
E allora, quando il benessere circonda il Sapiens (ricordiamo anche che per un cacciatore-raccoglitore le ore di lavoro necessarie per garantirsi il sostentamento sono circa 4 al giorno, non 8 o 12 ore come sarà con l’era dell’agricoltura) questi esplora il territorio alla ricerca di qualcosa. Si può iniziare a scrivere “curiosità”, spesso finisce per diventare “spiritualità”.
Il paesaggio, modellato come qui nel Vézère, offre molti elementi: una vista sconfinata sulle stelle, aperture naturali nel terreno, ripari rocciosi altrettanto naturali a seguito delle morbide falesie che si sono aperte lungo il fiume circa 3 milioni di anni fa e sostentamento.
Combinazioni che hanno consentito al Cro Magnon (così nominato dal ritrovamento del primo sapiens restituito nel 1868 a Francois Berthoumeyrou, che insieme ad altri operai stava lavorando nell’omonima località che da millenni era un riparo roccioso vissuto e abitato) di esprimere arte spirituale di altissimo livello.

Mammuth stilizzato che capeggia all'ingresso della grotta di Rouffignac (foto di Arkeomount.com - ottobre 2023)
Mammuth stilizzato che capeggia all’ingresso della grotta di Rouffignac
(foto di Arkeomount.com – ottobre 2023)

Facendo base al villaggio di Montignac, abbiamo iniziato le nostre visite con la grotta di Rouffignac, a circa 20 minuti di auto da Lascaux. Scoperta nel 1940, è lunga ben 8 chilometri e su tre livelli. La sua particolarità è l’ampiezza, dovuta al fiume sotterraneo che milioni di anni fa la ha scavata, rendendola una sorta di strada sotterranea, nella quale i proprietari hanno costruito un trenino con il quale si possono visitare alcune centinaia di metri. L’accesso alla grotta si trova lontano dall’acqua, sia del fiume che sorgiva, e conferma che la scelta delle grotte non era determinata da necessità abitative (mail le grotte furono abitate, tanto meno questa, che ospitava in inverno i grandi orsi della preistoria, i cui “letti” creatisi nell’argilla sono ancora visibili all’interno!). L’animale più rappresentato a Rouffignac è il Mammuth – se ne contano 158 sui 250 disegni presenti – che probabilmente viveva numeroso nella valle adiacente.
Lo stile, Magdaleniano (tra 12 e 17mila anni fa), è quello più maturo per l’epoca. Gli “artisti” hanno usato prevalentemente il manganese (nero è dunque il contorno di ogni figura) che si alterna con la tecnica del graffito. Le scene vedono molti Mammuth in fila, talvolta solo uno di loro è voltato dalla parte opposta.
Tra tutte queste figure, si possono contemplare “l’incisione del patriarca”, che rappresenta un individuo anziano che guarda queste enormi zanne, così come “il fregio dei 10 mammut”, dipinto in nero.
I segni iniziano dopo qualche centinaia di metri e sono come dei graffi nella parete: non si tratta di graffi di orsi(come qualcuno ha ipotizzato) ma sono chiaramente “scolpiti”/graffiati con utensili: lo dimostra il fatto che sono paralleli. E anticipano le figure. Questo è stato per noi il primo contatto con quei segni entoptici che David Lewis-Williams – nei suoi studi di fine anni Novanta – sosteneva poter essere rappresentazione di fosfeni e allucinazioni visive geometriche, a suggerire che chi percorreva le grotte ornate (doveva?..affrontava?..) viveva un cambio di coscienza.
Di certo, già Rouffignac, ci consente di mettere a fuoco un aspetto fondamentale: gli animali dipinti non sono collegati ad alcuna “caccia magica” in quanto solo una piccola percentuale di quelli dipinti sono effettivamente parte dell’alimentazione quotidiana. Si pensi anche che sono rari i ritrovamenti di ossa di mammut nel sud-ovest della Francia…
E le figure umane? Poche, quasi nessuna, seppur a Rouffignac se ne individuano quattro (probabili).
Continuiamo a viaggiare e a raccogliere dati.

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Tibet: found 200,000-Year-Old Handprints. Is this rock art?

Image published by www.openculture.com

This is an interesting piece of news that we would like to share and comment. Some days ago this article here reports that “Archaeologists Discover 200,000-Year-Old Hand & Footprints That Could Be the World’s Earliest Cave Art”.
Very interesting, indeed?
Reading this and other sources it is clear that the finding, in in Quesang Hot Spring on the High Tibetan Plateau (average elevation above 4,500 metres), 80 km from Lhasa, consists in “five handprints and five footprints dating to the Middle Pleistocene near the base of a rocky promontory”. These footprints would be dated between 69,000 and 226,000 years ago!
If confirmed, it would be the first rock art act ever.
According to the scholars who investigated it, this was a deliberate act made by young males (7 and 12 years old).
The debate switched to the term “rock art”. Is this rock art? Or a child game?
In the piece of news linked in our first paragraph you can read that not all the scholars agree and dr Zhang (main field investigator on this story) remembers that “such arguments are predicated on modern notions of what constitutes art, driving his point home with an appropriately stone-aged metaphor: When you use stone tools to dig something in the present day, we cannot say that that is technology. But if ancient people use that, that’s technology”.
We fully agree with him. The concept of “art” has always been linked to the cultural perspective of the humankind. Who can says what art is and what is not? We are not great lovers of “contemporary art”, but apart our personal approach, it is quite sure that “contemporary art” would have not been named as art some decades ago!
Moreover, we should add here also the concept of “playing” as a peculiar human act, therefore expression of the humankind. Is an “expression” of our culture, “art”? We think yes, therefore a “game” is “art and those footprints can be considered the oldest rock art ever”.

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Clovis first?

The Clovis projectile found in Zacatecas
Image Credit : INAH, published in Heritagedaily.com

We report this piece of news recently published online, which points out – once more – a theory called “Clovis first”.
The opportunity comes from a recent discovery of a “Clovis projectile point” found almost 1.000 miles far from Clovis, where the theory began in the early 20th century.

The link will help you to read once again the theory: “Clovis first” was the predominant hypothesis among archaeologists in the 20th century according to which the first Americands derive from this prehistoric Paleoamerican culture, Clovis.

During our 2011 tour in South America we interviewed different researchers who are not aligned with that.
Together with those, we remind here the great book “Across Atlantic Ice” written by Professor Breadley (read here our latest inerview to him)
together with Dott. Dennis Stanford (Smithsonian Institution – Washington, D.C.). In 2002 Prof Bradley proposed the so-called Solutrean hypotesis.
According to this, Solutrean (a relatively advanced flint tool-making style of the Upper Paleolithic of the Final Gravettian, from around 22,000 to 17,000 BC) is the European culture that was able to cross the Atlantic, starting the “conquer” of the Americas.
Then, if we enlarge our focus to South America, we have to mention the cultures which arrived in Peru’s and Chile’s coasts from Asia (Japan?).

A short post, just to remind us how complex our history could be!

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Il sacro svela il profano

Karahan Tepe (Turchia): tempio di 11.000 anni fa impone delle nuove domande

Immagine pubblicata su https://www.habernediyor.com/

Si chiama Karahan Tepe e sta a circa 50 km da Gobelki Tepe. E’ il nuovo santuario rupestre trovato nella stessa zona della Turchia meridionale, che orami possiamo considerare uno degli epicentri della ricerca archeologica, tanto sta rivoluzionando la nostra comprensione del passato. Karahan Tepe, individuato nel 1997 ma scavato solo dal 2019, ci impone con una profonda necessità di ridefinire i parametri del Neolitico.

Datato al 9.000 a.C. – come Gobelki Tepe – Karahan Tepe è una struttura templare, scavata nella roccia con un diametro di 23 metri e una profondità di 5 che si contraddistingue per undici pilastri di roccia a forma fallica. Da una parete “sbuca” una forma che sembra essere quella di una testa umana. Aggiungeteci pure 250 obelischi con figure di animali.
Ci sarebbe tanto da dire su questi elementi, ma ci preme invece sottolineare come questo tempio possa essere espressione di una cultura stanziale, o quanto meno di un prodotto da un élite religiosa che stanziale doveva essere.
Infatti, come era per Stonehenge, non è detto che un tempio – che dobbiamo comunque inserire in un concetto di Sacro e Sacralità del Territorio che è ben differente da quello odierno – sia il segnale definitivo di una società stanziale. Potrebbe infatti essere espressione di una cultura ancora nomade, o semi-nomade – che però decide di eleggere degli esponenti devoti ad una sfera sacra, dei sacerdoti, che quindi si prendono cura di un tempio.
Sacerdoti di cosa? Esponenti di una religione? O di una scienza?
Questo tempio ha delle caratteristiche che inducono a pensare a una qualche connessione con l’osservazione del cielo: obelischi di pietra, colonne itifalliche parlano di una valenza simbolica, ma in quanto elementi verticali richiamano il cielo, verso il quale puntano. Non scordiamoci che gli elementi verticali sono stati spesso interpretati – con diverse prove a ragione – come possibili “cornici”, strumenti per inquadrare astri e pianeti, per registrarne movimenti e ricorrenze-
Conoscere il movimento degli astri ha diversi vantaggi in differenti attività: aiuta gli spostamenti (per mare o per terra), l’agricoltura (semina e raccolta), ma anche l’allevamento (spostamento degli animali dal pascolo estivo a quello invernale).
In breve, suggeriamo di tenere traccia di qualsiasi sviluppo nello studio dei templi turchi. Il sistema Gobelki- Karahan Tepe ci ricorda tanto il sistema Stonhenge-Woodenhenge. Sistemi binari connessi al cielo creati da esseri umani con menti binarie che al cielo vorrebbero sempre tendere.

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“Rock art manifestations in Latin America”: an amazing documentary not to be missed!

Presented to Arkeomount.com by Aline Lara Galicia | University of Sevilla

Rock art is one of the most powerful marker of our prehistory. A key element to consider when studying an environment as it is a crucial part of the human landscape. Paying a great attention to rock art studies, we got in touch with Aline Lara Galicia of the Universidad de Sevilla asking her to present us the recently released documentary “Rock art manifestations in Latin America“.
Aline, who is part of the “Instituto de Estudios sobre América Latina” and the “Grupo de Investigación ATLAS” (Seminario Permanente Manifestaciones Rupestres en América Latina) was so kind to write down a post for arkeomount.com!
This is the link to watch the full documentary online : https://youtu.be/tkZgbvMvn6E and following is Aline’s post.
Thx Aline!

Note that we are trying to get in touch with each single researcher involved in this project as to present on this blog some further insights coming from the project!

Cover of “Manifestaciones Rupestres en América Latina” – June 2021 – Edition: Instituto Universitario de Estudios sobre América Latina. Universidad de SevillaPublisher: Instituto de Estudios sobre América Latina (Universidad de Sevilla) –
Editor: Aline Lara GaliciaISBN: 978-84-09-31817-9

Eduardo Galeano once said, “Many small people, in small places, doing small things, can change the world”. And I am one of those who think that indeed those small people -unique- can do the same from their research. How could the world be changed? Well, through creativity and scientific dissemination in which everyone contributes, proposes and creates; but also trying to reach society. That everyone understands how great is everything that precedes us and has been created by human beings. Rock art is just a small sample, but curiously, perhaps the most difficult to investigate, to understand and also to conserve.

The history of rock art, or more commonly known as rock art, goes back tens of thousands of years. The possibility of being able to understand this symbolism or what they could have meant first brings us closer to knowing the past and the shared elements of human culture and cultures. In Latin America, these are social representations, made in specific places and moments. It tells us about ceremonies, thoughts about shamanism, writing, myths and cosmologies.

With the documentary we present the most recent research on rock art in countries such as Mexico, Peru, Venezuela and Argentina in the voice of the researchers themselves. We tried to make the reading for a wider audience that likes this part of the history of mankind. Society today, for example, in Spain knows a lot about European rock art, since it is one of its most important prehistoric representatives. However, they do not know that there is rock art evidence in Latin America and that they are as important and amazing as Altamira in Spain, or Lascaux or Chauvet in France or Val Camonica in Italy.

Through this work we wanted to point out not only the diverse investigations but also that rock art in Latin America can still approach the meanings, thanks to the reminiscences that have remained in the memory of the native peoples. In spite of the long temporality, it is evident that the interpretations, especially those of the XVI and XVI centuries, can embrace the narratives of cultural identity and the past of these peoples. Many represent one of the largest concentrations of rock art where the forms and figures represent the mirror of a cosmovision of the past of all these cultures.

The project arises from our most recent teaching innovation project from the University of Seville “Rock art manifestations in Latin America” which began with an online seminar in 2020, but now we have been expanding regions, activities and joint publications, always with the aim of disseminating. It is an initiative of several Latin American and European institutions.

Great researchers participate such as Ramon Viñas Vallverdú, Moisés Valadez Moreno, Yuri de la Rosa Gutiérrez, Sandra L. Ramírez Barrera, Luis A. Martos López; all of them from the National Institute of Anthropology and History in Mexico, Leonardo Páez from Venezuela; Aïcha Bachir Bacha from the EHESS in France, Marcela Sepúlveda Retamal from the Pontificia Universidad Católicaa de Chile and a whole team in Argentina with Christian Vitry Di Bello director of the Tastil project, Bernardo Maltz, Gastón Vitry and Ana Paula Cevidanes from the Universities of Salta, Córdoba and Buenos Aires, the youngest of the project.
The project continues, the documentary is only a part of it. There are other activities with other researchers of great trajectory. And the web page is in process. Lastly, we have a project to create awareness of the faunal biodiversity in Latin America and the danger of extinction, from rock art. With success especially with children.
We are still small people but our work is to give some knowledge from the past to be able to act in the present
.

Aline Lara Galicia
Instituto de Estudios sobre América Latina
Grupo de Investigación ATLAS
Seminario Permanente Manifestaciones Rupestres en América Latina
Universidad de Sevilla

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Teotihuacan: il LIDAR ci restituisce una grandiosa opera di allineamento astronomico

Teotihuacan (Messico)
Credits: Image by Makalu from Pixabay

E’ recente la notizia che l’antico insediamento messicano di Teotihuacan possa essere molto più vasto di quanto noto ad oggi (a questo link trovate una fonte inglese).

Ancora una volta a consentire l’acquisizione di massicce informazioni in un tempo relativamente breve e senza scavare una sola buca, è una scansione effettuata con LIDAR (Light Detection and Ranging) combinata con sondaggi sul terreno e dati di precedenti mappature.
Il confronto tra l’antica Teotihuacan e l’odierna valle di Teotihuacan è spettacolare!
Si evince che Teotihuacan, tra gli anni 100 a.C. e 550 d.C., era una delle città più grandi del mondo antico. La tecnologia LIDAR, che sfrutta i riflessi della luce laser per individuare strutture nel sottosuolo, ha scoperto che il sito copriva 21 chilometri quadrati e il 65% delle aree urbane ha proprietà o caratteristiche allineate ortogonalmente entro tre gradi rispetto ai 15 gradi a est del nord astronomico (l’allineamento già noto e riconosciuto per Teotihuacan). Come le mura cittadine, anche i fiumi furono deviati secondo questo allineamento: sommati ai corsi dei canali artificiali, il totale dei corsi d’acqua della regione impattati da questa monumentale opera di allineamento astronomico, raggiungono la lunghezza di quasi 17 chilometri!
Stiamo cercando di metterci in contatto con i ricercatori che hanno lavorato sul campo e non mancheremo di farvi avere aggiornamenti sul tema!

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30 anni di Ötzi: la storia dell’uomo continua a sorprendere

La ricostruzione dell’Uomo venuto dal ghiaccio al Museo Archeologico dell’Alto Adige (c) Museo Archeologico dell’Alto Adige 

Il 19 settembre 2021 saranno 30 anni dalla scoperta del corpo dell’uomo del Similaun – Ötzi – che per 5.000 anni si è conservato tra i ghiacci delle Alpi Venoste fino a quando la famiglia Simon di Norimberga non lo ha notato. Conservato dal 1998 presso il Museo Archeologico dell’Alto Adige a Bolzano, dove ancora oggi lo si può ammirare, Ötzi non è solo “un uomo dell’Età del Rame”, ucciso da un suo simile durante una battuta di caccia, ma è soprattutto un parente di tutti noi, che ci ha portato in regalo il nostro passato.
30 anni sono trascorsi e non sono mancati gli studi sul corpo, sui materiali, sull’alimentazione, sulle armi di Ötzi.
Grazie a lui si è affermata anche in Europa la bioarcheologia e alcune degli studi più sensazionali li abbiamo ripresi anche qui, su arkeomount, come nel 2014 quando lo studio sul DNA della mummia ha aperto nuovi scenari sulla linea genetica europea. Sappiamo che camminava molto, che i suoi attrezzi testimoniavano scambi commerciali su ampia scala in tutto il continente, che ha permesso a 800 studiosi di tutto il mondo di fare avanzamenti nella nostra conoscenza della preistoria. Qui un buon riassunto.

Nell’occasione di questi 30 anni dalla scoperta, sabato e domenica 18/19 settembre 2021, il Museo Archeologico dell’Alto Adige festeggerà questa ricorrenza con i suoi visitatori sui prati del Talvera, a soli 200 metri dal museo, con un festival archeologico gratuito che include anche l’ingresso al museo.
Per chi volesse avere una visione più ampia dei ritrovamenti di esseri umani preistorici tra i ghiacci del mondo, suggeriamo di guardare questa nostra intervista esclusiva al Prof. Chavez, protagonista nel 1995 insieme all’archeologo Reinhard del ritrovamento della mummia di Juanita. Intervista girata nel novembre del 2011 al Museo Santuary di Arequipa (Peru) di fronte a quella che forse è la più famosa mummia al mondo ritrovata nelle terre alte.

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DNFA #5 – Five questions to Betty Haoa Rapahango

In 2011 she hosted us at the only museum in Chile where a Moai statue outside of Rapanui is. We are talking about Betty Haoa Rapahango, born in the Easter Island, who devoted her career to spread her native culture. She works at the Fonck Museum in Viña del Mar (Chile) and being a descendant of the only 122 natives survived in the Island, it was an honour to spoke to her.
We adapted a little bit the 2020 questions for her, who is not an archaeologist, but a very interesting person with a passion for mankind history!

A: Why did you choose to help other people to better understand your native culture?
BHR: It wasn’t really on purpose. Just as I was entering the library world, I began to realize that most of those who visited the Rapanui library did not know much about my culture. Then, I realized that, by showing them the evolution, development and decline of the island’s culture, they would better understand the Rapanui people who still exist today.

Betty Haoa, 2020

A: When did you understand that it was the right or the wrong choice?
BHR: It was given little by little, as more and more people visited the library and for several years I did not think about it.

A: Sometimes during hard times we think about giving up…You did not! You are still doing it! Why? I mean, what happened? Do you have a special “mantra” helping your balance, or did you have to struggle with someone convincing this person that going on was the best choice? Who? Your relatives? Yourself?… The final question is “what is your secret to keep on doing your job?”
BHR: In truth, I am a fan of Rapanui culture. Like everyone on the island. No Rapanui denies his culture, no matter how enormous the counterpart. I have never considered, nor will I do in the future, to stop helping those who need to study, understand or live in this Polynesian culture.

A: How do you spend your spare time when you are far from home?
BHR: I really like reading, so I take advantage of free time (and also air travel to Easter Island) to catch up on what’s new in books, magazines and newspapers.

A: Let’s suppose that you were not a “cultural expert”.. what is your job? policeman, farmer, superwoman?
BHR: What job would I have liked to have? Well, anyone who allowed me to travel around the world, what I already get as a researcher of my culture.

Thank you, Betty!

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DNFA #4– FIVE QUESTIONS TO STEFANO GRIMALDI

Today we are happy to host Stefano Grimaldi (Italy), archaeologist, Associated Professor at Università degli studi di Trento (Trento, Italia) and President of the Istituto Italiano di Paleontologia Umana (Anagni, Italia).
We interviewed him in 2015 for the Italian magazine “Montagne 360” (Club Alpino Italiano) and today he is our host for the Do Not Feed the Archaeologists’ project!

Stefano Grimaldi, archaeologist

Why did you choose to become an archaeologist?
SG: Archaeology have chosen me. I started Economy and Finance studies but after three years I decided it was not for me. By chance some friends invited me to re-start my studies at the Humanities faculty (they were different times, by the way… we were not still addicted to technology, so we needed to talk with people to get information, ideas, …) and after a while I met the professor who became my teacher in archaeology. The more I studied with him, the more Archaeology embraced me.

When did you understand that it was the right or the wrong choice?
SG: Never! I am still figuring out; but I do not think this is the problem. More than a choice it was a good chance to live a life dedicated to what I really like: to travel around the world in order to have a larger glimpse over modern humanity.

Sometimes during hard times, we think about giving up…You did not! You are still an active archaeologist! Why? I mean, what happened? Do you have a special “mantra” helping your balance, or did you have to struggle with someone convincing this person that going on was the best choice? Who? Your relatives? Yourself?… The final question is “what is your secret to keep on digging?”
SG: Digging is fascinating, it is an exciting intellectual and physical activity. The boring side of our profession is bureaucracy. About one-third (probably more) of my working time is dedicated to fulfill endless forms, to discuss to administrative officials, to write complex reports just to have the permit to buy a simple pencil.

Stefano Grimaldi in an “off record” picture taken on the field!

How do you pass your spare time during the digging evenings (anyway while you are off from digging, but still far from home?)
SG:

There is no free time during the excavation time. After digging, we back home and, while someone prepare the meal for everybody, other people wash and clean the archaeological findings; after dinner, we check the documentation, draw the artefacts, and so on until midnight or later; at five a.m. we are ready for another excavation day…
OK! this is the situation that any field director is dreaming about. The truth is to have a pint of beer during a night out with the students.

Let’s suppose that you were not an archaeologist… what is your job? policeman, farmer, batman?…
SG: No way! It is very hard stuff to answer. But in my dreams… I have not a job: I am a prehistoric hunter!..

Thank you!

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