Petroglifi altipianici: Arica e le sue valli.

 

Entrando nella Valle di Azapa

Arica, la città più a nord del Cile, è ubicata sulla costa, ma si trova vicinissima alle Ande, tanto che le popolazioni che vi abitano continuativamente da almeno 11.000 anni hanno contatti costanti con la vicinissima Cordillera.
La zona di Arica è considerata “deserto assoluto” con una precipitazione di soli 0,03 mm di acqua all’anno. La costa è ricca di nutrimenti grazie alla corrente di Humboldt che dal sud porta fino a qui moltissimi elementi come il plancton, cibo preferito da tantissime specie ittiche. Mentre poco all’interno si incontrano le “chimasi”, ovvero lagune di acqua dolce create dall’acqua che emerge dalle gole (“qebradas”) scavate dai fiumi, che scendono dalle cime andine. In soli 200 km dalla costa si arriva ai 4.000 metri di altura e due sono le valli che da millenni vedono il passaggio umano con testimonianze indelebili: la valle di Azapa e quella di Lluta.
I petroglifi, ovvero figure costruite con l’accostamento intenzionale di pietre, risalgono al Secondo Periodo Intermedio, tra il 1.100 e il 1.400 d.C. prima dell’arrivo degli Incas.
Le immagini che abbiamo scattato vi riportano le più impressionanti, come quelle dei giganti di Arica, alti circa 50 metri nella valle di Lluta (13 km a nord della città) e quelle dei siti “La Tropilla” e “Cerro Sagrado”. Quest’ultimo sito (una piccola collina tonda e ben riconoscibile) è ancora oggi utilizzato dagli autoctoni per cerimonie tradizionali in favore delle divinità locali (come la Pachamama, la Madre Terra).
A “La Tropilla” si possono ammirare rappresentazioni di lama, anche accompagnati da personaggi a carattere sciamanico, che indirizzano il gregge verso la costa. Tutte queste figure (lama, felini, aquile e altri animali ai quali si aggiungono gli umani, anche “danzanti”), sono state interpretate come un sistema di comunicazione per guidare i pastori che accompagnavano gli animali domesticati dall’altipiano verso la costa. Da un lato segnalavano la direzione corretta verso il mare, dall’altro ne segnalavano la prossimità e, infine, avevano una funzione di protezione e di buon augurio.

 

Valle di Lluta

Petroglifi in Lluta

I giganti di Lluta

Cerro Sagrado, valle di Azapa

Petroglifi nella Valle di Azapa

Il "ballerino" di Azapa

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Progetto Anillo: le scienze si incontrano per rivelare il passato.

 

Il poster del Progetto Anillo - tratto da cienciaymemoria.cl

All’interno dell’Istituto di Investigazione Archeologica e Museo R.P.G. Le Paige di San Pedro di Atacama, abbiamo avuto il piacere di conoscere il dott. Germán Manriquez, direttore del progetto “Anillo ACT-96”, che ha come obiettivo principale di determinare i modelli di interazione e di mobilità all’interno della regione dell’oasi di Atacama e aree confinanti del Nord e del Centro del Cile durante il periodo detto Orizzonte Medio ( 700 – 1100 d.C.).
Un progetto innovativo, che per la prima volta cerca di rispondere ad uno dei molti quesiti ancora senza risposta del continente sudamericano: da dove viene la popolazione che si insediò nel Salar di San Pedro di Atacama? Da un anno un team interdisciplinare, coordinato dal dott. Manriquez, utilizzando marcatori morfometrici, odontologici, genetici, chimici e mineralogici potrebbe provare come la mobilità tra l’Amazzonia e la costa cilena non fosse impossibile. Fino ad ora i marcatori più comunemente utilizzati sono stati quelli ritrovati nel contesto classico dello scavo archeologico come ceramica e tessuti ed altri più specifici come il materiale di base per ricavare le tavolette allucinogene. Sono quindi stati presi in considerazione altri elementi come gli alcaloidi presenti nelle bevande, nel fumo, negli accessori per l’assunzione di allucinogeni e nei resti umani, il tipo di deformazione intenzionale del cranio, la composizione minerale e la diversità delle tavolette da fiuto, la composizione dei manufatti di metallo e l’analisi genetica del DNA dei batteri presenti nel tartaro dentale come marcatore di polimorfismo della popolazione umana.
In particolare lo studio del DNA è reso difficoltoso dalle condizioni estreme di questo territorio desertico che ne danneggiano la struttura rendendo necessario pertanto affiancare allo studio genetico l’analisi di altri marcatori di popolazione.
Un altro dato interessante raccontatoci dal dott. Mariquez riguarda i risultati emersi dallo studio delle ossa nasali dei crani ritrovati. Sono state infatti riscontrate, attraverso lo studio radiografico e morfoscopico, lesioni a livello delle ossa delle vie aeree superiori (setto nasale, sfenoide, palato duro) dovute verosimilmente all’inalazione di sostanze psicotrope. Lo studio si propone pertanto di analizzare queste lesioni in comparazione con quelle prodotte in soggetti che attualmente fanno uso di droghe (come ad esempio cocaina).
I vari esperti hanno già analizzato i resti di 325 individui provenienti da differenti cimiteri dell’area di San Pedro (alla fine di questa prima parte di ricerca saranno 600), 3550 minerali, 500 oggetti metallici e stanno iniziando lo studio delle 490 tavolette di legno per l’assunzione di allucinogeni, incrociando dati radiografici, morfometrici e iconografici.
Le Istituzioni conivolte in questo ampio progetto sono: Universidad de Chile, Universidad Càtolica de Norte, Istituton de Investigaciones Arqueológica y Museo Le Peige, Conicyt e il Consejo de Monumentos Nacionales.
Per approfondimenti www.cienciaymemoria.cl

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Museo archeologico Le Paige di San Pedro de Atacama. Una perla nel deserto.

 

Ingresso del Museo Le Paige

Siamo giunti a San Pedro de Atacama, l’oasi ai bordi del deserto più arido del mondo, posto ad un altitudine superiore ai 2.400 metri s.l.m.
I dintorni contano alcuni dei paesaggi più suggestivi del pianeta , come la Valle della Luna o la Valle Arcoiris, le lagune altipianiche e i numerosi geyser dei dintorni. Qui l’uomo è giunto almeno nel 9.000 a.C. (cultura Lickanantay), ma la massima espressione l’ha raggiunta nel periodo contemporaneo ai contatti con l’impero altiplainico di Tiawanacu, tra il 500 e il 1000 d.C. Per conoscere la storia degli Atacameñi abbiamo visitato il Museo Archeologico” R.P. Gustavo Le Paige”, che non solo ci ha accolto ma ci ha mostrato anche l’immenso lavoro di conservazione e di studio che è in atto in questi anni attorno ad una delle più grandi collezioni archeologiche riferite ad una solo popolazione di tutte le Americhe.
Il Museo conta infatti 380.000 pezzi, molti dei quali raccolti dal sacerdote gesuita  di origine belga R. P. Gustavo Le Paige, che nel 1955 venne assegnato alla piccola città cilena e, nel tempo libero, iniziò a scavare i cimiteri preistorici degli antichi abitanti della zona. Il Museo, costruito dallo stesso sacerdote a partire dal 1957, è ora gestito dall’Universidad Catolica del Norte, che nel 1963 appoggiò la costruzione del primo padiglione. La stessa istituzione ereditò il museo alla morte del gesuita negli anni ’80, creando l’Instituto de Investigaciones Arqueologicas. Attualmente il Museo conta quattro unità specifiche per la conservazione, la documentazione, l’esibizione e la diffusione delle collezioni, alle quali bisogna aggiungere la recente e importante unità di Educazione.
Tra le collezioni è da segnalare quella, unica al mondo, di complessi allucinogeni: 464 tavolette in legno finemente intagliate, le une diverse dalle altre, risalenti al periodo di influenza Tiawanacu ed utilizzate per l’assunzione di allucinogeni. Abbiamo avuto l’onore di poter ammirare dal vivo anche la preziosa tunica Tiawanacu “n.° 5382.1”: non ne esiste ad oggi un altro esempio così ben conservato che testimoni l’abilità tecnica e iconografica di cui erano capaci gli abili tessitori di 1000 anni fa.
Fino al 2007 nel museo erano esposti anche i corpi umani mummificati molto ben preservati del popolo Lickanantay. Da maggio di quell’anno il Museo ha accolto la richiesta della comunità indigena e per rispetto verso la stessa ha ritirato dall’esposizione i corpi, che ora sono conservati in un locale adeguato e non visitabile, orientato verso il monte Licancabur come è costume per questa millenaria popolazione. I preziosi tesori qui conservati (molti dei quali mai esposti al pubblico) troveranno un’adeguata collocazione nel nuovo museo progettato in sostituzione dell’attuale, la cui apertura è prevista nel 2014.
Nelle fotografie che accompagnano il post potete ammirare alcuni petroglifi locali che raccontano e comprovano la discesa dei Tiawanacu dalla originaria zona del Titicaca sino alle oasi atacameñe.

 

Ubicazione di San Pedro

Tavoletta per assunzione di allucinogeni

Riparo roccioso con petroglifi - Valle di Arco Iris

Petroglifo di influenza Tiawanacu (scimmia della zona Amazzonica)

Altro petroglifo di Arco Iris

Valle della Luna

Laguna di Chaxa nel deserto di Atacama

Fenicotteri alla laguna di Chaxa

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Megafauna: con chi aveva a che fare l’uomo preistorico in Sud America

A colloquio con uno dei maggiori paleontologi cileni, il dr. Juan Castillo, direttore della società cilena di ricerca paleontologica Grinpach (Grupo de Investigaciones Paleontologicas Chile – www.grinpach.cl) e curatore del Museo Cileno di Paleonotologia di Santiago del Cile.
In questa breve intervista il prof. Castillo ci introduce alla megafauna con cui aveva dovuto confrontarsi l’uomo preistorico in Cile, dove molti sono i siti preistorici che sfidano i modelli storici accettati, come Monte Verde, la cui datazione al 11.500 a.C. ha retrodatato la presenza umana nel continente. In realtà questo sito ha restituito datazioni anche al 33.000 a.C., ma siamo in attesa di avere news a riguardo per potervi dare informazioni complete a riguardo.
Il Grinpach è l’istituzione chiave per lo studio della paleontologia cilena e i suoi corsi annuali destinati a studenti e associati stanno permettendo a questa giovane scienza di avanzare nel panorama nazionale e internazionale come punto di riferimento per scavi, recupero e analisi dei reperti e – ovviamente – ricostruzione storica.

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Isola di Pasqua: non solo Moai

Giungiamo al Museo Fonck di Viña del Mar, sulla costa cilena appena fuori Santiago e siamo colloquio con Betty Haoa Rapahango, discendente di uno dei 122 “pasquensi” sopravvissuti all’impatto con il mondo Occidentale. Betty è la curatrice dell’Archivio del Museo, uno dei più forniti al mondo per quanto riguarda documenti e pubblicazioni sull’Isola di Pasqua. Con lei ci addentriamo nell’interessante sezione espositiva che il Museo Fonck dedica all’Isola di Pasqua, approfondendo metodi di navigazione e teorie di popolamento dell’Isola. Il Museo, che al suo esterno custodisce uno dei 12 Moai esistenti al mondo fuori dal territorio isolano, offre una vasta collezione archeologica (soprattutto Mapuche, incluse alcune incredibili “mazze” incise) e, al piano superiore, una completa esposizione di Storia Naturale.

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Archeologia di montagna a due passi dall’Antartide

A colloquio con il prof. Rubén Stehberg, curatore capo dell’Area di Antropologia del Museo Nazionale di Scienza Naturali di Santiago del Cile. Il prof. Stehberg ha compiuto già otto campagne di scavo nelle Shetland del Sud, un’isola oltre lo stretto di Drake che altro non è se non la cima di un picco andino emerso dalle acque!
La ricerca iniziò dopo che l’Istituto Antartico Cileno vi trovò alcuni reperti archeologici che sottopose all’attenzione del MNHN. Datati ai primi del XIX secolo erano oggetti testimoni della frequentazione delle isole di Shetland per la caccia al leone marino. Il Prof. Stehberg iniziò un’investigazione in condizioni di lavoro estreme, portata avanti negli anni con un piccolo team di quattro persone (tra i quali la moglie, anch’essa archeologa, l’argentino Andreas Saranchin e l’australiano Mike Pearson).
Nella video intervista ci presenta le difficoltà e le particolarità di un tale progetto di scavo: solo 21 giorni disponibili all’anno, i costi altissimi causa il trasferimento in elicottero, la necessità di scavare “ a colpo sicuro”, i metodi di sopravvivenza quotidiana e gli strumenti del mestiere.

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Santiago del Cile: Dipartimento di Antropologia del Museo Nazionale di Storia Naturale

Abbiamo attraversato la Cordiliera Andina e siamo giunti sul suo versante occidentale, entrando in Cile dal Passo Portillo, una località nota agli sciatori di tutto il continente. Giungiamo così a Santiago del Cile e siamo accolti all’interno del Museo Nazionale di Storia Naturale (www.mnhn.cl) , nonostante sia ancora chiuso al pubblico per lavori di consolidamento dopo il terremoto del 2010 (riapre a maggio 2012).
Questa è la più antica istituzione scientifica cilena: all’inizio del XIX secolo, mentre il Cile si formava come nazione e prima di qualsiasi altra università, la biodiversità di questo lungo paese trova un punto di incontro qui.
175 anni dopo quel momento il Museo è ancora un’istituzione chiave sia per la raccolta che per la conservazione, l’investigazione e l’esibizione della diversità biologica e biculturale del Cile, con il fine di generare conoscenza scientifica e divulgazione ad ogni livello. Sempre in questo museo ha sede la Dirección de Bibliotecas, Archivos y Museos, che è incaricata del patrimonio scientifico nazionale.

Parlando di archeologia, siamo accolti dal prof. Cristian Baker, Curatore del MNHM e zoo-archeologo, che in questo breve video ci presenta il Museo e il Dipartimento di Antropologia. Il principale e importantissimo progetto in cui è impegnato attualmente il Dipartimento è quello di registrare le collezioni. Tutti i  200.000 pezzi archeologici del Museo più antico del Cile stanno per essere classificati secondo gli standard nazionali (dati e immagini in alta definizione) e presto saranno a disposizione di tutti i ricercatori (Progetto “SUR”= Sistema Unificado Registro).

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Racconti dall’Argentina …

Cari amici di Arkeomount,

facciamo un piccolo passo indietro. In questi tre nuovi video Massimo e Veronica ci raccontano di Ushuaia e di un’importante scoperta, della visita all’incredibile sito UNESCO della Cueva de las Manos e di come la cultura Angualasta, grazie ad un recente ritrovamento, possa essere avvicinata alla nascita dell’impero Inca.

Buona visione!

La redazione di Cervelli In Azione

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Qapacñan: il “Camino de los Incas” viene presentato all’UNESCO in questi giorni

 

Immagine tratta dal porgetto ufficiale INC-2001

Prima di lasciare l’Argentina attraversando le Ande all’altezza di Mendoza, per giungere a Santiago del Cile e proseguire il nostro reportage, veniamo informati che proprio in questi giorni l’UNESCO sta valutando il progetto definitivo per aggiungere il Qapacñan nella lista del World Heritage!
Il cosiddetto “Cammino degli Inca” è l’insieme del vastissimo sistema stradale dell’impero andino, il cui tratto principale era lungo 5.200 km, per collegare il regno da nord a sud. Questa strada pavimentata era larga almeno quattro metri e in alcuni tratti raggiungeva i 20 metri, collegando Amazzonia, costa Pacifica e Cordigliera Andina. Per lo più correva ad un altezza tra 3.500 e i 5.000 metri di altitudine e collegava centri amministrativi, zone minerarie, zone  agricole e centri cerimoniali.
Partiva da Quito, in Ecuador e raggiungeva Santiago del Cile, passando anche per gli attuali stati di Colombia, Perù, Bolivia e Argentina.
Proprio questi sei paesi nel 2001, su proposta dell’allora INC peruviano (Instituto Nacional de Cultura) hanno sviluppato un progetto per la sua identificazione, studio, valorizzazione e conservazione. Il primo obiettivo è quello di conoscerne la vera dimensione in termini geografici, storici, etnografici, archeologici, educativi. L’iniziativa vuole anche implementare progetti di sviluppo per migliorare la qualità della vita delle popolazioni associate al “Camino”. Alcuni dati: l’intera rete viaria Incaica conta circa 60.000 chilometri di sviluppo, ai quali sono associati oltre 1.900 siti archeologici (moltissimi dei quali in quota) e 1.000 villaggi.

Ognuna delle sei nazioni coinvolte ha messo a disposizione una serie di esperti sotto il coordinamento centrale del progetto per raggiungere queste finalità. La professoressa Teresa Michieli, da noi incontrata a San Juan, è stata parte del gruppo di esperti interpellati per la parte Argentina.

Proprio in questi giorni, novembre 2011, dopo dieci anni (e in concomitanza con il nostro viaggio!), la commissione di sviluppo del progetto sta sottoponendo all’UNESCO l’intero lavoro perché il “Camino de los Incas” possa essere riconosciuto come Patrimonio Culturale dell’Umanità.
Suerte!

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Archeologia di montagna: come, dove, quando

Siamo ancora nella valle di Calingasta (San Juan, Argentina), a tremila metri s.l.m., presso il sito archeologico di Los Morillos. La prof.ssa Michieli ci presenta le metodologie proprie di archeologia di montagna: difficoltà di raggiungere i siti, aridità, altitudine (con conseguente “puna”, mal di montagna, al quale ci si abitua sviluppando globuli rossi).

I siti di montagna sono più semplici da identificare di quelli in pianura, perché l’uomo ha da sempre abitato solo quei luoghi che hanno alcune caratteristiche: vicinanza all’acqua, riparo dal vento e dal freddo, presenza di erba per il bestiame, legna per il fuoco. Il sito in cui siamo ne è un esempio e la prof.ssa Michieli ci presenta le sue particolarità. L’oasi in cui ci troviamo ha la particolarità di avere acqua nel sottosuolo e un microclima stabile, che consente anche 5 gradi più caldi che all’esterno nella notte e 5 gradi di meno di giorno (frescura).
Anche i campi di archeologia non si fanno molto distanti da luoghi come questi, proprio per poter beneficiare -nei 20-60 giorni di campagna –dello stesso ambiente favorevole scelto migliaia di anni prima.

Infine, questo ambiente aiuta la conservazione. La Cordigliera impedisce ai venti umidi dei due Oceani di raggiungerla creando di fatto un clima desertico. L’aridità climatica ha fatto sì che quasi tutti gli elementi di vita quotidiana delle popolazioni che si sono succedute negli ultimi 8.500 anni siano arrivati a noi.

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