Ambiente, terra e civiltà nella Pianura Padana dell’Età del Bronzo – convegno 9 e 10 maggio 2014 – call for papers

 

Immagine dagli scavi

Usciamo un po’ dal nostro seminato di archeologia delle terre impervie per “ricadere” in pianura con un convegno che si preannuncia comunque interessante per le molti implicazioni.
“Ambiente, terra e civiltà nella Pianura Padana dell’Età del Bronzo – Convegno per i trent’anni di ricerche nella Terramara Santa Rosa di Poviglio, tra ricerca scientifica e valorizzazione” si terrà a Poviglio (RE), al Centro Kaleidos, il prossimo 9 e 10 Maggio 2014.
Sono due giornate di studi archeologici e geoarcheologici organizzate dalla Soprintendenza per i Beni
Archeologici dell’Emilia-Romagna, dal Dipartimento di Scienze della Terra ‘A. Desio’ dell’Università degli Studi di Milano e dal Comune di Poviglio, con il supporto di Coopsette ed Archeosistemi. L’incontro vede il patrocinio dell’ Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (IIPP), dell’Associazione Italiana di Geografia Fisica e Geomorfologia (AIGeo) e del  Gruppo di Palinologia della Società Botanica Italiana. Prima di riportare i temi e il programma di massima, anticipiamo che sul finire del nostro pezzo troverete i riferimenti per chi tra i lettori fosse interessato a sottoporre un paper per l’incontro.
Le due giornate di convegno si propongono di fare il punto su trent’anni di indagini nella Terramara S. Rosa di Poviglio e sui possibili sviluppi futuri del progetto. I temi che saranno dibattuti riguarderanno il contributo offerto dagli scavi alla conoscenza del coraggioso ma sfortunato progetto di gestione territoriale espresso dalla civiltà terramaricola, al contesto ambientale e alla struttura sociale che a tale progetto erano sottesi. Verranno inoltre dibattute le prospettive divalorizzazione del sito e dell’immenso patrimonio archeologico raccolto in trent’anni di campagne archeologiche e conservato nel Museo della Terramara di Poviglio.
L’incontro sarà articolato in tre sessioni scientifiche, coordinate dai direttori dello scavo e da archeologi e ricercatori delle differenti discipline geologiche e naturalistiche che, fino ad oggi, hanno contribuito alle indagini ed è rivolto non solo agli specialisti, ma ad un più ampio pubblico. Le sessioni saranno dedicate ai vari aspetti della ricerca archeologica e scientifica in corso presso la Terramara di Poviglio; sarà inoltre discusso l’importante tema della valorizzazione dei contesti archeologici ed i problemi ad esso inerenti. È anche previsto che i partecipanti contribuiscano con le proprie ricerche attraverso posters o comunicazioni orali. Accompagneranno i lavori alcune conferenze di noti studiosi, che contribuiranno a fare il punto della situazione sugli argomenti sviluppati nel corso della manifestazione.

Programma preliminare
9 maggio 2014
9.00-9.30 – Accoglienza e registrazione presso il Centro Kaleidos
9.30-10.00 – Saluti delle Autorità: Sindaco di Poviglio, Soprintendente per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna
10.00-10.20 – M. Bernabò Brea e M. Cremaschi: Trent’anni di scavi nella Terramara di Santa Rosa di Poviglio.
10.20-13.00 – I sessione: Il Villaggio, l’ambiente e la gestione territoriale M. Cremaschi, A.M. Mercuri, M. Giudici, M. Rottoli, M. Marchesini, E. Maini.
13.00-14.00 – Pausa pranzo
14.00-16.00 – II sessione: Il Villaggio, le produzioni
M. Bernabò Brea, M. Cremaschi, A. Mutti, C. Pizzi, N. Provenzano.
16.00-16.15 – Pausa caffè
16.15-17.45 – Conferenze (A.M. Mercuri: Ambiente e coltivazioni nel mondo delle terramare; G.Leonardi: I Micenei nell’Alto Adriatico)
17.45-19.15 – Sessione con interventi liberi sul tema: Ambiente e civiltà nell’età del Bronzo in Italia.

10 maggio 2014
9.30-11.30 – III sessione: Valorizzazione dei siti preistorici, esempi dal Progetto Palafitte e dal Montale; la Terramara di Poviglio nella realtà locale F.M. Gambari, F. Marzatico, A. Mutti, C. Zanasi
11.30 -12.45 – Conferenze (A. Cardarelli: Il collasso della civiltà terramaricola; R. De Marinis: La metallurgia nell’età del Bronzo)
12.45-14.00 – Buffet e visita alla sessione posters
14.00-16.00 – Sessione con interventi liberi sul tema: Ambiente e civiltà nell’età del Bronzo in Italia.

Il Museo della Terramara sarà aperto al pubblico durante l’intera durata del convegno; saranno organizzate visite guidate su richiesta alla fine delle sessioni. Per contattare la segreteria del convegno rivolgersi a Andrea Zerboni (Università degli Studi di Milano): andrea.zerboni@unimi.it oppure a Carla Panella (Comune di Poviglio): 0522/966817; c.panella@comune.poviglio.re.it
E’ possibile inviare e sottoporre dei contributi entro il 1 aprile 2014, richiedendo il modello alla segreteria.
I testi verranno raccolti e distribuiti a tutti i partecipanti e messi in rete sul sito dello scavo (http://users.unimi.it/geoarch/). I contributi potranno essere presentati come posters (le dimensioni dei supporti verranno indicate nella seconda circolare) o come brevi comunicazioni orali che si collocheranno, in base ai contenuti, nelle tre sessioni tematiche oppure in quelle dedicate agli
interventi liberi. Gli interventi dovranno essere focalizzati sul tema Ambiente e civiltà nell’età del Bronzo nella penisola italiana. Si incoraggia a presentare recenti studi, ricerche e casi di studio che implichino anche l’utilizzo di metodologie scientifiche interdisciplinari all’archeologia (geoarcheologia, archeobotanica, palinologia, zooarcheologia, archeometria); particolare attenzione
verrà posta alle scoperte derivanti da operazioni di archeologia preventiva e di emergenza, nonché ad iniziative realizzate e/o progettate nel campo della valorizzazione dei beni culturali archeologici.

Tags: , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Ambiente, terra e civiltà nella Pianura Padana dell’Età del Bronzo – convegno 9 e 10 maggio 2014 – call for papers

“Frozen Stories” apre a Bolzano – Intervista video ai curatori per la mostra che svela l’archeologia dei ghiacci alpini

Rimarrà aperta fino al 22 febbraio 2015 la nuova mostra temporanea del Museo Archeologico dell’Alto Adige a Bolzano, dal titolo “Frozen Stories – Reperti e storie dai ghiacciai alpini”. Eravamo all’inaugurazione e abbiamo intervistato l’archeologo Andreas Putzer, curatore della mostra insieme al collega Hubert Steiner.
Per incontrarlo saliamo al terzo piano del Museo che raccoglie il corpo e gli studi sul più importante reperto restituito dai ghiacci alpini ad oggi, ovvero il famoso cacciatore Oetzi, che possiamo ammirare al primo piano del museo.
Obiettivo della mostra è mostrare come il cambiamento climatico abbia conseguenze anche archeologiche. Lo sciogliersi dei ghiacci porta alla luce oggetti e reperti rimasti nascosti per lungo tempo nei ghiacciai. Da questo punto di vista Ötzi non è il solo caso fortunato degli ultimi decenni: molti altri reperti sono emersi dal ghiaccio e ci raccontano storie del passato. E con ogni nuovo ritrovamento si pone la domanda: cosa spinse gli esseri umani ad andare sui ghiacciai nel corso dei secoli?
“Abbiamo voluto mostrare innanzitutto cosa sia un ghiacciaio e come si forma – esordiscono i curatori – concentrandoci sui cambiamenti climatici degli ultimi 800.000 anni”. Aiuta un pannello multimediale che capeggia al centro della sala espositiva dove il visitatore può visionare la disposizione dei ghiacci in Europa negli ultimi millenni. “Il lavoro dell’archeologo cambia a queste altitudini e in queste condizioni – prosegue l’arch. Putzer – e per questo mostriamo gli attrezzi del mestiere (come il getto di vapore, ndr) prima dei reperti”.

 

Archeologo Andreas Putzer

Tra questi i più antichi risalgono a oltre 5mila anni fa, come un fantastico arco in legno perfettamente conservato o delle ghette del periodo romano, o ancora dei gambali dell’età del Ferro. In un angolo è ricostruito il sito di Oetzi immaginando che non fosse stato protetto dal ghiaccio: buona parte dei più preziosi reperti che oggi stanno svelando molto della vita preistorica non sarebbe giunta fino a noi. “Anche queste parti di capanne del Paleolitico – ci indica Putzer – o questa gancio per cintura interamente in legno e risalente all’epoca del Bronzo, non sarebbero potute arrivare a noi”.

 

Apparecchio a getto di vapore

In mostra oggetti fino all’epoca dell’ultima guerra mondiale, ritrovati tra i ghiacci di Italia, Austria e Svizzera, ma anche e soprattutto le storie di chi questi oggetti ha conosciuto (come un reduce di guerra) o addirittura scovato, segnalandole poi alla Soprintendenza per un corretto studio e recupero scientifico. Questa parte ci è piaciuta molto perché spesso i veri scopritori non sono gli archeologi ma gli escursionisti. Dar loro il giusto riconoscimento e spazio è un modo per incoraggiare gli escursionisti stessi a non tenere per sé i ritrovamenti o addirittura rimuoverli, ma –appunto – a segnalarli alle autorità competenti. Senza di loro questa mostra non ci sarebbe stata!

 

Gancio di cintura in legno- Età del Bronzo

La sala espositiva

Multimedialità

Ricostruzione sito di Oetzi senza ghiacci

Oetzi ricostruito nel 2013

 

 

 

 

 

Il percorso è multimediale con animazioni, video e ritrovamenti originali. I dati sono molto attuali e le postazioni di approfondimenti coinvolgenti. La mostra temporanea, organizzata in collaborazione con l’Ufficio Beni archeologici della Provincia autonoma di Bolzano, è compresa nel biglietto del museo ed è visitabile da martedì a domenica dalle 10 alle 18 (luglio, agosto e dicembre aperta anche il lunedì). Per info sulla mostra clicca qui.

Per l’intervista video di Arkeomount vai nel nostro canale youtube o clicca qui:
Frozen Stories – Inaugurazione mostra – Arkeomount- Bolzano 24 feb 2014 – Intervista

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su “Frozen Stories” apre a Bolzano – Intervista video ai curatori per la mostra che svela l’archeologia dei ghiacci alpini

Al via nuove analisi del “Cacciatore di Sovramonte” (Paleolitico): intervista esclusiva al prof Marco Peresani (Uni Ferrara)

Il cacciatore di Sovramonte (immagine tratta da www.estense.com)

Nel mese di gennaio alcune agenzie stampa hanno annunciato la presenza del cosiddetto “cacciatore di Sovramonte” all’Università di Ferrara, perché ne  venga studiato il Dna. Si tratta di un resto scheletrico umano risalente al Paleolitico e ritrovato negli anni ’80 durante dei lavori di manutenzione stradale in una cavità alla sinistra del torrente Rosna nella valle di Cismon. Per saperne di più ci siamo messi in contatto con il prof. Marco Peresani, della Sezione di Scienze Preistoriche e Antropologiche (Dipartimento di Studi Umanistici) dell’Università di Ferrara che sta studiando i reperti in questione.

Arkeomount (A): Prof. Peresani, grazie per aver accettato l’invito di Arkeomount. Prima di tutto, ci introdurrebbe al “cacciatore di Sovramonte”? Chi era e cosa sappiamo di lui ad oggi? Quale la sua probabile storia e quale il probabile motivo della sua morte?

Marco Peresani (MP): “Potremmo immaginare il “cacciatore di Sovramonte” come un pioniere che apre la strada alla colonizzazione delle Alpi Orientali italiane nel Tardoglaciale, quindi nel periodo che segue il ritiro dei grandi ghiacciai alpini iniziato attorno a 20mila anni fa. Le Prealpi Venete ospitarono i primi accampamenti di cacciatori-raccoglitori, ma fu necessario attendere circa 6mila anni affinchè si creassero le condizioni ecologiche per un ‘estensione della rete insediativa lungo le valli. Di questo individuo possediamo le informazioni più consuete, ricavate da studio di morfometria, e cioè che la sua età era all’incirca di 25 anni, la sua statura di oltre 1,70cm, che non sembrava affetto da gravi malattie, che il suo assetto era bene equilibrato. Per l’importanza del corredo e del tumulo di pietre, riteniamo si trattasse  di un personaggio di rango, acquisito presumibilmente grazie alla sua abilità venatoria. Questi corredi sono rari per il periodo ed il contesto culturale, se li confrontiamo con quelli, più poveri, delle sepolture rinvenute al Riparo del Romito in Calabria o alle Arene Candide in Liguria.”

A: Ora che è in custodia presso il Vostro Dipartimento, quali sono gli studi cui verrà sottoposto? Qual è l’obiettivo della prossima ricerca?
MP: Un check-up dei resti scheletrici umani del Paleolitico è sempre necessario, soprattutto quando gli ultimi studi, come nel caso del nostro cacciatore, sono stati effettuati diversi anni fa o addirittura non hanno preso in considerazione determinati aspetti. Ciò è dovuto al normale progresso scientifico, scandito dalle innovazioni nelle strategie di ricerca, nei metodi analitici e nell’elaborazione dei dati. Per il “cacciatore” abbiamo riservato un esame approfondito della dentatura, la campionatura del tartaro e l’estrazione del DNA. La dentatura rappresenta una fonte di informazioni notevole sulla postura, la crescita, l’alimentazione dell’individuo. La presenza di tartaro e di calcoli vari permette di  indagare sull’alimentazione, mentre il DNA offre grandi possibilità di indagine sulla biologia delle popolazioni paleolitiche.

A: Ci risulta che il “cacciatore di Sovramonte” sia stato ritrovato in un contesto funebre molto interessante, che includerebbe anche una stele. Ce lo conferma? Cosa ci dice questa sepoltura, se di sepoltura volontaria possiamo parlare?
MP: “Certamente il contesto funerario del defunto dei  Ripari di Villabruna figura tra i più interessanti dell’arco alpino, sia per i materiali associati in prossimità dell’individuo, sia per il tumulo di pietre collocato a protezione della fossa. Vari oggetti erano stati collocati raggruppati sul fianco sinistro, all’altezza del bacino: due schegge e un blocco di selce utilizzato come percussore, un ciotolo di siltite anch’esso utilizzato come percussore, un grumo di sostanza resinosa e una punta in osso frammentaria. Di quest’ultimo manufatto sono stati rinvenuti due frammenti ricomposti, la punta e il corpo principale, mentre un terzo, intermedio, venne da noi rinvenuto setacciando il terreno di riempimento della fossa. Ciò suggerisce la frammentazione e la dispersione volontaria di uno dei frammenti all’atto della deposizione dell’inumato, come a rappresentare una cerimonia. La “defunzionalizzazione” di una delle armi del cacciatore e la ricollocazione parziale dei frammenti nel contesto funerario, trova similitudini con quanto emerge dall’etnografia di certi antichi popoli della Siberia. Le pietre, dal canto loro, presentano tratti enigmatici effettuati con l’ocra rossa, ma anche figure umane tra cui la famosa “stele”, una stilizzazione della figura umana. Così è stata interpretata la figura tracciata sempre con ocra rossa sulla faccia piatta di una grande pietra arrotondata che era stata raccolta nel torrente antistante il riparo. La figura  è composta  da un asse principale dal quale si dipartono geometrie a zig-zag in disposizione speculare e nel rispetto di precisi rapporti geometrici. Riteniamo possa raffigurare il defunto con le sue moltiplicate abilità motorie.”

A: Ai nostri lettori piace dare qualche riferimento sulle tecniche, le tecnologie e le metodologie di studio. Quali quelle che prevedete per questa ricerca?
MP: Si tratta di tecniche che permettono di analizzare la morfologia esterna e soprattutto interna dei denti. Tramite la microtomografia si riescono a scansionarne le caratteristiche, misurandone lo spessore dello smalto, ad esempio, oppure a documentare le faccette di usura del piano occlusale. Non escludiamo analisi isotopiche puntuali di campioni di ossa, di tartaro e di vari residui. Queste, e in particolare la determinazione del carbonio, dell’azoto e di altri elementi come lo stronzio,  possono fornire informazioni sulla dieta alimentare seguita dal cacciatore nel corso degli ultimi anni. Ovviamente, l’analisi del DNA richiede microcampionature di polvere ossea e un processo di estrazione complesso.

A: Vi avvarrete di personale/tecnologie interne o lo studio è in collaborazione con altri Enti?
MP: Questo progetto si fregia della collaborazione di centri di ricerca nazionali ed internazionali per l’analisi morfologica e morfometrica, per le microscansioni tomografiche, per l’estrazione del DNA. Ricordiamo il Dipartimento di Antropologia Evolutiva dell’Istituto MaxPlanck a Lipsia, il Dipartimento di Beni Culturali di Ravenna, Deparment of Palaeoanthropology and Messel Research, Senckemberg Research Institute di   Francoforte, ma non si escludono ulteriori collaborazioni per lo studio degli arti inferiori con l’Università di Cambridge. Ci auguriamo che questa sinergia porti ad ottenere rapidamente risultati di interesse per pubblicazioni scientifiche internazionali di alto livello.

A: Infine, una domanda sulla conservazione del “cacciatore”. Qual è il metodo di conservazione attualmente adottato? Ve ne è uno in programma per il futuro? E, infine, é prevista una collocazione dei reperti accessibile al pubblico?
MP: Non ci sono state prescritte particolari condizioni di conservazione. Per il futuro, è prevista l’esposizione in un Museo, ma si tratta di una decisione di competenza della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto e degli Amministratori Locali. I Musei non mancano nel territorio, ma la creazione di un museo ad Hoc per il “cacciatore” conferirebbe il giusto valore al territorio.

Un sentito grazie al prof. Peresani per la disponibilità.

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Al via nuove analisi del “Cacciatore di Sovramonte” (Paleolitico): intervista esclusiva al prof Marco Peresani (Uni Ferrara)

Pinerolo: fino al 30 marzo la mostra “La pietra verde del Monviso”

 

La locandina della mostra

Rimarrà aperta e visitabile fino al 30 marzo 2014 la mostra “La pietra verde del Monviso, 7.000 anni fa, dalle Alpi Occidentali all’Europa”  a cura del CeSMAP (Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica, Museo Civico di Archeologia e Antropologia di Pinerolo) e della Città di Pinerolo – Assessorato alla Cultura.
La Mostra intende fornire un quadro sintetico ma esaustivo di un fenomeno straordinario e poco noto che è quello delle conoscenze tecnologiche messe in opera per lo sfruttamento di rocce utili per costruire attrezzi ed armi quali punte di freccia, asce e ornamenti come anelli e pendagli, in giadeite o in eclogite fine, materiali comunemente noti ancora oggi come “pietra verde”.
La qualità eccezionale delle rocce provenienti dalle cave preistoriche, attive fin dalla fine del VI millennio a.C. nella zona del Monviso, fu la causa principale della loro commercializzazione per tutta l’Europa, fatto straordinario ed insospettabile per quei remoti tempi. I materiali grezzi e sbozzati, le asce levigate e particolari anelli litici venivano portati a distanze di diverse migliaia di chilometri secondo delle vere e proprie rotte commerciali.
L’esposizione è fondata sui dati archeologici provenienti dagli scavi del Museo di Pinerolo negli anni ‘980, da quelli di antiche collezioni ottocentesche piemontesi e da quelli conservati in molti musei europei. Il confronto antropologico ed etnografico con popolazioni attuali -che usano ancora oggi strumenti di pietra- completa il panorama di questo straordinario fenomeno che, oltre settemila anni fa, caratterizzò il territorio delle Alpi Occidentali.
Va sottolineato che da oltre 10 anni sono attive le prospezioni nelle Alpi Occidentali italiane da parte di ricercatori del CNRS di Francia, guidati da Pierre Pétrequin dell’Università di Besançon. Queste ricerche hanno scoperto giacimenti di giada (giadeite, omfacite, eclogite) attivi dalla fine del VI millennio a. C. e hanno dato origine al Progetto JADE (dell’ Agenzia Nazionale delle Ricerche Scientifiche di Francia), sviluppato dal 2006 al 2010.
Lo sfruttamento delle cave del Monviso, alta Val Po, tra i 1500 e 2400 m slm, ha consentito il prelievo e la sbozzatura della materia prima usata per la produzione delle grandi asce di pietre verdi che sono circolate in tutta l’Europa occidentale nel corso del quinto e quarto millennio a. C., a distanze considerevoli, 3300 km da ovest a est, dall’Irlanda alla Bulgaria, e più di 2000 km da nord a sud, dalla Danimarca alla Sicilia.
La mostra ripercorre la scoperta delle cave di pietra verde delle Alpi, gli standard di produzione delle asce socialmente valorizzate nelle popolazioni dell’Europa preistorica, le modalità del loro trasferimento a lunga distanza, dove le asce con le lame levigate e lucide erano portate negli eventi sociali, quali oggetti di prestigio e di rango utilizzati dalle élite nel corso di rituali religiosi.
Su scala europea, lo studio di circa 1700 asce di giada delle Alpi Occidentali è in grado di offrire oggi un panorama delle società preistoriche del Neolitico molto diverso da quello che pensavamo di conoscere. La formulazione di miti e di oggetti simbolici di giada sono elementi che hanno permesso di fondare una forma teocratica di potere che ha trovato la sua migliore espressione tra le popolazioni preistoriche della Bretagna, attorno al Golfo di Morbihan, dove cominciavano ad allinearsi tumuli giganti e stele monumentali, a partire dalla metà del V millennio a. C.

La circolazione commerciale delle giade alpine del Monviso appare quindi come un fenomeno straordinario e di ampiezza continentale insospettata, nelle società gerarchiche e stratificate della preistoria, dove Varna a est e il golfo di Morbihan a ovest sembrano essere i due poli di dinamiche sociali che hanno animato l’Europa nel corso del V e IV millennio a. C.
Sempre riprendendo la pagina promozionale della mostra ricordiamo l’atelier di Balm’ Chanto. Nel 1979 Franc Bronzat rinveniva sul suolo di un riparo sotto roccia, a 1500 m slm, nella media Val Chisone presso la frazione Seleiraut del Comune di Roure, alcuni cocci di ceramica, frammenti di pietra verde lavorata ed un raschiatoio carenato di selce. Contattò Dario Seglie, Direttore del CeSMAP, Museo Civico di Archeologia e Antropologia di Pinerolo e gli presentò i reperti. Questo è l’inizio delle vicende che portarono il CeSMAP, di concerto con la competente Soprintendenza Archeologica del Piemonte, ad organizzare dal 1981 al 1983, tre campagne di scavi archeologici nel riparo che porta il nome di Balm’ Chanto. I risultati furono eccezionali perché fu portato alla luce un vero e proprio atelier preistorico per la lavorazione della pietra verde. In particolare si scoprì una serie di punte di freccia realizzate in pietra verde levigata, rarissime e quasi ignote in precedenza. Le datazioni radiometriche dei carboni dei focolari trovati nel riparo sotto roccia diedero una data di 4.200 anni fa, fase di transizione dal Neolitico Finale all’Età del Rame. Un caposaldo per lo studio della Preistoria alpina era stato gettato. La dinamica del popolamento antichissimo delle Alpi riceveva nuova luce.
Due le sedi espositive. La prima è la Chiesa di S. Agostino (Via Principi d’Acaja, Pinerolo) che rimane aperta il sabato e la domenica dalle 15.30 alle 18.30, mentre la seconda è la Biblioteca Civica Centrale “Alliaudi” (Via Cesare Battisti 11, Pinerolo) con orari da lunedi al venerdi 9-19 e il secondo e quarto sabato del mese dalle 9 alle 12. Per informazioni tel. 0121 794382 – www.cesmap.it – didatticacesmap@alice.it

Tags: , , , , , , , | Commenti disabilitati su Pinerolo: fino al 30 marzo la mostra “La pietra verde del Monviso”

I primi Sapiens arrivarono in Europa 44mila anni fa? Prosegue il dibattito sulla cronologia dell’Uluzziano con un articolo firmato Oxford

E’ da tempo in atto un acceso dibattito  attorno ad una recente ipotesi che attribuisce ai primi rappresentanti della nostra specie alcune marcate innovazioni culturali attribuite tradizionalmente agli ultimi Neandertal. Da tempo si sente la necessità di un quadro cronologico affidabile che marchi il momento in cui l’Uluzziano (la cultura associata ai più antichi resti di Uomo Anatomicamente Moderno) registra la sua prima comparsa e in questo senso può aiutare un nuovo studio con dati provenienti dalla grotta veronese di Fumane. In questo scritto pubblicato sul Journal of Human Evolution, sono state registrate datazioni di campioni di ossa e di carboni contenuti nella successione stratigrafica che – a Fumane – collocano questo evento attorno a 44mila anni fa. Questo articolo può costituire un passo importante per ricostruire la mappa demografica europea e verificare possibili contatti tra le due specie umane, in quanto aiuterebbe a marcare il momento in cui l’Uluzziano registra la sua prima comparsa in Europa.
Ricordiamo che l’Uluzziano è una cultura materiale definita come “complesso di transizione”, il cui nome si rifà alla Baia di Uluzzo in Puglia e risale cronologicamente al passaggio avvenuto circa 40 mila anni fa dal Paleolitico Medio al Paleolitico Superiore. In quel momento in Europa scompare il Neandertal e si diffonde il Sapiens. Fondamentale per questi studi sono le ricerche svolte sui reperti emersi presso la Grotta del Cavallo in Puglia (sulla baia di Uluzzo, appunto), dove – grazie agli studi resi noti nel 2011 da un team di ricercatori guidato da Stefano Benazzi del Dipartimento di Antropologia dell’Università di Vienna – è attestata la presenza dei primi sapiens europei. Lo studio in questione ha riesaminato due molari scoperti negli anni Sessanta nella grotta pugliese. L’analisi della morfologia dei due denti, effettuato attraverso una microtomografia computerizzata, ha rivelato che essi appartengono a Homo sapiens e non sono quindi neandertaliani, come si era invece sempre creduto. L’Uluzziano divenne così una cultura sapiens e non più neanderthalensis. Di conseguenza, in Puglia stanno le più antiche testimonianze dell’uomo moderno in Europa, risalenti a 45mila anni fa.
In questo filone di ricerche si inserisce un altro studio, pubblicato su Nature, che conferma che i sapiens arrivarono in Europa molto tempo prima di quanto creduto finora. Il team inglese guidato da Thomas Higham dell’Università di Oxford, nel 2011 sottopose a nuovi esami un frammento di mascella umana proveniente da una grotta inglese, la Kents Cavern. Sulla base dell’esame morfologico effettuato, questa mascella é databile a circa 44 mila anni fa e apparterrebbe a Homo sapiens.
Secondo molti studiosi, la cultura dell’Uluzziano, in cui compaiono elementi di innovazione come strumenti in osso, oggetti ornamentali e decorativi, rappresenterebbe la prova diretta che gli ultimi Neandertal europei avrebbero raggiunto elevate capacità cognitive e assunto comportamenti simbolici del tutto simili a quelli dell’uomo moderno, ben prima però dell’arrivo dei sapiens in Europa e in maniera indipendente. Se però l’Uluzziano fosse sapiens, allora questa prospettiva dovrebbe (nuovamente) cambiare.
La novità di questi giorni é la pubblicazione dell’articolo annunciato in apertura, in cui gli stessi ricercatori che avevano sottoposto alcune conchiglie ornamentali ritrovate insieme ai due molari nella Grotta del Cavallo, a una nuova datazione al radiocarbonio utilizzando una metodologia messa a punto dall’Oxford Radiocarbon Accelerator Unit, presentano gli studi compiuti anche a Fumane. “On the chronology of the Uluzzian”, titolo del pezzo pubblicato sulla rivista online Journal of Human Evolution, fa il punto sulla cronologia dell’Uluzziano in Italia e in Grecia ed é firmato da vari specialisti dell’Università di Oxford attivi nella datazione della Grotta di Fumane e di altri archeologi italiani.
Pertanto, le dinamiche del popolamento europeo sono di fronte a una nuova ipotesi e, soprattutto, potrebbero ridimensionare la presunta evoluzione delle capacità cognitive e tecnologiche dei Neandertal, retrodatando contemporaneamente di migliaia di anni  l’arrivo dei sapiens in Europa meridionale.
L’articolo è parzialmente consultabile e acquistabile a questo link

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su I primi Sapiens arrivarono in Europa 44mila anni fa? Prosegue il dibattito sulla cronologia dell’Uluzziano con un articolo firmato Oxford

Online il sito web dedicato alla produzione scientifica della Grotta di Fumane

Immagine tratta da www.unife.it

E’ online da ieri il sito web dedicato esclusivamente alle attività e alla produzione scientifica della Grotta di Fumane (VR): http://grottadifumane.eu/


Molte le informazioni relative all’eccezionale contenuto archeologico e paleoantropologico della grotta veronese, con focus sulle ricerche passate, sui progetti di ricerca attivi e sulle pubblicazioni. Oltre alla ricca photogallery, segnaliamo la possibilità di scaricare articoli sulla grotta e sulle tematiche di ricerca. Si attendono aggiornamenti settimanali.

Tags: , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Online il sito web dedicato alla produzione scientifica della Grotta di Fumane

Ricercatori italiani sulle tracce dei vertebrati marini del Cenozoico nel deserto peruviano

 

Immagine tratta da greenreport.it

Rilanciamo volentieri la news pubblicata da greenreport.it che annuncia il ritorno in Peru di ricercatori italiani che –seppur non archeologi – scavano nel deserto per svelare nuovi indizi del passato del nostro Pianeta, prima che l’uomo vi facesse la sua apparizione. Parliamo del team  di paleontologi guidato da Giovanni Bianucci dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, che ha ottenuto dal MIUR un finanziamento PRIN di 252.605 euro per per un nuovo progetto di ricerca nel deserto di Ica, in Peru, a sud di Lima
Lo stesso team qualche anno fa fu protagonista del recupero del cosiddetto “Leviatano” (Livyathan melvillei), identificato come il “mostro” marino evocato da Melville nel suo “Moby Dick”. La zona che si estende per 300 chilometri da Pisco a Yaucha ha la caratteristica di essere un giacimento ricchissimo di fossili di vertebrati marini risalenti a diverse epoche del Cenozoico (da 45 a 2,5 milioni di anni fa). Nel nuovo progetto i ricercatori italiani si concentreranno sullo studio della relazione tra l’alta densità degli individui presenti in quel particolare ambiente costiero, l’aumento della produttività primaria e l’apporto di cenere vulcanica come fattore di fertilizzazione delle acque. “Gli argomenti trattati in questo progetto sono di grande impatto e interesse per la comunità scientifica internazionale – spiega Bianucci nell’articolo di green report.it – a partire dal fatto che viene investigato il Konservat- Lagerstätte (giacimento per conservazione) a vertebrati marini neogenici più significativo e famoso a livello mondiale, un vero e proprio laboratorio naturale dell’evoluzione dove sono stati scoperti fossili straordinari. La nostra ricerca potrà inoltre fornire un solido contributo per ricostruire con maggiore dettaglio i pattern relativi ai cambiamenti della diversità e della produttività primaria, utilizzando il record fossile per ricostruire le dinamiche evolutive di questi ecosistemi marini e delle loro complesse relazioni trofiche. Infine, per la prima volta viene condotto uno studio che analizza in dettaglio all’interno del record fossile le relazioni tra apporto di cenere vulcanica a mare e incremento della produttività primaria, un tema che ha grandi implicazioni anche per lo studio dei cambiamenti climatici del passato”.
Tre le unità coinvolte nel progetto: oltre al dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa (che ne è sede), collaborano anche il dipartimento di Scienze dell’Ambiente e del Territorio e di Scienze della Terra dell’Università di Milano Bicocca e il dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Camerino. L’unità di Pisa si occuperà degli aspetti che riguardano la paleontologia dei vertebrati (tassonomia, tafonomia, filogenesi), la micropaleontologia (diatomee) e la vulcanologia.

Tags: , , , , , | Commenti disabilitati su Ricercatori italiani sulle tracce dei vertebrati marini del Cenozoico nel deserto peruviano

“L’origine dell’uomo” – A Roma il XLI seminario sull’evoluzione biologica (18 e 19 febbraio 2014)

Si terrà il 18 e 19 febbraio prossimi a Roma presso l’Accademia Nazionale dei Lincei – Centro Linceo Interdisciplinare “Beniamino Segre” il XLI seminario sulla evoluzione biologica e i grandi problemi della biologia.
“L’origine dell’uomo”- questo il titolo dell’incontro – vede nel comitato ordinatore i professori M. Brunori, L. Bullini, E. Capanna, G. Chieffi, G. Forti, L. Martini, F. Papi e A. Pignatti.
Il programma provvisorio vede l’apertura di martedì 18 febbraio alle 9,15 con i saluti di Ernesto Carafoli (Linceo, Università di Padova) e Gianantonio Danieli (Linceo, Università di Padova), del comitato organizzatore e l’introduzione presieduta da Giorgio Manzi.
Alle 9,30 Telmo Pievani (Università di Padova) presenta “Anelli mancanti” ed altri fraintendimenti sull’evoluzione umana”, seguito alle 10.10 da Maria Rita Palombo (Sapienza Università di Roma) con la relazione “Quale scenario per la dispersione dei primi gruppi umani in Eurasia?”. Dopo un breve intervallo alle 11,10 Donatella Magri (Sapienza Università di Roma) presenta “Evoluzione del paesaggio vegetale nel Quaternario” seguita alle 11.50 da Claudio Tuniz (International Centre for Theoretical Physics, Trieste) con “Nuovi orologi e microscopi per la Paleoantropologia” e alle 12.30 da Davide Caramelli (Università di Firenze) con “Analisi del DNA antico: nuove prospettive su vecchi campioni”.
Nel pomeriggio alle 14.30 Jacopo Moggi-Cecchi (Università di Firenze) inizia la sessione con “Le più antiche evidenze della linea evolutiva umana”. Alle 15.10 Alfredo Coppa (Sapienza Università di Roma) relaziona su “A metà del cammino di Homo: recenti scoperte dalla Dancalia (Eritrea)” e alle 16,10 Giorgio Manzi (Sapienza Università di Roma) presenta “Homo heidelbergensis: l’umanità di mezzo alle origini di Neandertal e di Homo sapiens”. Chiude la giornata alle 16,50 Giacomo Giacobini (Università di Torino) con “L’uomo di Neandertal: tra mito e realtà”.
Mercoledì 19 febbraio il programma, presieduto da Ernesto Carafoli, si apre alle 9,30 con Fabio Di Vincezno (Sapienza Università di Roma): “Evoluzione del cervello nel genere Homo ed evoluzione del linguaggio”, seguito alle 10.10 da Francesco D’Errico (CNRS UMR – Université de Bordeaux) con “Origini del pensiero simbolico e della creatività umana”. Intervallo e poi alle 11,10 11.10 Marco Peresani (Università di Ferrara) presenta la sua relazione “Evidenze del pensiero simbolico Neandertaliano” seguito alle 11.50 da Guido Barbuiani  (Università di Ferrara) con “Perché non possiamo non dirci africani”
Il pomeriggio, con la presidenza di Gianantonio Danieli vede alle 14 l’apertura di Olga Rickards (Università di Roma Tor Vergata) con “Nuovi indizi sull’estinzione dei neandertaliani” seguita alle 14,40 da Donata Luiselli (Università di Bologna) con “Popolamento del pianeta, variabilità inter ed intra-popolazioni”. Alle 15.20 Giuseppe O. Longo (Università di Trieste) relaziona su “Evoluzione culturale: verso il post-umano?” e alle 16 le conclusioni affidate a Ernesto Carafoli.
Le lezioni, seguite da discussione, sono destinate agli studenti e ai professori della scuola secondaria e ai cultori delle discipline biologiche. Gli insegnanti che desiderino far partecipare al Seminario un numero, necessariamente ristretto, di alunni sono pregati di concordare preventivamente tali presenze con la Segreteria dell’Accademia (Pietro Piemontese, tel. 06/68.02.73.98 – fax 06/689.36.16 – piemontese@lincei.it).
Il sito web di riferimento è www.lincei.it mentre la segreteria del convegno risponde alla mail  piemontese@lincei.it
L’incontro si tiene alla Palazzina dell’auditorio, in via della Lungara 230, Roma. Fino alle ore 10 è possibile l’accesso da Lungotevere della Farnesina.

Categories: Primatologia | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su “L’origine dell’uomo” – A Roma il XLI seminario sull’evoluzione biologica (18 e 19 febbraio 2014)

Tavola rotonda di archeologia, antropologia e storia di Ancash al castello sforzesco di Milano

Tratta da turismoancasesho.com

Si terrà dal 17 al 19 aprile 2014 presso il Castello Sforzesco di Milano la tavola rotonda di archeologia, antropologia e storia di Ancash (Perù).
Gli organizzatori ci hanno fatto avere questo annuncio che diffondiamo volentieri alla nostra comunità di lettori, rivolgendoci in particolare agli specialisti, per i quali é aperta una call for papers.
Ancash è una regione peruviana dal paesaggio variegato e la cui storia indigena e coloniale è molto ricca. Questa area è uno scenario chiave per l’archeologia, l’antropologia, la storia e la linguistica andina.
Dieci millenni di occupazione umana ne hanno fatto un luogo fondamentale per lo studio delle dinamiche sociali e politiche. La vicinanza a deserti, calli, altipiani, boschi e ghiacciai hanno fatto si che qui si potesse e si possa analizzare la forza pilota dell’immanenza e del cambiamento. Gli agenti ambientali locali e regionali, le forzo sociopolitiche interne come esterne, le tecnologie inventate, adottate e abbandonate, così come le multiple manifestazioni delle comsovisioni del passato e del presente: tutto questo è Ancash!
Oggi la regione è importante anche per gli studi inerenti il cambio climatico, con focus sulla biodiversità, la resilienza culturale e le trasformazioni socio economiche. Questi i temi che la tavola rotonda intende affrontare e per i quali invita archeologi, antropologi, storici che hanno lavorato e lavorano nel paesaggio di Ancash a proporre i propri studi interdisciplinari. La “Mesa Redonda de Arqueología, Antropología e Historia de Ancash” attende le proposte dei ricercatori. Sarà necessario fornire un titolo e un riassunto tra le 300 e le 500 parole oltre ai dati di contatto e l’affiliazione istituzionale. Secondo la tradizione delle precedenti riunioni accademiche regionali (Cambridge 2003, Milano 2005, Norwich 2010 e Casma 2012), ogni relatore avrà a disposizione 40 minuti per la propria dissertazione che dovrà tenersi in spagnolo o inglese, considerando a seguire 20 minuti per il dibattito.
Si ricorda di presentarsi anche con una presentazione digitale proiettabile in sala. La data limite per l’invio delle proposte è il 28 febbraio 2014. Non vi è alcun costo di partecipazione. Per informazioni e iscrizioni contattare Alexander Herrera alla mail alherrer@uniandes.edu.co, oppure Carolina Orsini alla mail Carolina.Orsini@comune.milano.it

Tags: , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Tavola rotonda di archeologia, antropologia e storia di Ancash al castello sforzesco di Milano

Scoperto a Timor un arpione di 35.000 anni fa

 

Foto di S. O'Connor

E’ dell’età della Pietra e datato ad oltre 35.000 anni fa l’arpione ritrovato da poco sull’isola di Timor – tra Papua e Nuova Guinea – dal team archeologico della Australian National University di Canbera guidato dalla professoressa Sue O’Connor e annunciato su science news dopo che l’annuncio é stato dato il 15 gennaio nel Journal of Human Evolution.
L’arpione in osso ha delle parti incise –tre per parte – e presenta dei residui di materiale colloso lasciano pensare che sarebbe stato incollato ad un manico di legno o inserito in un’asta per essere usato anche come lancia al fine di cacciare i più grandi pesci del mare.  Secondo la ricostruzione dell’archeologa O’Connor, gli isolani usavano pescare con queste lance, che gettavano in mare stando sulle loro barche.
Altri siti archeologici nella regione hanno restituito armi che la cui datazione più antica è di poche centinaia di anni. Questo nuovo ritrovamento comproverebbe che nelle isole del Pacifico le armi complesse (manufatti) erano prodotte molte migliaia di anni prima di quanto pensato fino ad oggi. Una scoperta che può certamente aiutare a rivedere i tempi e i modi con cui la nostra specie ha vissuto l’arrivo nel Pacifico.
Ricordiamo che le ultime ricerche genetiche (ci basiamo su pubblicazioni del 2012 ) attestano non lontano da Timor la presenza di due specie ominini ovvero l’Homo erectus soloensis (arrivato in Indonesia 1,8 milioni di anni fa con la prima diaspora africana) e l’homo Heidelbergensis (che era presente sempre in Indonesia fino a 150mila anni fa). La terza uscita dall’Africa, protagonisti gli Homo Sapiens, è giunta in Australasia (allora un tutt’uno tra attuale Papua Nuova Guinea e Australia) nel 60.000 prima della nostra era.
La stessa professoressa O’Connor ha fatto notare come le lance in osso africane datate ad 80-90mila anni fa presentano incisioni simili a quelle dell’arpione di Timor!

Categories: Pacifico | Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Commenti disabilitati su Scoperto a Timor un arpione di 35.000 anni fa