Intervista a Gary R. Ziegler – archeologo e co-auore del nuovo libro “Machu Picchu’s Sacred Sisters: Choquequirao & Llactapata”

“Machu Picchu’s Sacred Sisters, Choquequirao and Llactapata – Astronomy, Symbolism and Sacred Geography in the Inca Heartland” di Gary R. Ziegler e J. McKim Malville è stato appena pubblicato (acquistabile su Amazon a questo link). Pubblicato da Johnson Books di Boulder (Colorado-USA), il testo è un compendio molto leggibile di storie avventurose, note tratte dal giornale di esplorazione e dati archeologici molto precisi con descrizioni e interpretazioni raccolte in oltre 40 anni di esplorazione archeologia estrema nelle remote Ande peruviane.

Ci piace iniziare il 2014 con la traduzione in italiano di questa intervista, da noi pubbicata in lingua originale (inglese) nel dicembre del 2013.

Abbiamo contattato uno degli autori, l’archeologo americano, Gary Ziegler. Gary è un Fellow of the Royal Geographical Society of London e dell’ Explorers Club di New York e nel 2013 è stato riconosciuto come Distinguished Lecturer dalla NASA. Tra le sue imprese sono da ricordare diverse scoperte di siti archeologici e alcune ascensioni in prima assoluta di ghiacciai peruviani. Tra gli altri, ha lavorato per National Geographic ed ora vive in Colorado dove è a capo del locale Soccorso (“Search and Rescue”). Coautore del volume è l’archeoastronomo Kim Malville, Professore emerito al Department of Astrophysical and Planetary Sciences of University of Colorado (Boulder, USA)e Professore Associato alla  James Cook University (Townsville, Northern Queensland, Australia).

Arkeomount(A): “Gary, hai scritto questo libro con Kim Malville e in una mail ci hai scritto che state lavorando insieme a questo volume da diversi anni.Il lettore può trovare nel testo storie di esplorazioni, note dal campo e dati archeologici molto precisi, oltre alle descrizioni e interpretazioni raccolte in anni di esplorazioni archeologiche estreme negli angoli più remoti delle Ande peruviane. Dopo così tanti studi approfonditi su Machu Picchu, negli ultimi anni ti sei focalizzato su due altri complessi archeologici incaici: Choqueqirao e Llactapata, perfettamente descritti nel libro. Qual era, se esiste, la connessione tra questi due complessi e  Machu Picchu? Hai definito queste due città “le sorelle sacre di Machu Picchu”: gli Inca vissero e “usarono” insieme questi tre complessi? Come? Siamo di fronte a un modello (“pattern”) replicato più e più volte nelle Ande del Peru?

 

Credits: G. Ziegler

Gary Ziegler (GZ): “Choquequirao e Machu Picchu servivano come centri multiuso, pensati e costruiti per sostenere un calendario di attività cerimoniali lungo tutto l’anno, oltre che funzioni amministrative regionali e attività di tipo statale. Questi importanti siti nel cuore delle terre Inca erano parte di un network di proprietà reali che erano estensioni della capitale reale, Cusco.
L’ Inca Pachacuti stabilì un modello per le proprietà reali durante il periodo di massima espansione imperiale incaica lungo tutto il Sud America. Fu lui a costruire proprietà in Pisac e Ollantaytambo, che erano città pre-esistenti con attività cerimoniali, nonché Machu Picchu.
Le incredibili costruzioni di Pisac e Machu Picchu sembrano essere state costruite su di un modello seguito anche a Choquequirao. Costruzioni di grande importanza e “high-status” erano centrate su di un elemento alto che si confrontava con un picco e con un promontorio (posti di fronte) da cui era separato da un fiume sacro, visibile in basso. Ogni elemento alto disponeva di una serie di fontane o bagni che li collegava. L’esperienza dalle investigazioni sul campo ci ha portato alla conclusione che quegli importanti e monumentali siti Inca erano pianificati e disegnati con molta attenzione e precisione in accordo a allineamenti astronomici precisi e posti di conseguenza in relazione altrettanto precisa a fiumi sacri, montagne e fenomeni celesti.Choquequirao e Machu Picchu confermano questa interpretazione. Entrambe sono poste alla convergenza (unica) di territori sacri in collegamento con eventi celesti molto importanti per le religione statale Inca e con la tradione religiosa andina. Sebbene non fosse una proprietà seprata, Llacatapata è un importante città sorella connessa a Machu Picchu in una relazione unica e univoca. Posta a meno di tre miglia (equivalenti ad alcune ore di viaggio al tempo degli Inca), Llactapata era un complesso operativo in cui si distinguono gruppi interconnessi, aspetti cerimoniali , templi, “usnu”, un settore dedicato al culto delle acque e un ampio distretto urbano e agricolo destinato al sostentamento della corte reale di Pachacuti. L’identificazione e lo studio del sito archeologico di Llactapata ha aggiunto significanti indicazioni alla nostra conoscenza e comprensione di Machu Picchu che era una sorta di centro (hub) di un complesso vicino, intenzionalmente posto vicino e relazionato in maniera molto stretta a siti cerimoniali che si estendevano da lì verso Cusco e verso il più lontano fiume Vilcabamba.

A: Abbiamo trovato il libro molto interessante anche per le dettagliate indicazioni astronomiche e gli allineamenti che avete riscontrato in entrambi i siti. Puoi dirci qualcosa sulla metodologia che avete usato per raccogliere i dati archeo-astronomici? Qual è il tuo kit per un survey astronomico? Quante volte siete dovuti andare in sito per raccogliere questi dati? Infine, quante persone hanno lavorato con voi sul campo?

GZ: Abbiamo iniziato gli studi preliminari sul campo sulla base delle conoscenze azimutali relazionate ai principali eventi astronomici come i solstizi. Sono state effettuate misurazioni con un compasso da campo per mentre effettuavamo una mappa o un diagramma di campo. Quando è servita maggior precisione, come al Tempio del Sole di Llactapata, siamo tornai più volte con un teodolite e un tripode. A seguire un estratto dalle nostre note di campo (che sono nel libro):

Note
15. Il primo passo per esaminare una struttura per la prima volta è determinarne la dimensione, forma e allineamento.Dopo aver fatto un po’ di pulizia con un macete per garantire l’accesso, si fanno misurazioni con un coompasso da campo di finestre per l’allineamento, le finestre e i muri perimetrali. Impariamo un sacco di cose sui siti di montagna Inca attraverso lo studio congiunto degli angoli delle strutture e delle probabili linee di traguardo. Anche il layout generale di gruppi di strutture o di elementi viene valutato fin dall’inizio dello studio. Una regola generale è di traguardare direttamente una porta d’ingresso o una finestra per comprendere l’angolo di visuale che consente. E’ necessario conoscere gli azimuth magnetici per importanti eventi Inca come l’alba e il tramonto dei solstizi calcolati anche da postazioni elevate rispetto il terreno. Ad esempio un corridoio lungo 50 yard a Llactapata guarda (“punta”) direttamente verso il centro di Machu Picchu, posto a circa 2 miglia ad un angolo di 64.3 degrees, ovvero l’angolo dell’alba del solstizio di giugno sull’orizzonte lontano, nonché prossimo all’alba dell’importante costellazione delle Pleiadi che sta a 67 gradi. Un interpretazione ragionevole è che il corridoio era intenzionalmente costruito per vedere questi eventi quando apparivano sopra Machu Picchu. Queste ed altre evidenze ci hanno consentito di concludere che questa era una caratteristica di un tempio del sole come quello del Coricancha a Cusco.

 

Vista verso il solstizio di giugno dalla piazza inferiore di Choquequirao. Credits: G. Ziegler

I progetti hanno visto collaborare da due persone (gli autori, ndr) fino a 17 persone, soprattutto nelle prime fasi di esplorazione e svelamento di Llactapata, grazie al supporto di lavoratori locali muniti di macete. Siamo tornati sul posto per almeno una settimana ogni stagione secca di tre anni in tre anni. Choquequirao era un progetto più ampio che ha coinvolto diversi team provenienti anche da agenzie governative come la COPESCO che vi ha lavorato annualmente sotto la direzione dell’archeologo di Cusco, Percy Paz. Abbiamo lavorato insieme condividendo dati e progetti mentre coinvolgevo piccoli gruppi di volontari per brevi periodo ogni anno.

A: Hai scritto a proposito delle “shaped stones” (pietre replicative) definendole pietre scolpite dall’uomo per replicare altri elementi del paesaggio come le montagne. Le possiamo trovare nelle Ande come a Machu Picchu, ma hai scritto che probabilmente ce ne erano anche a Choqueqirao. Secondo il ricercatore inglese Richard Bradley, i luoghi naturali sono da considerarsi parte dei dati archeologici: concordi?

GZ: Yes – Concordo molto. Il paesaggio naturale è intimamente collegato e incorporato nel design dei siti Inca. Ogni interpretazione del significato delle strutture Inca e delle loro caratteristiche come le shaped-stones e le “huacas”, devono essere incluse nell’analisi. Teorizzando un po’, una shaped-stone che replica una prominente e vicina montagna (ovvero un “apu”) può essere stata intesa clme un elemento in grado di portare il potere spirituale della montagna verso la huaca (“luogo sacro” ndr), in modo da rendere più potente l’oggetto locale o tutto il sito.

A: Zuidema e Bauer hanno provato che il sistema dei “seque” – una sorta di strato invisibile con centro in Cusco su cui gli Inca ponevano volontariamente i loro siti sacri e/o dove tenevano le loro cerimonie – era una realtà tra gli Inca. Pensi che al principio della loro civiltà gli Inca dessero un importanza speciale agli elementi inalterati del paesaggio e che solo poi avessero iniziato a manipolare tali elementi naturali per replicare “huacas” e cime di montagne (“apu”)? Puoi confermarci che la pratica delle “replication stones” era abituale nelle Ande inca?

GZ: Gli Inca erano figli di tradizioni culturali e credenze millenarie e la spiritualità andina che incorporavano mentre imponevano il loro culto del sole ne teneva conto. Il sistema dei “seque” poteva essere un esempio del genio Inca nell’organizzazione dello spazio e del tempo che sosteneva  i loro orizzonti culturali. Certamente modificare caratteristiche naturali era una parte della tradizione andina che gli Inca hanno continuato a praticare. E’ plausibile che ci fossero esempi più antichi di replicazione, tuttavia non posso dire con certezza che le “ replication stones” erano una tradizione comune. So solo che pochi siti Inca le avevano, nonostante pietre “huaca” modificate o inalterate erano comuni in ogni sito.

A: Secondo i tuoi dati e le tue conoscenze, ma anche sulla base del tuo istinto, credi che ci siano altri “complessi” Inca – o meglio altre “città abbandonate” – che devono essere ancora scoperte? Se si, cosa ti fa pensare che sia così e cosa ci puoi dire a proposito? Infine, per completare la domanda: stai pensando di lavorarci su e cercarle?

GZ: Vaste aree montagnose e coperte dalla foresta sono ancora da esplorare completamente nelle Ande. Di certo numerose rovine nascoste e persino una o due “città perdute” sono ancora da trovarsi, seppur non della magnificenza di Machu Picchu e probabilmente non costruite dagli Inca. Alcuni siti non documentati a Chachapoya posti quasi sulla cima di ogni montagna del Peru centro-nord sono nelle province di Amazonas e Loreto. Pochi visitatori si avventurano lontano dalle rotte turistiche di Cajamarca o oltre la fortezza ormai ben nota di Kuelop. Nelle due occasioni che ci siamo recati in quelle regioni, i nostri team di esplorazione hanno trovato rovine interessanti , le prime nel 1997 e ancora tre anni dopo. Ora che il lavoro a Choquequirao è praticamente terminato e il libro scritto, spero di poter investigare quel gruppo di rovine che abbiamo brevemente visitato nella spedizione più recente.

Una nota dal mio giornale di campo:

Mura molto friabili e nascoste, alte e parte di case dalla forma tonda cui si aggiungono misteriose forme invitano alla curiosità da sotto un denso e scuro foliage, posto su un ripido e scivoloso terreno. Purtroppo non abbiamo tempo e dobbiamo tornare a Lima. Prendo nota delle coordinate – torneremo. Per i più avventurosi e coraggiosi, l città perduta è ancora lì.

A: Nella sua premessa al vosto libro, John Hemming (Ex Direttore della Royal Geographical Society) ricorda l’italiano Antonio Raimondi  come uno “dei più grandi geografi del peru, che non ha mai raggiunto Choquequirao, ma che era certo fosse la Vilcabamba di Manco Capac”). Raimondi lavorò basandosi sia sulle croniche spagnole sia sui dati delle sue esplorazioni. Pensi che le cronache spagnole abbiano ancora qualcosa da dirci per guidarci verso nuove scoperte tra le Ande?O pensi che le nuove tecnologie per i survey e le esplorazioni debbano essere predominanti in questo tipo di ricerca?

GZ: Le tecnologie recenti, in remoto come i sensori LIDAR aviotrasportati o altre nuove tecniche possono aiutare ma mettere gli stivali nel fango e affilare macete sono ancora attività richieste per “spelare” i misteri (“to peel back the mysteries” nell’intervista originale, ndr) . I documenti derivanti dai primi anni di conquista spagnola continuano a svelarsi, sia in Peru che in Spagna. Un importante elemento della buona scolarizzazione è la ricerca e l’utilizzo di informazioni da queste fonti. L’aspetto più eccitante dello studio Inca è l’applicazione e la comparazione di documenti a fatti storici e evidenze archeologiche dal campo, che risultano tanto frequenti quanto contradditori. Amo un buon enigma…

A: Grazie Gary!

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Riparo Gaban in esposizione a Trento

Venere neoolitica dal Riparo Gaban (TN) - crredits MUSE

Non siamo tipi da mercatini e così a Trento ci siamo stati in questi giorni che precedono le feste invernali, ma non per visitare i mercatini, bensì per ammirare il nuovo Museo delle Scienze MUSE, attratti dall’esposizione di molti reperti recuperati al Riparo Gaban.
Si accede all’esposizione dedicata alla preistoria tramite una struttura a spirale che ammettono a dei pannelli che illustrano le principali fasi dell’evoluzione culturale, economica e sociale nella preistoria delle Alpi. Come cita la cartella stampa “si può ripercorrere la presenza dell’uomo di Neanderthal sui massicci alpini meridionali risparmiati dai ghiacciai nel Paleolitico medio, l’arrivo di Homo sapiens al termine delle grandi glaciazioni nel Paleolitico superiore e la sua diffusione all’interno delle vallate alpine nel Mesolitico. Si giungerà infine al Neolitico con l’introduzione di agricoltura ed allevamento e la grande innovazione tecnologica della lavorazione dei metalli nella protostoria”.
Il MUSE è studiato secondo modelli anglosassoni, con un impostazione che tende a coinvolgere il visitatore di ogni età, con “pezzi” di grande impatto visivo per attirare l’attenzione dei più piccoli e informazioni scientifiche in forma tecnologicamente accattivante per i “geek” contemporanei, ma senza mai abbandonare la rigorosità scientifica di un’ottima divulgazione.
Ecco allora, che dopo essere stati attratti dalle ricostruzioni di homo esposte a grandezza naturale (sembrano esseri umani vivi!) sbirciamo nelle vetrine e possiamo ammirare gli straordinari reperti recuperati dagli scavi archeologici al Riparo Gaban, situato in provincia di Trento (località Piazzina di Martignano), in una valletta pensile che corre parallela al fianco sinistro della Valle dell’Adige, a circa 80 m dal fondovalle. Alto 10 metri, profondo 6 e lungo circa 60 metri, il riparo si sviluppa nel rosso ammonitico veronese e gli scavi (dal primo nel 1970 fino a quello del 1985) hanno documentato una frequentazione dal Mesolitico al Bronzo. Al momento si sta scavando l’area attualmente a ridosso del riparo (una superficie di circa 60 mq) divisa in 5 settori (I-V). La serie stratigrafica inizia a –1.40 m dall’attuale piano di campagna e si sviluppa  fino a –6 m. La sua sequenza è in parte ancora oggi leggibile nel settore IV. Procedendo dal basso verso l’alto essa può essere descritta nel modo seguente:
-depositi mesolitici sauveterriani e depositi mesolitici castelnoviani, accompagnati da oggetti d’arte mobiliare geometrici, zoomorfi e antropomorfi;
-depositi del Primo Neolitico con la presenza della prima ceramica del gruppo Gaban, accompagnati da oggetti d’arte mobiliare; tracce del Neolitico Medio iniziale della fase della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata;
-depositi dell’Età del Rame;
-depositi della fine dell’Età del Rame-inizio Età del Bronzo Antico;
-depositi dell’Età del Bronzo Antico;
-depositi dell’Età del Bronzo Antico, aspetti finali;
depositi dell’Età del Bronzo Medio.

Eccezionali gli oggetti d’arte provenienti rispettivamente dai livelli mesolitici e neolitici che appartengono alla complessa sfera rituale e spirituale dell’uomo preistorico e che, allo stato attuale delle ricerche, non hanno riscontro nei pochi ritrovamenti di arte mobiliare di età mesolitica nell’arco alpino meridionale. Parte dei ritrovamenti si trovano in depositi all’interno di strutture (“buche”) contenenti industrie sauveterriane e castelnoviane, rimaneggiate già in età mesolitica. Le raffigurazioni sono tutte incise su osso e terminazione di corno di cervo. A parte la figuretta antropomorfa a tutto tondo su corno di cervo, prevalgono le rappresentazioni lineari con sintassi geometriche organizzate. Sono presenti anche semplici figure lineari ed a segmento. Strabiliante la figura femminile realizzata in bassorilievo su corno di cervo, ma notevoli anche i manufatti in osso incisi o i corredi neolitici come la piccola figura femminile stilizzata su placca ossea o quella ottenuta su un molare di cinghiale, fino all’ omero di cinghiale decorato con motivi geometrici, una raffigurazione di pesce su placchetta ossea, un frammento di femore umano che reca incisi motivi geometrici, un volto umano ed infine un ciottolo antropomorfo con decorazione antropomorfa.

Nell’immagine concessa ad Arkeomount.com dal MUSE ammiriamo una Venere del neolitico.
Figuretta femminile con abbozzo delle braccia a gruccia su placca ossea desinente a punta. È decorata su entrambe le facce. La testa è ben distinguibile ed è separata dal corpo da un collo assottigliato. Il volto è delimitato da un ovale parzialmente in basso rilievo con piccoli occhi puntiformi e bocca a doppio ovale inciso. Nella parte posteriore sono raffigurati capelli sciolti mediante incisioni verticali. La base del collo è sottolineata da una collana con un pendente a semiluna, ottenuta con profonda incisione. Le braccia sono a gruccia, i seni non plastici sono messi in risalto da due profonde incisioni a U che li separano dalle braccia e ne segnano il contorno inferiore e da un abbassamento del corpo fino all’altezza della vita. Al di sotto corre una fascia arcuata campita da otto lineette incise interpretabili come decorazione di una cintura. Nella parte centrale è rappresentata la vulva sormontata da una figura incisa a spina di pesce (linea verticale centrale con ai lati rispettivamente quattro linee oblique: è l’albero della vita?). Segue una fascia campita a reticolo sottolineata da due profonde tacche incise ad andamento orizzontale interrotte ai lati. Uno spesso strato di ocra rossa steso su una base calcarea ricopre la faccia inferiore a eccezione dei capelli e di tutta la parte basale della faccia anteriore fino alla cintura.

Responsabile scientifico dell’esposizione è la dott.ssa Annaluisa Pedrotti dell’Università di Trento che stiamo cercando di contattare per avere da lei qualche dettaglio in più.
Nel 2014 speriamo di potervi dare maggiori ragguagli sullo stato dell’arte degli studi al Riparo Gaban.

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Interview to Gary R. Ziegler – archaeologist and co-author of the just published “Machu Picchu’s Sacred Sisters: Choquequirao & Llactapata”

The book's cover

“Machu Picchu’s Sacred Sisters, Choquequirao and Llactapata – Astronomy, Symbolism and Sacred Geography in the Inca Heartland” by Gary R. Ziegler and J. McKim Malville have just been published (you can buy it on Amazon at this link). Published by Johnson Books of Boulder (Colorado), the manuscript is a readable composite of exploring adventures stories,  expedition journal notes and carefully-researched archaeological data, descriptions and interpretations gathered from more than forty years of extreme archaeological exploring in the remote Andes of Peru.

We went in touch with one of the author, Gary Ziegler. American archaeologist, Gary is a Fellow of the Royal Geographical Society of London and the Explorers Club of New York and was recognized as
NASA Distinguished Lecturer 2013. His accomplishments include the discovery of important new archaeological sites and the first ascents of seven major ice peaks in Peru. Along the way, he worked for National Geographic and now is in Colorado as a team leader of the local (in Colorado) Search and Rescue. Co-author is the archeoastronomer, Kim Malville, Professor Emeritus at the Department of Astrophysical and Planetary Sciences of University of Colorado (Boulder) and Adjunct Professor at  James Cook University (Townsville, Northern Queensland, Australia).

Arkeomount(A): “Dear Gary, you wrote this book with Kim Malville (University of Colorado’s archeoastronomer) and you wrote us that you two have been working on this book for several years. The reader can find exploring adventures stories,  expedition journal notes and carefully-researched archaeological data, descriptions and interpretations gathered from many years of extreme archaeological exploring in the remote Andes of Peru. After having accomplished a lot of studies about Machu Picchu, in the last years you focused your work on two others archaeological Inca’s complexes: Choqueqirao and Llactapata, perfectly described in the book. Which was, if there was, the connection about these two complexes and Machu Picchu? You call them the “Machu Picchu’s Sacred Sisters”: did the Inca “lived” and “used” these three complexes together? How? Are we facing a “pattern” or a “model” replicated more and more times in the Peruvian Andes?

Gary Ziegler (GZ): “Choquequirao and Machu Picchu each served as multi-purpose centers, designed to support a year-around calendar of ceremonial activities, regional administrative functions and state sponsored activities. These important, Inca heartland sites were part of a network of royal estates branching outward from the Imperial capital, Cusco.
The Inca, Pachacuti, established a pattern for royal estates during the height of imperial Inca expansion across western South America. He constructed estates at Pisac near Cusco, at Ollantaytambo, a preexisting town with ceremonial aspects and Machu Picchu.

Gary Ziegler - credits G. Ziegler

The impressive estates at Pisac and Machu Picchu appear to have established a pattern followed at Choquequirao. Important, high-status construction is centered on a ridge top with a higher mountain behind and a lower distinctive promontory in front, with a sacred river flowing below in view. Each hosts a series of fountains or baths passing through the ridge top groups. Experience from our field investigations leads to the conclusion that important Inca monumental sites were carefully planned and designed in accordance with astronomical alignments, precisely placed in relationship to sacred rivers, mountains, and celestial phenomena. Choquequirao and Machu Picchu fit this view. They are uniquely located at a convergence of sacred terrain features with celestial events most important to the Inca state religion and Andean tradition.
Although not a separate estate, Llacatapata is an important sister site connected to Machu Picchu in a unique relationship. Located less than three miles away, several hours travel time during Inca occupation, Llactapata was a busy complex of interconnected groups, ceremonial features, temples, usnus, a water-focused sector, and a large urban, agricultural district supporting Pachacuti’s royal estate. The identification and study of the Llactapata archaeological complex added significantly to our knowledge and understanding of Machu Picchu as the hub of a complex neighborhood of carefully placed, interrelated ceremonial sites reaching toward Cusco and the far Vilcabamba.
A: We found the book very interesting also because the deep astronomical alignments you found in both the sites. Can you tell us something about the technique and the methodology you used to gather the astronomical data? What is your kit for the astronomic surveys? How many times did you have to get there to collect these data? How many people worked on these project “on the field”?

GZ: We begin preliminary field studies with knowledge of compass azimuths for astronomical features such as the solstice sunrise and sunset. Measurements are taken using a surveying compass as we survey and map out a site plan or diagram. If  more precision is needed as at the Sun Temple at Llactapata, we return later with a theodolite and tripod.
Here is an excerpt from field notes in the book:

Notes
15. A first step in examining a newly found structure is to determine
its size, form, and alignment. After initial machete clearing
for access, alignment of entrances, windows, and walls is determined
with a surveying compass. We learn much about mountain Inca
sites by structural designs indicative of function in conjunction with
angles of view and probable sightline focus. The general layout of
a group or compound is determined and initially evaluated as well.
A rule of thumb is to sight directly out an entranceway or window
at the angle of view. Knowing the magnetic azimuths for important
Inca events like solstice sunrise and sunset calculated for foreground
elevation is necessary. As example, a 50-yard long walled corridor at
Llactapata looks out toward the center of Machu Picchu some 2 miles
away at an angle of 64.3 degrees, the angle of June solstice sunrise
on the distant horizon, and close to the rise of the important constellation
Pleiades at 67 degrees. A reasonable interpretation is that
the corridor was intended to view these important events when they
appeared over Machu Picchu. This and other evidence allowed us to
conclude that this was a feature of a temple of the sun similar to the
Coricancha in Cusco.

View toward June solstice sunrise from the lower plaza at Choquequirao. Credits: G. Ziegler

The projects have varied from as few as two, working with local helpers and machetes up to a team of 17 during the initial exploration and uncovering of Llactapata.  We returned  there for a week or more each dry season over three years. Choquequirao was a much larger project involving a diverse team from the government agency, COPESCO  which has worked there seasonally for many years under Cusco archaeologist, Percy Paz.  We worked together sharing data and projects as I brought in small volunteer groups for shorter periods each year.

A: You write about the “shaped stones” (replication stones): stones shaped by men as to replicate other landscape elements as mountains. We can find them among the Andes as in Machu Picchu, but you write that probably there were also in Choqueqirao. According to British researchers as Richard Bradley, natural places have to be considered part of the archaeological data: do you agree?

GZ: Yes – I very much agree. The natural landscape is closely integrated, enhanced and incorporated in the design of Inca sites. Any interpretation of the meaning of Inca made structures and features such as shaped-stones, huacas, must be included in analysis. Theorizing a bit, a shaped-stone replicating a prominent, nearby mountain (apu) may have intended to bring the spiritual power of the mountain to the huaca, thereby empowering the local object or site.

A: Zuidema and Bauer proved that the “seque” system – a sort of invisible layer centered in Cusco on which the Incas put their sacred places and/or gave their sacred ceremonies – was a reality among Incas. Do you think that at the beginning of their civilizations the Incas gave special importance to unaltered features of the landscape and “then began” to manipulate natural elements to replicate “huacas” and peaks (Apus)? Can you confirm that the “replication stones” practice was a habitual practice in the Inca’s Andes.

GZ: The Inca were inheritors of several millennia of cultural traditions, beliefs and Andean spiritualism which they incorporated and enhanced while imposing their own state-sponsored sun cult. The ceques system may be an example of Inca genus for organizing time and space beyond that of earlier cultural horizons.
Certainly, modification and enhancement of natural features was long a part of Andean tradition which the Inca continued. It is likely that there are earlier examples of replication however, I can’t say with certainty that replication stones were common traditionally. I know of only a few Inca sites that have them although shaped and unshaped huaca stones are common.

A: According to your data and knowledge, but also according to your instinct, do you think there could be any other “Inca’s complex” – or better, any other “Lost Cities” – out there still to be discovered? If yes, what let you think so and what could you tell us about it? To complete the question: are you planning to look for it?

GZ: Large mountainous, cloud-forested areas of the Andes remain to be more completely explored. It is certain that numerous hidden ruins and even perhaps, a ‘lost city’ or two remain to be revealed although not on the order of magnificence of Machu Picchu and probably not  built by the Inca.
Undocumented Chachapoya sites abound on almost every mountain top in the north-central Peruvian states of Amazonas and Loreto. Few visitors venture far from the tourist routes out of Cajamarca or much beyond the well-known fortress site, Kuelop.  On the two occasions we have looked there, our exploration team located interesting ruins, the first in 1997 and again three years ago. Now that  work is largely finished at Choquequirao with the book finally competed, I hope to investigate  the group that we briefly touched upon during the most recent expedition.
A note from my journal: Crumbling vine-covered walls, tall, round houses and mysterious shapes loom inviting from under dense, dark foliage on a steeply climbing ridge. Sadly, we are out of time and must return to Lima.  I note the coordinates – we will return. For the bold and adventurous the last, lost city is still out there.

A: In its forword to your book, John Hemming (Former Director of the Royal Geographical Society) remembers the Italian Antonio Raimondi  (addresing him as “Peru’s greatest geographer, who never reached Choquequirao, but he was sure that it was Manco’s Vilcabamba”). He worked both on chronicles and on exploration expedition. Do you think that the Spanish chronicles have still something to tell us in order to drive us to new discoveries in the Andes? Or do you think that new technologies surveys and explorations have to be prominent in such a research?

GZ: Recent technology, remote, airborne LIDAR sensoring and other new techniques may help but boots on the ground and sharpened machetes are still required to peel back the mysteries. Documents from the early conquest years continue to turn up, both in Peru and Spain. An important element  of good scholarship is the search for and utilization of information from these sources. The most exciting aspect of Inca study is the application and comparison of frequently, contradictory historical references to physical archaeological evidence from the field. I love a good enigma…

A: Thank you Gary!

In the next week we will publish the Italian version of this interview.
To buy the book on Amazon click here.

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La grotta di Nerja e il suo patrimonio archeologico su “Montagne360”, già in edicola.

Montagne360 - copertina di dicembre 2013

Segnaliamo il numero di dicembre della rivista mensile “Montagne 360” – mensile ufficiale del Club alpino italiano – che a pagina 30 pubblica un ampio articolo di sei pagine a nostra firma sulla Cueva di Nerja (Andalusia, Spagna).

Titolo e sottotitolo sono “Nerja, la grotta che può cambiare la preistoria – Dopo l’italiana Fumane un’altra grotta, in Spagna,potrebbe svelare il mondo del Neanderthal. E riaprire lo scenario internazionale sulle datazioni dell’arte parietale paleolitica”. Le firme comprendono un alias.

Buona lettura!

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Una spedizione di archeologia di montagna nel Wyoming ritrova villaggio di 4mila anni fa

Immagine tratta da www.uwyo.edu

Pochi giorni fa UsaToday (vedi link) riporta di come negli ultimi mesi spedizioni archeologiche sopra i 3500 metri nei monti del Wyoming abbiano riportato alla luce insediamenti umani risalenti fino 4 mila anni fa, che i Nativi Americani usavano per la caccia e la raccolta nei mesi estivi.
Il Wind River Range ha restituito ben 13 siti archeologici (il prossimo numero di “The Journal of Archaeological Science” preciserà che ora se ne conoscono 19 in zona) ad un altitudine rara per le abitudine preistoriche nordamericane.
Il team di ricerca della Colorado State University, guidato dall’archeologo Richard Adams si chiede come mai si siano arrampicati fin lassù. Sulle Ande sudamericane sappiamo che gli Inca (solo mille anni fa) raggiunsero i picchi anche fino a 8mila metri e sempre per motivi politico-religiosi.
Ora la stessa domanda appare in Nord America e, come diciamo spesso parlando di archeologia di montagna “costa un sacco scavare lassù”: esattamente queste la parole dell’archeologo David Hurst Thomas dell’ American Museum of Natural History di New York (anche lui coinvolto nei lavori di ricerca). Per giungere in sito bisogna scalare il monte, attraversare ghiacciai e magari incontrare anche orsi pericolosi. Per questo forse Matthew Stirn, studente della University of Sheffield (UK) ha detto che “sembra archeologia estrema”! Stirn ha però inventato una formula per ipotizzare dove possano essere i villaggi preistorici (diminuendo così le ore di ricerca) basandosi sulla presenza di una particolare pianta (il pino bianco) che produce molte nocciole facenti parte della dieta dei popoli preistorici del Wyoming
Pare che non fossero solo campi per la caccia nel breve periodo, bensì – stando agli artefatti ritrovati – questi villaggi fossero veramente insediamenti semi permanenti, ottimi per l’estate e pertanto vissuti anno dopo anno. La datazione va dai 2700 ai 4000 anni fa, facendo del villaggio di “High Rise” il più alto villaggio alpino del Nord America! Pare che gli Sheepeater Shoshone, i Nativi della zona, lo vissero fino a che non furono obbligati a trasferirsi nelle riserve, portando a ben 2mila gli anni di frequentazione continuativa. Forse – si chiede il team di ricerca – andrebbe rivisto lo stereotipo in base al quale le terre basse sono le più semplici da abitare..

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Progetto “Qhapaq Ñan”: a San Juan i valutatori UNESCO

Foto di T.Michieli

Foto di T.Michieli

Nel mese di ottobre le autorità della segreteria di Cultura e Turismo di San Juan (alla base delle Ande Argentine), quelle del Parque Nacional San Guillermo e la Municipalità del comune di Iglesia, insieme ai rappresentanti delle comunità del nord del Dipartimento di Iglesia, hanno ricevuto i coordinatori nazionali del programma “Qhapaq Ñan/sistema vial andino” per accompagnare la valutatrice UNESCO nella sua ispezione ai siti eletti per diventare Patrimonio dell’Umanità. La dott.ssa Dra. Catalina Teresa Michieli, Direttrice  del l’Instituto di Investigazioni Archeologiche e del Museo “Prof. Mariano Gambier”- che nel 2011 ha ospitato il progetto ANDE 2011 di Arkeomount – ha partecipato come esperta locale. La dott.ssa Michieli ha accompagnato l’emissario UNESCO in molti dei siti visitati con Arkeomount (vedi il nostro canale YouTube con le interviste sul campo del 2011) illustrando le caratteristiche specifiche di ogni sito archeologico e del medio ambiente in cui è inserito. Ci auguriamo che il sistema viario andino del “Qhapaq Ñan”possa presto arricchire il catalogo UNESCO.

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A Congona (Peru) trovato un centro religioso di tremila anni fa. Era il primo centro Chavin?

Il team di ricerca guidato dal prof Walter Alva, del museo delle Tombe Reali di Sipan e specializzato in cultura Moche, avrebbe individuato, sempre nella ragione di Lambayeque nel nord del Perù, un centro cerimoniale attribuito alla cultura Chavin. Probabilmente si tratta di un oracolo con strutture sotterranee e spazi riservati ai sacerdoti. La zona, detta “Oracolo di Congona” dimostra influenze Chavin ed è composta da due monoliti dedicati al culto dell’acqua e della fertilità. Come detto ai reporter di Fox News, l’arch. Alva sottolinea come il ritrovamento sia frutto di un’ipotesi di lavoro che prevede per ogni regione Chavin un luogo di culto per acqua e fertilità. Il periodo Chavin si pensa sia iniziato 2900 anni fa e si credeva organizzato intorno al centro di Chavín de Huántar, da cui si sarebbe esteso alle zone limitrofe. Ora però il Santuario di Congona costringe a rivedere alcune cose, se sarà confermata la datazione a più di 3000 anni fa. Era Congona il primo seme Chavin di sempre? Cercheremo di capire di più soprattutto per quanto riguarda le scoperte nel sottosuolo del tempio. Abbiamo già attivato le nostre conoscenze in loco e speriamo di avere presto novità.

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Quebrada Mani, deserto di Atacama: intervista con l’arch. Calogero Santoro del team di ricerca – 13.000 anni fa l’uomo viveva nel deserto e ci costringe e a rivedere il pensiero sul popolamento del Sud America

Deserto di Atacama - valle della Luna foto "Arkeomount - Ande2011"

Questo mese anche in Italia è arrivata la notizia della divulgazione dei dati avvenuta questa estate in Sud America, a seguito di una ricerca condotta nel Deserto dell’Atacama. Un articolo sulla ricerca è stato pubblicato a questo link da Science Direct.. L’articolo si intitola “Late Pleistocene human occupation of the hyperarid core in the Atacama Desert, northern Chile”

Introduzione
Leggendo l’articolo abbiamo colto subito che lo studio è molto interessante e denso di nuove informazioni.
Nell’abstract dell’articolo si evince come pochi luoghi archeologici in America Meridionale contengano evidenze incontrovertibili in grado di attestare quando furono le prime fasi popolamento del continente. Largamente ignorati in questo dibattito, gli ambienti estremi sono stati considerati come barriere a questa prima onda di migrazione oppure valutati come privi di potenziale in considerazione alla loro abitabilità nel passato. Quebrada Maní (sito detto QM12), è situato in un paesaggio senza precipitazioni a 1240 metri s.lm. e a 85 km dall’Oceano di Pacifico ed è considerato un luogo iper-arido del Deserto di Atacama (sito nella parte più meridionale della Pampa del Tamarugal). Gli scavi a QM12 hanno consentito di recuperare diverse evidenze litiche, ossee, lignee oltre che resti di gasteropodi marini, pigmenti, fibre di pianta e anche un focolare. Sedici datazioni al radiocarbonio sono stati effettuati su resti di carbone, gusci marini, sterco animale, resti di pianta e legno e rivelano che l’occupazione ebbe luogo fra i 12.800 e gli 11.700 anni prima del presente. Risultati in grado di dimostrare che il Deserto di Atacama non era una barriera alla prima sistemazione americana e ci offrono indizi nuovi per capire la complessità culturale e la diversità del processo di popolamento  del Sud America durante l’Ultima transizione Glaciale-interglaciale.
Tra gli studiosi del team di ricerca (sul fondo dell’articolo trovate tutti i nomi dei ricercatori coinvolti) anche il prof. archeologo Calogero Santoro, che avevamo incrociato nel nostro reportage in Sud America del 2011. Lo abbiamo contattato via mail e abbiamo concordato un’intervista scritta dedicata ad Arkeomount che abbiamo il piacere di poter riportare (dopo nostra traduzione dallo spagnolo). Il prof. Calogero M. Santoro è archeologo dell’Istituto di Alta Investigazione (IAI) del Laboratorio de Arqueología y Paleoambiente dell’Universidad de Tarapacá (UTA) ed è anche parte del Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto (CIHDE –  www.cihde.com).

L’intervista
Ecco domande e risposte, mentre sul fondo trovate i nomi dei ricercatori coinvolti e delle istituzioni.

1)    Arkeomount (ARK): Cosa avete trovato a Quebrada Mani?

Prof Calogero Santoro (CS) “La cosa prima cosa che bisogna segnalare è che Quebrada Maní 12 è un sito archeologico con segni inequivocabili di attività umana a partire dall’ultimo periodo del Pleistocene e in pieno deserti di Atacama. Tuttavia, il dibattito sulla prima presenza umana in America è ancora molto forte.  La rilevanza storica del sito nasce dal tipo di evidenze incontrate, che che sono state datate in due distinti laboratori degli Stati Uniti per determinare con certezza l’epoca di occupazione. Allo stesso tempo oltre che “ricostruire” la storia umana in questo angolo iper-arido  del pianeta, è stato possibile comprendere quali erano  le condizioni ambientali dell’epoca e la loro relazioni con la storia della società umana. Ci troviamo di fronte ad un sito archeologico posto sulle rimanenze di un’antica terrazza miocenica che fu  circondata da una paleo umidità in grado di generare un habitat attraente per i cacciatori raccoglitori:   vi era acqua fresca ed una vegetazione che includeva certe specie arboree come la Myrica pavonis o l’Escallonia angustifolia, tipiche di ambienti con suoli umidi con torrenti permanenti di acqua fresca. Un ambiente attraente per vigogne e guanachi, nonché per altre specie minori. Il sito presenta uno straordinario grado di preservazione dei materiali organici (ad eccezione dei resti ossei) e delle attività lì realizzate. Questo ci ha permesso di recuperare durante gli scavi archeologici i resti di un notevole focolare  realizzato in una piccola fossa nel terreno e delimitato da una roccia e da materiale di deposito. Ci sono resti di legna modificata, pigmenti di ossidi di ferro di colore rosso (attualmente sono in via di analisi per identificarne i  componenti e la possibile provenienza), resti di piante e conchiglie marine associate ad attività che si svolgevano attorno a questo focolare, come quelle della lavorazione della pietra. Proprio queste attività, che contraddistinguono la vita dei cacciatori-raccoglitori, si perpetuarono per più di mille anni tra i 12.800 ed i 11.700 anni prima del presente, ed includevano la caccia dei camelidi, la preparazione di alimenti, l’uso di pigmento rosso e la selezione di piccole conchiglie marine – con orifizi naturali – per attività estetiche o rituali”.

2)    (ARK) Nelle news diffuse dalla stampa si parla di un sito “pit stop” o meglio definito “campo base”: crede che Quebrada Maní possa davvero essere stato un campo base 12mila anni fa?

CS:“Se fu un campo base o un sito logistico, ha poca importanza al livello di sviluppo attuale dell’investigazione scientifica. L’area scavata (circa 6 mq) e specialmente il tipo di scarti del lavoro realizzato sui materiali litici, segnala che si tratterebbe di un accampamento logistico. Quello che sì può affermare con sicurezza è che le persone che utilizzarono questo posto più di 12 mille anni fa, avevano una buona conoscenza di questo deserto in quanto già maneggiavano un circuito che permise loro di accedere, tramite scambio o per via diretta, a risorse dell’alta cordigliera (ossidiana) e dell’oceano Pacifico (conchiglie).
Conoscevano anche una vicina cava dalla quale ottenevano materiale litici di buona qualità. Significa che la gente che si accampava a Quebrada Maní non erano esploratori che visitavano o passavano da quel territorio per la prima volta. Sapevano perfettamente dove trovare le migliori risorse, dove trovare un buon posto per stabilire un accampamento come Quebrada Maní che, oltre essere vicino ad un corso d’acqua, aveva una posizione alta, dalla quale si vedeva sia la catena di montagne ad est (Sierra Moreno) sia la Cordillera della Costa. Dal punto di vista della futura investigazione, si continuerà a cercare e documentare la rete sociale che si articolò nel Deserto di Atacama, includendo i campi base  come i cimiteri e i siti di approvvigionamento di materia prima. Stimiamo , quindi, che sia possibile proporre la possibilità di trovare evidenze dei predecessori di questi abitanti che hanno dimostrato essere già pienamente possessori di questo nucleo iper-arido nel Deserto di Atacama”.

3)    (ARK) Cosa cambia nella nostra percezione della storia umana nel deserto di Atacama?

CS: “Anticamente si pensava che il Deserto di Atacama si configurava come barriera per l’insediamento umano, specialmente nelle epoche del popolamento iniziale, nel senso che si assumeva implicitamente che le attuali condizione di iper-aridità imperavano anche alla fine del Pleistocene quando inizia il processo di popolamento del Sud America. Quebrada Maní cambia questa percezione nel senso che abbiamo dimostrato che il nucleo iper-arido del deserto ebbe condizioni ecologiche adeguate per società di cacciatori-raccoglitori a causa di un regime di piovosità maggiore nel versante occidentale delle Ande che ha attivato il sistema di scorrimento delle acque superficiali e sotterranee fino alla costa del Pacifico. Conseguentemente, mentre il clima a livello locale continuava ad essere di carattere iper-arido, le correnti provenienti dalla cordigliera, in quantità quasi doppie rispetto alle attuali, generarono condizioni ottimali per la formazione di oasi e ambienti fluviali dove oggi si osserva un paesaggio deserto simile a quello della superficie di Marte.
Questi ambienti furono selezionati dagli abitanti di Quebrada Maní, che dimostrano aver sviluppato una conoscenza per adattarsi alla vita in un ambiente desrtico, grazie alla conoscenza dei luoghi chiave per rifornirsi di acqua, animali e materiali litici per elaborare gli strumenti di lavoro. L’eccellente stato di conservazione dei resti archeologici in questo ambiente iper-arido, ci permette comprendere i distinti ambiti della vita degli antichi cacciatori-raccoglitori e primi abitanti del deserto di Atacama e del Sudamerica. Per esempio, un manico in legno appartenente ad un attrezzo di caccia, del quale solitamente si conserva solo la parte litica, ci dice molto della conservazione possibile in questo ambiente.
Conseguentemente, il sito si configura come una parte in più del puzzle della storia umana dell’ Atacama in considerazione alle rotte migratorie che diedero origine al popolamento del Sud America.

4)    (ARK) Questa notizia supporta il paradigma che vede l’uomo nell’Atacama molti anni prima di quanto si pensasse?

CS: “Si, perché gli abitanti pleistocenici di Quebrada Maní non erano esploratori, vale a dire si trattava di popolazioni che conoscevano il paesaggio con i suoi mezzi e i luoghi strategici e quindi si può supporre che non furono i primi ad occupare il deserto di Atacama. Pertanto, stimiamo che sia possibile che esistano evidenze di siti archeologici anteriori a 13.000 anni fa.. Se questo verrà provato, saremo di fronte a siti contemporanei o anteriori a certi contesti precoci del Nord America e del Sudamerica, tra i quali si fa notare il sito di Monte Verde, nel Cile merdionale. Continuare a cercare siti archeologici nel Deserto di Atacama è una via interessante per capire le vie di migrazione da nord a sud ed anche dalla costa alla cordigliera e vice versa, ed i modi di vita dei primi abitanti del Sud-America. Nonostante le date di QM12 sono coetanee ad altri luoghi dell’area andina, come Quebrada nella costa peruviana o Tuina 1 nella regione di Antofagasta in Cile, questo è l’unico sito con un datato pleistocenico in un nucleo iper-arido del Deserto di Atacama. Chiaramente questo ci fa riflettere sulla capacità adattiva, sull’ingegno e sulle elezioni culturali che possedevano i primi colonizzatori del continente sud-americano”.

5)    (ARK): Parlando di metodologia, quali sono i mezzi e le tecniche che dovete utilizzare quando lavorate in un deserto come l’Atacama?

CS: “Una cosa molto importante per l’approcio metodologico è la complessa stratigrafia in relazione col processo di formazione del sito a causa dell’azione umana e dei fattori erosivi tipici del Deserto di Atacama (vento con effetti deflazionistici e formazione di dune). I livelli di occupazione non sono chiaramente differenziabili nei primi 30 centimetri di suolo, che è lo strato in cui troviamo i registri archeologici. Questo accade sia per effetto dell’azione degli  abitanti dell’epoca sia per i processi di formazione di suolo bloccati  in superficie per uno strato di pietre e sabbia grossa, conosciuto come “pavimento” del deserto.
Abbiamo scoperto, mediante datazioni multiple  al C14, che i resti archeologici sono compresi in una matrice di sabbie, limo e concrezioni di sale, non differenziabili mediante studi tecnologici litici o a prima vista a causa delle differenze nella meteorizzazione degli artefatti. Non abbiamo potuto ancora scoprire con chiarezza quali furono i fattori che intervennero nel processo di formazione del sito, ma sospettiamo che la stessa attività umana che lì aveva luogo fu in parte responsabile di questo processo di rimozione dei sedimenti (per calpestamento). Qualcosa che non abbiamo ancora approcciato sono gli effetti dei terremoti nell’area di studio. Nel nord del Cile i terremoti sono comuni e non si sono fatti studi rispetto alle loro conseguenze nel movimento verticale ed orizzontale delle vestigia archeologiche, specialmente considerando gli strati più morbidi (e sciolti) che sono le matrici arenose degli strati stessi”.

Le istituzioni
L’investigazione in oggetto è stato un lavoro interdisciplinare possibile grazie alla compartecipazione di diversi attori, studiosi, istituti e fondazioni. Il prof. Santoro è parte di un team che comprende molti studiosi che ci piace citare per completezza di informazione: Claudio Latorre (Departamento de Ecología, Pontificia Universidad Católica de Chile e Institute of Ecology & Biodiversity -IEB), Calogero M. Santoro (Instituto de Alta Investigación, Universidad de Tarapacá e Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto CIHDE), Paula C. Ugalde, Eugenia M. Gayóc e Daniela Osorio (Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto CIHDE), Carolina Salas-Egaña (Departamento de Antropología, Universidad de Tarapacá), Ricardo De Pol-Holz (Earth System Science Department, University of California at Irvine e Departamento de Oceanografía, Universidad de Concepción, Casilla), Delphine Joly (Instituto de Alta Investigación, Universidad de Tarapacá e Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto -CIHDE), Jason A. Rech (Department of Geology and Environmental Earth Science, Miami University, Oxford) e Donald Jackson (Departamento de Antropología, Universidad de Chile, Santiago), mentre i fondi sono stati concessi dal Fondo Nacional de Ciencia y Tecnología. Lo studio p stato inoltre patrocinato da tre enti ovvero Centro de Investigaciones del Hombre en el Desierto -CIHDE), Universidad de Tarapacá e Institute of Ecology & Biodiversity (IEB).

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Due scoperte in zone archeologiche non convenzionali

In queste ore le agenzie di stampa stanno battendo due notizie inerenti due scoperte archeologiche abbastanza importanti, entrambe provenienti da zone archeologicamente non convenzionali: foresta e mare.
L’agenzia turca Doğan News ci informa che la zona occidentale dell’antica città licia di Andriake (vicino al distretto di Demre), da sempre inaccessibile in quanto ricoperta da una folta vegetazione, è stata liberata e pulita. Stiamo parlando di uno dei porti più importante dei Lici e ci sono voluti 30 giorni al prof. Serkan Akçay e al suo team per liberare la parte più vecchia del sito, le cui dimensioni sono “solo” di 300 metri per 50 metri.
Pensate che il direttore del Museo di Antalya, il dott. Mustafa Demirel, ha detto che si sapeva dell’esistenza della città ma non l’avevano mai vista!
Sempre parlando di ciò che l’archeologia in zone non convenzionali e con metodi non ancora del tutto standard può fare, riportiamo la seconda notizia del “non si vede, ma c’è”: il giornale israeliano online Haaretz riporta la scoperta dell’antico porto di Tel Dor, nel Mediterraneo. Scoperto grazie all’abilità subacquea degli studenti di archeologia marina della Haifa University, il porto mediterraneo ora c’è! Sta a 30 km a sud di Haifa e risale al tredicesimo secolo a.C., ma fu usato fino al tempo delle Crociate.
In uso forse fin dall’epoca del Bronzo (forse da qui salparono alcuni dei navigatori che intrattenevano rapporti con le isole egee?), ha stupito con le ancore risalenti all’epoca del Ferro (dal 1000 a.C. circa) e anche i Persiani nel VI a.C. lo usarono. La news riporta le parole di una studentessa americana che ha preso parte alla scoperta, le riportiamo pari pari perché rendono l’idea di cosa voglia dire fare ritrovamenti nel mondo subacqueo, nel quale – cosi ci han detto – hai un raggio visivo di alcune decine di metri e solo nella direzione in cui guardi (e se c’è sufficiente luce): “Stai cercando qualcosa nell’acqua e improvvisamente vedi l’angolo di qualcosa che emerge dalla sabbia, e gratti via la sabbia e qualcosa di tremila anni fa salta fuori! Lo hai trovato. Ed è parte della storia”. E infatti proprio un altro componente degli studenti di questo MA in Maritime Archaeology, Catherine Davie ricorda che “fare ricerche in terra è un ‘altra cosa. Qui in mare qualche volta nemmeno ti vedi le punta delle dita!”.
Ma, come altre volte abbiamo sottolineato, le ricerche in zone diverse dalla classica pianura-collina richiedono sforzi (anche economici, oltre che di ingegno) notevoli, come il dover “tirar fuori” le ancore in questione!
Segnaliamo anche un breve video su youtube che mostra alcune immagini delle ricerche.

Antica città di Andriake nel Demre. DHA photo

Eric Solie presenta un anfora ritrovata a Tel Dor. Photo by Ehud Arkin and Assaf Yasur-Landau

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“International Archaeological Day” il 19 ottobre

L’AIA – Archaeological Institute of America festeggia ogni 19 ottobre l’archeologia con un “Archaeological Day” e –secondo le parole del website dell’AIA – “il brivido della scoperta”. In effetti ogni ottobre con le organizzazioni archeologiche di Stati Uniti, Canada e anche internazionali, sono presentati una serie di programmi archeologici e di attività che possano cogliere l’interesse di persone di tutte le età. Tra le attività organizzate per l’occasione, vi sono fiere di archeologia accessibili alle famiglie, escursioni in siti archeologici o anche scavi simulati, conferenze, visite interattive e programmi di pratica archeologica. Sarà anche un modo di fare all’americana, con tanto di citazione di Indiana Jones (“Archaeology Day programs provide the chance to indulge your inner Indiana Jones and be an archaeologist for the day”), ma troviamo che queste iniziative, coordinate a livello centrale e dunque con il coinvolgimento reale di organismi privati e pubblici su tutto il territorio (l’AIA fornisce persino un media kit per spiegare anche alle microassociazioni come far arrivare la voce dei programmi previsti ai media locali e online) siano un buon modo di mantenere viva l’attenzione sul tema archeologico e sulle ricadute in termini di avanzamento di conoscenza che le scoperte nel settore comportano. Per approfondire ecco il link www.archaeologyday.org

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