Museo archeologico Le Paige di San Pedro de Atacama. Una perla nel deserto.

 

Ingresso del Museo Le Paige

Siamo giunti a San Pedro de Atacama, l’oasi ai bordi del deserto più arido del mondo, posto ad un altitudine superiore ai 2.400 metri s.l.m.
I dintorni contano alcuni dei paesaggi più suggestivi del pianeta , come la Valle della Luna o la Valle Arcoiris, le lagune altipianiche e i numerosi geyser dei dintorni. Qui l’uomo è giunto almeno nel 9.000 a.C. (cultura Lickanantay), ma la massima espressione l’ha raggiunta nel periodo contemporaneo ai contatti con l’impero altiplainico di Tiawanacu, tra il 500 e il 1000 d.C. Per conoscere la storia degli Atacameñi abbiamo visitato il Museo Archeologico” R.P. Gustavo Le Paige”, che non solo ci ha accolto ma ci ha mostrato anche l’immenso lavoro di conservazione e di studio che è in atto in questi anni attorno ad una delle più grandi collezioni archeologiche riferite ad una solo popolazione di tutte le Americhe.
Il Museo conta infatti 380.000 pezzi, molti dei quali raccolti dal sacerdote gesuita  di origine belga R. P. Gustavo Le Paige, che nel 1955 venne assegnato alla piccola città cilena e, nel tempo libero, iniziò a scavare i cimiteri preistorici degli antichi abitanti della zona. Il Museo, costruito dallo stesso sacerdote a partire dal 1957, è ora gestito dall’Universidad Catolica del Norte, che nel 1963 appoggiò la costruzione del primo padiglione. La stessa istituzione ereditò il museo alla morte del gesuita negli anni ’80, creando l’Instituto de Investigaciones Arqueologicas. Attualmente il Museo conta quattro unità specifiche per la conservazione, la documentazione, l’esibizione e la diffusione delle collezioni, alle quali bisogna aggiungere la recente e importante unità di Educazione.
Tra le collezioni è da segnalare quella, unica al mondo, di complessi allucinogeni: 464 tavolette in legno finemente intagliate, le une diverse dalle altre, risalenti al periodo di influenza Tiawanacu ed utilizzate per l’assunzione di allucinogeni. Abbiamo avuto l’onore di poter ammirare dal vivo anche la preziosa tunica Tiawanacu “n.° 5382.1”: non ne esiste ad oggi un altro esempio così ben conservato che testimoni l’abilità tecnica e iconografica di cui erano capaci gli abili tessitori di 1000 anni fa.
Fino al 2007 nel museo erano esposti anche i corpi umani mummificati molto ben preservati del popolo Lickanantay. Da maggio di quell’anno il Museo ha accolto la richiesta della comunità indigena e per rispetto verso la stessa ha ritirato dall’esposizione i corpi, che ora sono conservati in un locale adeguato e non visitabile, orientato verso il monte Licancabur come è costume per questa millenaria popolazione. I preziosi tesori qui conservati (molti dei quali mai esposti al pubblico) troveranno un’adeguata collocazione nel nuovo museo progettato in sostituzione dell’attuale, la cui apertura è prevista nel 2014.
Nelle fotografie che accompagnano il post potete ammirare alcuni petroglifi locali che raccontano e comprovano la discesa dei Tiawanacu dalla originaria zona del Titicaca sino alle oasi atacameñe.

 

Ubicazione di San Pedro

Tavoletta per assunzione di allucinogeni

Riparo roccioso con petroglifi - Valle di Arco Iris

Petroglifo di influenza Tiawanacu (scimmia della zona Amazzonica)

Altro petroglifo di Arco Iris

Valle della Luna

Laguna di Chaxa nel deserto di Atacama

Fenicotteri alla laguna di Chaxa

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Megafauna: con chi aveva a che fare l’uomo preistorico in Sud America

A colloquio con uno dei maggiori paleontologi cileni, il dr. Juan Castillo, direttore della società cilena di ricerca paleontologica Grinpach (Grupo de Investigaciones Paleontologicas Chile – www.grinpach.cl) e curatore del Museo Cileno di Paleonotologia di Santiago del Cile.
In questa breve intervista il prof. Castillo ci introduce alla megafauna con cui aveva dovuto confrontarsi l’uomo preistorico in Cile, dove molti sono i siti preistorici che sfidano i modelli storici accettati, come Monte Verde, la cui datazione al 11.500 a.C. ha retrodatato la presenza umana nel continente. In realtà questo sito ha restituito datazioni anche al 33.000 a.C., ma siamo in attesa di avere news a riguardo per potervi dare informazioni complete a riguardo.
Il Grinpach è l’istituzione chiave per lo studio della paleontologia cilena e i suoi corsi annuali destinati a studenti e associati stanno permettendo a questa giovane scienza di avanzare nel panorama nazionale e internazionale come punto di riferimento per scavi, recupero e analisi dei reperti e – ovviamente – ricostruzione storica.

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Isola di Pasqua: non solo Moai

Giungiamo al Museo Fonck di Viña del Mar, sulla costa cilena appena fuori Santiago e siamo colloquio con Betty Haoa Rapahango, discendente di uno dei 122 “pasquensi” sopravvissuti all’impatto con il mondo Occidentale. Betty è la curatrice dell’Archivio del Museo, uno dei più forniti al mondo per quanto riguarda documenti e pubblicazioni sull’Isola di Pasqua. Con lei ci addentriamo nell’interessante sezione espositiva che il Museo Fonck dedica all’Isola di Pasqua, approfondendo metodi di navigazione e teorie di popolamento dell’Isola. Il Museo, che al suo esterno custodisce uno dei 12 Moai esistenti al mondo fuori dal territorio isolano, offre una vasta collezione archeologica (soprattutto Mapuche, incluse alcune incredibili “mazze” incise) e, al piano superiore, una completa esposizione di Storia Naturale.

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Archeologia di montagna a due passi dall’Antartide

A colloquio con il prof. Rubén Stehberg, curatore capo dell’Area di Antropologia del Museo Nazionale di Scienza Naturali di Santiago del Cile. Il prof. Stehberg ha compiuto già otto campagne di scavo nelle Shetland del Sud, un’isola oltre lo stretto di Drake che altro non è se non la cima di un picco andino emerso dalle acque!
La ricerca iniziò dopo che l’Istituto Antartico Cileno vi trovò alcuni reperti archeologici che sottopose all’attenzione del MNHN. Datati ai primi del XIX secolo erano oggetti testimoni della frequentazione delle isole di Shetland per la caccia al leone marino. Il Prof. Stehberg iniziò un’investigazione in condizioni di lavoro estreme, portata avanti negli anni con un piccolo team di quattro persone (tra i quali la moglie, anch’essa archeologa, l’argentino Andreas Saranchin e l’australiano Mike Pearson).
Nella video intervista ci presenta le difficoltà e le particolarità di un tale progetto di scavo: solo 21 giorni disponibili all’anno, i costi altissimi causa il trasferimento in elicottero, la necessità di scavare “ a colpo sicuro”, i metodi di sopravvivenza quotidiana e gli strumenti del mestiere.

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Santiago del Cile: Dipartimento di Antropologia del Museo Nazionale di Storia Naturale

Abbiamo attraversato la Cordiliera Andina e siamo giunti sul suo versante occidentale, entrando in Cile dal Passo Portillo, una località nota agli sciatori di tutto il continente. Giungiamo così a Santiago del Cile e siamo accolti all’interno del Museo Nazionale di Storia Naturale (www.mnhn.cl) , nonostante sia ancora chiuso al pubblico per lavori di consolidamento dopo il terremoto del 2010 (riapre a maggio 2012).
Questa è la più antica istituzione scientifica cilena: all’inizio del XIX secolo, mentre il Cile si formava come nazione e prima di qualsiasi altra università, la biodiversità di questo lungo paese trova un punto di incontro qui.
175 anni dopo quel momento il Museo è ancora un’istituzione chiave sia per la raccolta che per la conservazione, l’investigazione e l’esibizione della diversità biologica e biculturale del Cile, con il fine di generare conoscenza scientifica e divulgazione ad ogni livello. Sempre in questo museo ha sede la Dirección de Bibliotecas, Archivos y Museos, che è incaricata del patrimonio scientifico nazionale.

Parlando di archeologia, siamo accolti dal prof. Cristian Baker, Curatore del MNHM e zoo-archeologo, che in questo breve video ci presenta il Museo e il Dipartimento di Antropologia. Il principale e importantissimo progetto in cui è impegnato attualmente il Dipartimento è quello di registrare le collezioni. Tutti i  200.000 pezzi archeologici del Museo più antico del Cile stanno per essere classificati secondo gli standard nazionali (dati e immagini in alta definizione) e presto saranno a disposizione di tutti i ricercatori (Progetto “SUR”= Sistema Unificado Registro).

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Racconti dall’Argentina …

Cari amici di Arkeomount,

facciamo un piccolo passo indietro. In questi tre nuovi video Massimo e Veronica ci raccontano di Ushuaia e di un’importante scoperta, della visita all’incredibile sito UNESCO della Cueva de las Manos e di come la cultura Angualasta, grazie ad un recente ritrovamento, possa essere avvicinata alla nascita dell’impero Inca.

Buona visione!

La redazione di Cervelli In Azione

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Qapacñan: il “Camino de los Incas” viene presentato all’UNESCO in questi giorni

 

Immagine tratta dal porgetto ufficiale INC-2001

Prima di lasciare l’Argentina attraversando le Ande all’altezza di Mendoza, per giungere a Santiago del Cile e proseguire il nostro reportage, veniamo informati che proprio in questi giorni l’UNESCO sta valutando il progetto definitivo per aggiungere il Qapacñan nella lista del World Heritage!
Il cosiddetto “Cammino degli Inca” è l’insieme del vastissimo sistema stradale dell’impero andino, il cui tratto principale era lungo 5.200 km, per collegare il regno da nord a sud. Questa strada pavimentata era larga almeno quattro metri e in alcuni tratti raggiungeva i 20 metri, collegando Amazzonia, costa Pacifica e Cordigliera Andina. Per lo più correva ad un altezza tra 3.500 e i 5.000 metri di altitudine e collegava centri amministrativi, zone minerarie, zone  agricole e centri cerimoniali.
Partiva da Quito, in Ecuador e raggiungeva Santiago del Cile, passando anche per gli attuali stati di Colombia, Perù, Bolivia e Argentina.
Proprio questi sei paesi nel 2001, su proposta dell’allora INC peruviano (Instituto Nacional de Cultura) hanno sviluppato un progetto per la sua identificazione, studio, valorizzazione e conservazione. Il primo obiettivo è quello di conoscerne la vera dimensione in termini geografici, storici, etnografici, archeologici, educativi. L’iniziativa vuole anche implementare progetti di sviluppo per migliorare la qualità della vita delle popolazioni associate al “Camino”. Alcuni dati: l’intera rete viaria Incaica conta circa 60.000 chilometri di sviluppo, ai quali sono associati oltre 1.900 siti archeologici (moltissimi dei quali in quota) e 1.000 villaggi.

Ognuna delle sei nazioni coinvolte ha messo a disposizione una serie di esperti sotto il coordinamento centrale del progetto per raggiungere queste finalità. La professoressa Teresa Michieli, da noi incontrata a San Juan, è stata parte del gruppo di esperti interpellati per la parte Argentina.

Proprio in questi giorni, novembre 2011, dopo dieci anni (e in concomitanza con il nostro viaggio!), la commissione di sviluppo del progetto sta sottoponendo all’UNESCO l’intero lavoro perché il “Camino de los Incas” possa essere riconosciuto come Patrimonio Culturale dell’Umanità.
Suerte!

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Archeologia di montagna: come, dove, quando

Siamo ancora nella valle di Calingasta (San Juan, Argentina), a tremila metri s.l.m., presso il sito archeologico di Los Morillos. La prof.ssa Michieli ci presenta le metodologie proprie di archeologia di montagna: difficoltà di raggiungere i siti, aridità, altitudine (con conseguente “puna”, mal di montagna, al quale ci si abitua sviluppando globuli rossi).

I siti di montagna sono più semplici da identificare di quelli in pianura, perché l’uomo ha da sempre abitato solo quei luoghi che hanno alcune caratteristiche: vicinanza all’acqua, riparo dal vento e dal freddo, presenza di erba per il bestiame, legna per il fuoco. Il sito in cui siamo ne è un esempio e la prof.ssa Michieli ci presenta le sue particolarità. L’oasi in cui ci troviamo ha la particolarità di avere acqua nel sottosuolo e un microclima stabile, che consente anche 5 gradi più caldi che all’esterno nella notte e 5 gradi di meno di giorno (frescura).
Anche i campi di archeologia non si fanno molto distanti da luoghi come questi, proprio per poter beneficiare -nei 20-60 giorni di campagna –dello stesso ambiente favorevole scelto migliaia di anni prima.

Infine, questo ambiente aiuta la conservazione. La Cordigliera impedisce ai venti umidi dei due Oceani di raggiungerla creando di fatto un clima desertico. L’aridità climatica ha fatto sì che quasi tutti gli elementi di vita quotidiana delle popolazioni che si sono succedute negli ultimi 8.500 anni siano arrivati a noi.

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Los Morillos, pitture rupestri a 3.000 metri s.l.m.

Raggiungiamo il sito archeologico di Los Morillos, ai piedi della Cordillera di Ansilta (Dipartimento di Calingasta – San Juan, Argentina) a 2900 metri s.l.m. IN vista abbiamo l’Ausangate e il Mercedario, due dei più famosi picchi andini.
Un sito straordinario che non ha nulla d invidiare alla Cueva de Las Manos: la prof.ssa Michieli ci introduce alle tre grotte scavate in dieci anni e sette grandi campagne di scavo dal prof. Mariano Gambier.

A Los Morillos sono state recuperate prove archeologiche delle tre prime tappe di popolamento della regione, dal 6.500 a.C. fino al 600 d.C. periodo in cui si sono succedute le culture di Fortuna, Morillos e Ansilta.
La grotta che visitiamo ha dato il nome all’orizzonte culturale di Los Morrillos.
Il campionario di arte parietale è incredibile: motivi astratti in rosso, nero, giallo e bianco ci parlano di una cultura complessa, che probabilmente marcava il suo paesaggio con simbologie appartenenti a registri comunicativi ancora da decodificare.
Da questa zona sono emersi corpi mummificati (con datazioni dai 4.000 ai 2.000 anni fa) e tessuti in fibra naturale appartenenti alla successiva cultura di Ansilta, che introdussero la domesticazione dei lama e pratiche di semina domestica, ora conservati nel Museo Gambier.

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Antropologia fisica: come approcciare lo studio dei resti umani

Incontro nel laboratorio dell’’Instituto de Investigaciones Arqueológicas y Museo “Prof. Mariano Gambier” di San Juan, con la dottoranda e biologa dott.ssa Cynthia Netto che ci illustra quali siano le procedure e le metodologie utilizzate per ottenere il maggior numero di informazioni possibili dallo studio dei resti umani.

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